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L’ODIO NON É UNA OPINIONE É VIOLENZA

Nel tempo dei social, tutto sembra opinabile.
Ogni parola può diventare un “parere”. Ogni insulto, una “battuta”. Ogni aggressione, un “equivoco”.
E così, mentre l’odio si traveste da libertà d’espressione, le vittime si moltiplicano. In silenzio. Nell’indifferenza.

Bullismo e cyberbullismo non sono solo problemi scolastici, o “fasi” dell’adolescenza. Sono atti violenti.
E quando colpiscono chi è considerato diverso — perché omosessuale, perché disabile, perché non conforme — allora diventano un’emergenza sociale e culturale.

Ogni giorno, centinaia di giovani vengono isolati, derisi, minacciati.
Le parole “frocio”, “ritardato”, “schifoso”, non sono semplici insulti: sono pietre. Sono colpi inferti alla dignità, all’identità, al diritto di esistere.
E ogni volta che un adulto ride, minimizza, volta lo sguardo, quella pietra colpisce due volte.

La violenza verbale è reale.
Le conseguenze psicologiche del bullismo online sono devastanti: ansia, depressione, autolesionismo, nei casi più gravi anche il suicidio.
E tutto parte da una frase, da un video, da un commento.
Da un “gioco” che non fa ridere.

Dobbiamo iniziare a chiamare le cose con il loro nome:

non è “troppa sensibilità”, è un’aggressione

non è “black humor”, è discriminazione

non è “libertà di parola”, è odio

Combattere il bullismo significa educare.
Educare all’empatia, al rispetto, al riconoscimento dell’altro come essere umano prima che come “categoria”.
Significa intervenire, anche quando è scomodo. Soprattutto quando è scomodo.

Nel nome di chi non ha più voce.
Nel nome di chi si è tolto la vita per un commento di troppo.
Nel nome di chi resiste, ogni giorno, in un mondo che lo prende di mira solo per ciò che è.

L’odio non è un’opinione.
È una scelta.
E scegliere di combatterlo è oggi più che mai un dovere.

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