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La Cassazione ” CASSA” il decreto sicurezza

I supremi giudici puntano il dito in particolare sulla decretazione d’urgenza rilevando la “mancanza dei presupposti costituzionali dei casi straordinari di necessità e urgenza”. I giuristi criticano poi anche la “disomogeneità dei contenuti del testo”


Sicurezza in deroga. Quando la Costituzione diventa un ostacolo


La Cassazione stronca il decreto sicurezza: troppe pene sproporzionate, norme vaghe e un uso spregiudicato del decreto-legge. Scontro tra poteri o difesa estrema dello Stato di diritto?

di Cyrano

Un documento di 129 pagine, silenzioso come un colpo secco in una stanza ovattata. Non è una sentenza, non è un veto, non è un altolà ufficiale. Eppure ha fatto tremare il Viminale, Palazzo Chigi e parte dell’opinione pubblica. È la relazione della Cassazione sul cosiddetto Decreto Sicurezza (D.L. 48/2025), un testo che non ha la forza di legge, ma la potenza di una diagnosi terminale.

Il cuore della critica: quando l’urgenza è solo un pretesto

Il giudizio della Corte è chirurgico, implacabile. Smonta la legge pezzo per pezzo. Non con l’ideologia, ma con l’arsenale della tecnica giuridica: il decreto manca dei requisiti costituzionali, confonde gli ambiti normativi, crea reati con confini incerti e stabilisce pene sproporzionate. È il diritto – quello vero – a parlare. Non un tribunale politico, come accuseranno da destra. E nemmeno una sentinella militante, come si affretteranno a negare da sinistra. Solo la voce della Costituzione che, ogni tanto, riesce a farsi sentire sopra il frastuono della propaganda.

Secondo la Cassazione, il governo ha utilizzato lo strumento del decreto-legge per velocizzare un’agenda politica che non era in emergenza. Le norme contenute erano già all’esame del Parlamento, segno che si poteva – e si doveva – percorrere la via ordinaria. Il principio di necessità e urgenza, cardine dell’articolo 77 della Costituzione, viene così svuotato di senso. Non si governa con i lampeggianti sempre accesi.

Ma c’è di più. Il testo è definito “eterogeneo e disorganico”: accorpa questioni su ordine pubblico, occupazioni abusive, Daspo urbani, migranti e sicurezza urbana. Temi gravi e controversi, certo. Ma fusi insieme in una miscela che rischia di bruciare la coerenza del diritto penale. Un legislatore affrettato e nervoso non è mai un buon custode della democrazia.

Pene esemplari per reati incerti

La Cassazione punta il dito anche sulla sproporzione delle pene. Manifestanti che alzano la voce, occupanti di spazi pubblici, giovani in raduno: tutti potenziali destinatari di sanzioni elevate, anche detentive. In alcuni casi, basta poco: un presidio pacifico in una stazione, una protesta sindacale non autorizzata, un corteo spontaneo. Si punisce il contesto, non la condotta. Si colpisce il simbolo, non il pericolo reale.

E poi c’è la vaghezza delle nuove fattispecie penali, come quella sui “raduni potenzialmente pericolosi”: una formula che affida troppo potere all’interpretazione del singolo giudice o, peggio, all’arbitrio dell’autorità amministrativa. Il rischio è evidente: criminalizzare il dissenso, soprattutto quello scomodo, imprevisto, minoritario.

La reazione: accuse, nervi scoperti e silenzi

Il governo ha risposto con stizza. Il ministro Nordio parla di “sorpresa” e “modalità inusuali”. Fratelli d’Italia accusa la magistratura di voler condizionare l’indirizzo politico della nazione. Per alcuni, la relazione è un’ingerenza. Per altri, un tradimento. Ma il paradosso è che la Cassazione non ha fatto politica: ha solo ricordato che esiste una Costituzione. E che nessuna emergenza – vera o presunta – consente di violarla.

Dall’altra parte, giuristi, associazioni civili e parte della magistratura esultano: “È la dimostrazione che lo Stato di diritto è ancora vivo”, scrive un editoriale su Domani. “Un monito necessario in tempi di scorciatoie legislative e propaganda securitaria”, fa eco Il Manifesto. La voce più prudente arriva proprio da chi è più coinvolto: molti magistrati vedono nella relazione un atto dovuto, ma rischioso, perché acuisce uno scontro istituzionale latente e sempre più pubblico.

La vera posta in gioco: la sicurezza di chi?

Il punto allora è questo: di quale sicurezza stiamo parlando? Quella dei cittadini contro il crimine, come dice il governo, o quella dei diritti contro l’arbitrio, come avverte la Cassazione? Non sono piani alternativi. Dovrebbero convivere. Ma quando la fretta si unisce alla paura e al consenso facile, il rischio è che la bilancia della giustizia penda troppo da una parte.

E in un paese dove l’idea di “ordine” diventa sempre più sinonimo di silenzio e obbedienza, ricordare che anche la libertà è una forma di sicurezza è forse l’unico atto realmente sovversivo rimasto.

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