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Caro Vannacci, fare finta di non vederci non ci fa sparire.

Non è la solita storia di divisa e disciplina raccontata con voce impostata e mascella serrata. Alessio Avellino ha scelto di indossare la divisa per difendere, non per intimidire. E prima ancora ha scelto di difendere se stesso: uomo trans, entrato in polizia con documenti che non parlavano di lui, ha attraversato gerarchie ostili, silenzi complici e montagne di burocrazia per dimostrare che sì, anche nei luoghi più rigidi dello Stato, si può restare fedeli alla propria identità.

Oggi è dottorando alla Federico II di Napoli in Scienze sociali e statistiche, con una ricerca che scava nel rapporto tra identità di genere e forze dell’ordine. Già presidente di Polis Aperta, attivista e formatore #lgbtqia+, Alessio non si limita a “esserci”: studia, argomenta, mette in discussione le narrazioni tossiche che la politica urla dal basso.

Quando un generale come #Vannacci, oggi eurodeputato della #Lega, bolla l’identità come “debolezza” e si chiede al #Pride «chi mandiamo in guerra, loro?», Alessio risponde senza slogan:
«Noi ci siamo già. Serviamo il Paese come tutti gli altri. E lo facciamo meglio di chi divide».

Questa non è un’intervista: è un atto di resistenza dentro una divisa. Una risposta a chi vorrebbe trasformarla in un’arma contro la libertà.

Il Generale delle Batoste Morali

Non è mica un guerriero senza macchia, il generale‑europarlamentare Vannacci: è l’uomo che va in giro a chiedersi “chi mandiamo al fronte, quelli del Gay Pride?”. Insomma, chi meglio dei gay potrebbe spiegare l’uso del travestimento strategico?

Vannacci è quel fenomeno che scrive libri omofobi, razzisti e sessisti, li pubblica senza autorizzazione e finisce sospeso con stipendio dimezzato perché – sorpresa! – offende la neutralità dell’Esercito. Ma non molla: si candida con la Lega e diventa eurodeputato come se nulla fosse accaduto. Pittoresco, no?

Alessio Avellino: Educazione civica dal basso

Poi c’è Alessio Avellino, che non fa battute da cabaret ma vive e studia la realtà. Entrato in polizia con documenti non suoi, ha lottato contro gerarchie e burocrazia maschilista per affermare: sì, si può esistere e servire lo Stato, anche se queer.

Ora è dottorando alla Federico II, attivista e formatore per i diritti LGBT+: non solo c’è, ma studia, argomenta, interroga – soprattutto quando la politica urla slogan omofobi.


🔥 “Noi ci siamo già. Serviamo meglio di chi divide.”

Quando Vannacci liquidava l’identità come “debolezza” e se ne usciva con la domanda “chi mandiamo in guerra? loro?”, Alessio ha risposto secco:

«Noi ci siamo già. Serviamo il paese, come tutti gli altri. E lo facciamo meglio di chi divide».

Non è propaganda: è presenza. Non slogan: è realtà.


⚡ Sarcasmo militare e revival del maschilismo d’altri tempi

Vannacci sembra uscito da un vecchio manuale di guerra morale: insulta i gay, definendoli “non normali”, ignora gli effetti delle sue parole e ripropone l’archetipo dell’omofobia virile come se fosse un valore. Tutto questo creato da un generale – sospeso, sì, ma pur sempre generale – che sembra credere che i Pride minaccino la difesa nazionale.

Il risultato? Una narrazione tossica contro cui Alessio si alza con la sua uniforme. Non per intimidire, ma per resistere.

🏳️‍🌈 Rivendicazione totale: diritti non negoziabili

Essere una persona trans non è un optional, è un fatto che richiede rispetto e diritti concreti.

Occuparsi di diritto alla identità, alla salute, alla bigenitorialità non è “provocazione”: è Stato.

I Pride non sono un esercizio di estetica o folclore: sono la visibilità politica che chi come Vannacci vorrebbe negare.

L’essere queer non diminuisce il valore di servizio pubblico: lo eleva.


Conclusione Futurabile

Ecco la sfida: c’è chi punta sul rancore e la divisione. C’è chi sceglie il coraggio e la testimonianza. Il futuro è trans, queer, progressista, resistente. E noi non solo esistiamo: serviamo meglio.

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