
Brigate Rosse e Stragi: memoria divisa, verità incompiuta
L’ultimo caso finito in cronaca — una professoressa messa alla gogna prima sui social e poi nel dibattito pubblico — dice più del presente che del passato: in pochi minuti cerchiamo colpevoli, in poche ore riscriviamo il contesto. È un riflesso condizionato: semplificare.
Ma quando la semplificazione tocca la storia, diventa amnesia: ricordiamo un nemico nitido e lasciamo sfumare tutto ciò che non entra nella cornice. È quello che rischiamo di fare con gli anni di piombo: le Brigate Rosse da una parte, le stragi dall’altra — come due storie parallele che non si toccano mai.
Nel racconto corrente, le BR incarnano la violenza politico-rivoluzionaria: sequestri, “processi popolari”, attacchi simbolici allo Stato. Le stragi — da Piazza Fontana a Bologna — sono invece bombe senza volto che producono paura e immobilismo. Due funzioni diverse, un medesimo risultato: società ferita, democrazia sotto pressione.
L’immaginario preferisce un colpevole riconoscibile al groviglio delle zone grigie. Il “terrorista” è un volto; la “strategia della tensione” un labirinto di sigle, depistaggi, coperture. Così la memoria pubblica si sbilancia: condanniamo con nettezza una parte, commemoriamo con impotenza l’altra.
Per leggere davvero quegli anni bisogna accettare l’ipotesi scomoda: i due binari non correvano paralleli, si intersecavano. Paure, apparati, geopolitica della Guerra fredda, opacità istituzionali — è qui che la memoria si fa fragile. Eppure senza questo passaggio la storia resta dimezzata.
Oggi chiediamo “ordine” e “sicurezza”. Bene: allora servono anche ordine e sicurezza nella memoria. Non memoria selettiva, non verità a metà. Giustizia intera per chi ha sparato e per chi ha coperto, per chi ha rivendicato e per chi ha occultato.
Questo editoriale ha finalità divulgative e di memoria storica.





