In Italia il dibattito sull’immigrazione è intrappolato in una trappola retorica che serve solo al potere: mettere gli ultimi uno contro l’altro. Da un lato, la propaganda della paura; dall’altro, la “neutralità” di chi finge di non schierarsi, ma con il proprio silenzio mantiene lo status quo.
La storia è chiara: quando i diritti vengono tolti a un gruppo, prima o poi tocca a tutti. Il meccanismo è sempre lo stesso: creare divisione per impedire l’unità, perché uniti si diventa una minaccia.
L’immagine di una marcia con italiani, africani, arabi, asiatici spalla a spalla non è utopia: è una necessità politica. “Se ti dà fastidio l’uguaglianza, il problema sei tu” non è uno slogan, ma una linea rossa. O si sta da una parte, a difesa dei diritti per tutti, o dall’altra, a protezione di privilegi per pochi.
Chi crede che l’integrazione sia un rischio, ignora il vero pericolo: un sistema che sfrutta le differenze per mantenere il controllo. “Chi divide, sta con chi comanda” non è un insulto: è la fotografia di come funziona il potere.
Marciare insieme non è un gesto simbolico. È un atto di autodifesa collettiva. Perché quando ci fermiamo, quando accettiamo che il vicino di casa sia il nemico, il potere ha già vinto. E a quel punto, nessuno potrà dire “non mi riguarda”.






