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La mattanza dei morti sul lavoro

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Ferragosto. Per molti, la pausa dell’anno. Per altri, il giorno in cui il calendario concede finalmente un respiro: famiglia, tavolate, risate.
Per Giovanni Faniuolo e Pasquale Dinoi, invece, è stato l’ultimo giorno.

Giovanni, 46 anni, montava le luminarie per la festa di San Rocco a Valenzano, in provincia di Bari. Un lavoro che porta luce e colori nelle strade. È precipitato, morendo sul colpo.
Pasquale, 53 anni, operatore ecologico precario a Manduria, raccoglieva i contenitori della differenziata. Una moto l’ha travolto, mentre la città si godeva il giorno di festa.

Due vite diverse, un destino identico: morire lavorando.
E non in una zona di guerra, non in una miniera del secolo scorso, ma nell’Italia del 2025.
Un Paese dove la retorica del “mai più” si ripete ad ogni tragedia, salvo svanire al primo rintocco di cronaca.
Dove la sicurezza sul lavoro è un capitolo dei programmi elettorali, ma raramente una priorità dei governi.
Dove la precarietà e la fretta diventano complici silenziosi di incidenti che si potevano evitare.

Oggi, più di ogni altra giornata, dovrebbe essere chiaro: la morte sul lavoro non è una fatalità. È il risultato di controlli insufficienti, di formazione assente, di un sistema che accetta come prezzo inevitabile la vita di chi lavora.

Giovanni e Pasquale non sono statistiche. Erano padri, mariti, amici. Non sono caduti per un “destino crudele”, ma per una catena di omissioni e leggerezze.
E finché la rabbia non diventerà legge, finché la sicurezza non sarà un diritto e non una concessione, altre famiglie vivranno il loro Ferragosto in silenzio, davanti a una sedia vuota.

Oggi, almeno, il loro nome merita di essere ricordato. E il nostro silenzio, rotto solo dalla rabbia, di restare.

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