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Napoli, tre operai morti: non un incidente, ma un crimine sociale

Tre uomini. Tre vite spezzate nel vuoto, da un cestello sospeso che non doveva cadere.
Ma non è stata la sfortuna, e nemmeno la fatalità. È stata l’ennesima vergogna italiana, mascherata da incidente sul lavoro.

Venerdì 25 luglio, Vincenzo Del Grosso (54), Ciro Pierro (62) e Luigi Romano (67) sono precipitati da oltre venti metri in un cantiere al Vomero. Stavano lavorando su un montacarichi che – secondo le prime indagini – ha ceduto. Nessuno dei tre indossava dispositivi di sicurezza. Due erano in nero. Tutti erano invisibili allo Stato, ma utili al profitto

Una strage che si chiama impunità

Quando si lavora in nero, senza tutele e senza DPI, non si sta lavorando: si sta rischiando la vita per qualcun altro. E quel qualcun altro – il datore di lavoro, il responsabile della sicurezza, il committente, l’amministratore – non è un semplice ingranaggio: è complice, beneficiario e colpevole.

Troppo comodo invocare l’incidente. Troppo comodo scaricare tutto su un “errore umano” o un “difetto tecnico”. Il sistema italiano accetta e protegge l’illegalità nei cantieri, perché fa comodo a troppi.
E se ogni settimana qualcuno muore, non succede nulla. Al massimo, qualche dichiarazione di circostanza. Poi silenzio.

Una strage che si chiama impunità

Quando si lavora in nero, senza tutele e senza DPI, non si sta lavorando: si sta rischiando la vita per qualcun altro. E quel qualcun altro – il datore di lavoro, il responsabile della sicurezza, il committente, l’amministratore – non è un semplice ingranaggio: è complice, beneficiario e colpevole.

Troppo comodo invocare l’incidente. Troppo comodo scaricare tutto su un “errore umano” o un “difetto tecnico”. Il sistema italiano accetta e protegge l’illegalità nei cantieri, perché fa comodo a troppi.
E se ogni settimana qualcuno muore, non succede nulla. Al massimo, qualche dichiarazione di circostanza. Poi silenzio.

Il bersaglio sbagliato: i referendum ignorati

Lo scorso 8 e 9 giugno, un referendum provava a rimettere al centro la sicurezza nei luoghi di lavoro. È fallito per mancanza di quorum.
Eppure, chi oggi si straccia le vesti per questi morti, non si è nemmeno preso il disturbo di votare.
Anzi, molti opinionisti e politici – gli stessi che ora parlano di “tragedia” – hanno deriso la proposta.
Hanno detto che “le leggi ci sono già”. Ma se le leggi non vengono applicate, a cosa servono?

Chi si è voltato dall’altra parte è moralmente corresponsabile di ogni morto che seguirà. Il disinteresse è colpevole tanto quanto l’illegalità.

Serve un’accusa collettiva

Non basta piangere i morti.
Serve fare nomi, denunciare i colpevoli, pretendere giustizia.
Serve dire che questo sistema produttivo – basato su ricatto, invisibilità e manodopera usa-e-getta – non è degno di un paese civile.

Quello che è successo a Napoli non è un incidente sul lavoro.
È una sentenza di morte eseguita per conto dell’inerzia collettiva.

Finché il profitto varrà più della vita, finché lavorare significherà rischiare di non tornare a casa, allora ogni cantiere sarà un cratere di guerra.
E ogni silenzio sarà complice

Chiamateli per nome: omicidi sociali.”

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