Vivere così è come avere un allarme sempre acceso in testa.
Due infarti, un arresto cardiaco, sei stent: il corpo ti ricorda ogni giorno che non sei invincibile. E io lo so. Lo so benissimo.
Non è che me ne dimentico e poi ogni tanto mi torna in mente: la paura è lì, fissa. Quando cammino, quando parlo, quando rido. Una parte di me pensa sempre: “E se succede di nuovo? E se questa volta non mi rialzo?”.
Non è vivere con ansia “ogni tanto”, è convivere con un sistema di allerta costante. Mi controllo il respiro, ascolto il cuore, noto ogni minimo segnale del corpo. A volte mi sembra di esagerare, ma poi mi ricordo che una volta non mi sono preoccupato… ed è quasi finita.
E così ogni piccolo dolore nuovo, soprattutto tra lo stomaco e la gola, diventa un campanello d’allarme. Non aspetto. Corro al pronto soccorso. L’ho fatto tante volte, troppe forse, ma non riesco a farne a meno. Perché so che un minuto in più o in meno può cambiare tutto.
La lucidità non mi manca: non sono perso nei pensieri, non confondo la realtà. So esattamente dove sono, cosa faccio e cosa può accadere.
E forse è proprio per questo che a volte vivo di arroganza. Perché certe persone non sanno quanto sia bello vivere dopo essere stati morti. Non sanno che ogni respiro può essere l’ultimo, e allora lo vivo come se dovessi farlo sentire al mondo.
Fuori posso sembrare integro, sicuro, persino spavaldo. Dentro, sono sempre pronto all’emergenza. Non c’è spazio per la leggerezza vera, solo il compromesso continuo tra voler vivere e dover stare in guardia.
Ma in quel compromesso, ogni tanto, ci infilo un po’ di sfida: alla vita, alla morte, e a chi pensa che il tempo sia infinito.




