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SHOW ISRAEL THE RED CARD: Lettera critica a Gabriele Gravina (Presidente FIGC), Andrea Abodi (Ministro per lo Sport e i Giovani) e alla UEFA

Tra settembre e ottobre si giocheranno le partite di andata e ritorno, quest’ultima al Bluenergy Stadium (ex Friuli) di Udine, tra Italia e Israele, ritrovandosi entrambe nello stesso girone di qualificazione alla Coppa del Mondo del 2026.

Lo chiamerete calcio, e lo metterete anche in chiaro, perché “IL CALCIO È DI TUTTI”, spacciandolo per intrattenimento.

Intanto, non troppo lontano, a Gaza, città bagnata dal nostro stesso mare, si scavano fosse, si raccolgono corpi di civili e di bambini, si conta la carne che la forza dei bombardamenti ha spazzato via. Nel bel mezzo del genocidio più documentato della storia, però, la scelta è di mettere in calendario e di giocare quel match. È un gesto che parla, e il suo linguaggio non potrebbe essere più chiaro.

Tanto a voi basta affrontare il sentimento di sdegno popolare trincerandovi dietro frasi evasive: “non è compito nostro” o alla constatazione che i contorni geopolitici lo renderebbero complicato. Quelle posizioni di comodo non neutralizzano nulla: coprono il mondo con un velo d’ipocrisia. Chi dispone di potere istituzionale e lo usa per giustificare il proseguimento dello spettacolo ha scelto da quale parte stare — e la scelta è contro la pietà, contro la memoria, contro la responsabilità, contro la più basilare concezione di umanità.

Non serve sventolare la bandiera di una falsa “neutralità” come scudo. La neutralità che si nutre di omissioni diventa complicità. Augurarsi che tutto proceda come se non stesse succedendo nulla significa accettare che la retorica dei valori — fair play, educazione, rispetto — sia solo un marchio di superficie. Quando le istituzioni sportive si limitano a esercizi di immagine o a calcoli di convenienza, il messaggio che consegnano ai giovani è questo: la vita umana è negoziabile.

La logica della governance del calcio europeo ha mostrato solo voglia di censurare, come hanno dimostrato gli episodi di sanzioni legate a comportamenti dei tifosi, come l’esposizione di messaggi di solidarietà e di stop alle vessazioni contro un popolo, ritenuti “inappropriati” all’evento sportivo e dannosi per la reputazione dell’UEFA. Questo consegna al pubblico la dimostrazione che il sistema è solido solo nel tutelare se stesso, non nel tutelare la dignità umana.

Voi — federazione, ministero, organismi organizzativi — avete costruito e difendete un circuito dove il conto da proteggere è sempre quello dello spettacolo e del profitto. Avete imparato a neutralizzare il dissenso quando vi conviene, a reprimere le voci scomode quando funzionano da disturbatore per l’ordine pubblico, a difendere i rapporti internazionali quando questi convengono, anche quando il prezzo è il silenzio sui morti. Sappiamo comunque che la coerenza sui valori da voi pubblicizzati come marchi non è mai stata il vostro forte; lo avete dimostrato più volte nelle ultime settimane.

Non è retorica dire che la storia giudicherà chi ha saputo fermare lo spettacolo e chi lo ha lasciato andare avanti. Non è retorica dire che lo sport nasce anche — e soprattutto — per testimoniare e tramandare valori di comunità e solidarietà. Oggi, con la vostra scelta, si trasforma in sala d’esibizione per chi non vuole avere conto delle proprie responsabilità politiche e morali.

Che messaggio darete ai ragazzi che allenate, ai genitori che confidano nello sport come scuola di vita, alle comunità che credono nelle partite come luogo di condivisione? Direte loro che si può celebrare mentre altri non potranno più celebrare un compleanno? Direte loro che la bandiera con cui si scende in campo vale più del corpo di un bambino che non ce l’ha fatta? Queste sono domande a cui la vostra retorica da protocollo non risponde; e questa stessa retorica è ormai inservibile di fronte alla ferocia della cronaca.

Voi potete continuare a ricorrere a tecnicismi, a richiami all’autonomia degli organismi sportivi, a formule sulla separazione tra sport e politica. Ma la separazione che praticate è fittizia: lo sport è sempre stato intriso di politica, lo ha sempre dimostrato, dalla prima vittoria delle Olimpiadi antiche da parte di un umile fornaio, tale Corebo di Elide, al pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos a Città del Messico 1968. È sempre stato luogo di scelta: o si sta col potente, o si sta con la vita. Le vostre parole e le vostre scelte dicono con chiarezza dove siete posizionati.

Chi guarda da fuori vede la scena: federazioni che si nascondono, ministri che ragionano a tavolino sulla «regolarità» dell’evento, organismi sovranazionali che applicano regole, con spregiudicata incoerenza, come se indossassero maschere per non guardare in faccia la tragedia. È un quadro indecente. Non servono appelli alla “normalità”: serve la vergogna, serve che il pubblico sappia chi ha scelto il tornaconto e chi la responsabilità. E chi ha occhi non potrà più fingere di non vedere.

La storia del calcio e dello sport in Italia e in Europa non si limiterà a raccontare risultati e trofei. Racconterà anche i silenzi e le censure — chi ha avuto la posizione per fermare la macchina della morte e non l’ha fatto; chi ha avuto la voce per dire basta e l’ha calata. I vostri nomi, le vostre dichiarazioni di comodo, le vostre omissioni resteranno accanto a quel che avete deciso di tutelare: la vostra immagine, destinata a essere disprezzata, prima della vita.

Vergogna non è una parola leggera. È la parola che oggi sembra l’unica capace di definire la scelta di tenere in piedi uno spettacolo mentre fuori si passa dall’orrore alla distruzione. La politica dello sport che rappresentate si è dimostrata fragile, ipocrita, ma soprattutto complice. E quando la vostra autorità tornerà a bussare alle porte dei giovani che volete formare, sappiate che la loro memoria non perdonerà chi mise il profitto prima dell’umanità.

SHOW ISRAEL THE RED CARD!

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