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“Il giorno in cui ho avuto paura di perdere follower”

C’è un momento preciso in cui non sei più un artista, né un uomo, né un esempio.
È il momento in cui hai paura di perdere consenso
.

Da lì in poi, ogni tua parola è un algoritmo.
Ogni tuo silenzio, un calcolo.

Jovanotti ce lo ha mostrato bene. Davanti al massacro quotidiano, alla distruzione sistematica di una popolazione, ha scelto l’unica posizione impossibile: quella di non scegliere.

“Non ho niente di intelligente da dire.”
Eppure, era lo stesso che cantava “Il mio nome è mai più”, che si metteva contro le guerre, che urlava “viva l’Italia che resiste”.
Oggi, invece, resiste solo alla verità.

Perché la verità, quella vera, non è comoda. Ti costa amici, sponsor, inviti ai festival.
Ma è l’unica cosa che distingue un artista da un’agenzia pubblicitaria con le gambe.

Quelli che oggi dicono “io sono per la pace”, senza nominare chi bombarda, chi occupa, chi annienta…
non stanno facendo pace.
Stanno facendo equidistanza morale tra il carnefice e la vittima.
E lo fanno per non perdere il like del pubblico sbagliato.

Il mondo brucia, i bambini muoiono, le madri scavano sotto le macerie con le mani.
Ma Jovanotti “spera che ci insegni qualcosa”.

Questa non è arte.
È marketing con le lacrime agli occhi.

E se la paura di perdere consenso ti blocca la voce, allora non sei più un uomo di parola.
Sei un uomo di profitto.


La pace non è neutrale. La verità nemmeno.

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