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Mio figlio è un campione

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Banco di prova, non vetrina

Ogni fine settimana, nei campi di periferia e nei centri sportivi, si rinnova un rito collettivo che dovrebbe essere gioco e scoperta, ma che sempre più spesso si trasforma in giudizio. È doveroso precisare che lo sport, per sua natura, è banco di prova, ma non tribunale. Lo sport è il contesto in cui si impara a stare dentro una regola, a misurarsi con l’errore, ad abitare l’incertezza del risultato. Lì l’agonismo trova direzione e diventa energia formativa; la vittoria stimola a migliorare, la sconfitta allena alla misura e alla resilienza. Così la pratica sportiva rimane paideía: educazione integrale della persona, corpo e personalità insieme.

La distorsione nasce quando quel banco di prova viene piegato alla cultura della performance. In una società che premia l’esibizione del risultato, molti genitori scambiano il campo per una vetrina: non accompagnano un cammino, proiettano soltanto aspettative; non cercano la crescita dei figli, cercano conferme per sé. La partita diventa un esame settimanale, l’errore un marchio, il punteggio il solo criterio di valore. In questo scivolamento si perde il senso stesso del gioco: il bambino non gioca più per sé, ma per non deludere.

La sindrome del genitore tossico

Pedagogia e cronache lo chiamano così: sindrome del genitore tossico (traduzione contestuale di Ugly Parent Syndrome). È l’insieme di comportamenti invadenti e aggressivi che trasformano una tribuna di genitori in una curva di ultras sfegatati o di “manager” dei propri figli. Non si tratta di casi isolati. Ricerche su campioni adolescenziali indicano che una quota significativa dei ragazzi percepisce pressioni e in alcuni casi bullismo da parte di adulti, genitori compresi, con effetti demotivanti e abbandoni precoci: in un’indagine australiana (1.120 giovani, 13–18 anni) il 44% ha riferito di aver vissuto o osservato comportamenti di bullismo e pressioni eccessive legati alla “win-at-all-costs mentality”.

L’Italia ha visto, di recente, un episodio che ha riportato il tema al centro. A Collegno, durante una partita giovanile, un portiere tredicenne ha colpito a terra un avversario; il padre del ragazzo colpito ha scavalcato la recinzione ed è entrato in campo per aggredire il giovane portiere. Il ragazzo è finito in ospedale; il giorno dopo sono arrivate denunce e, sul piano sportivo, un anno di squalifica per il tredicenne coinvolto (colpevole di aggredire il figlio del genitore che ha scavalcato), mentre sull’adulto – non tesserato – si muove la giustizia ordinaria. I resoconti locali e il video diffuso ricostruiscono la zuffa, le versioni contrapposte, le scuse tardive. Ma il punto educativo è uno: in campo educano solo gli allenatori; il genitore resta fuori, tutela il clima, rispetta la regola. Ogni invasione dissolve il confine che fa dello sport un luogo di crescita, non di giustizia privata.

Educare con vittoria e sconfitta

L’agonismo non è il problema; il problema è l’orientamento dell’agonismo. Se lasciato alla logica del risultato, si fa ossessione e cinismo; se abitato pedagogicamente, diventa risorsa. La vittoria non è un sigillo d’eccellenza ma un passo che chiede misura; la sconfitta non è un marchio ma un laboratorio di apprendimento. La letteratura sullo sport giovanile converge: sostegno all’autonomia, clima emotivo sicuro, riconoscimento dello sforzo alimentano motivazione e permanenza; controllo, aspettative irrealistiche, ingrossate solo dal fatto di scaricare sui figli le proprie ambizioni di successo e correzioni urlate generano ansia, conflitto, drop-out. Tradotto in pratica: non è l’esserci sugli spalti a fare la differenza, ma come si sta; non serve un secondo allenatore in tribuna, serve un adulto che custodisca il senso del gioco.

Dentro questa cornice, la critica sociale si allarga. La “società della performance” spinge gli adulti a misurare valore e identità sul risultato; lo stesso paradigma, portato in scala sui figli, produce stanchezza precoce e perdita di significato. Restituire alla partita o a qualsiasi tipo di esibizione sportiva agonistica il suo statuto educativo significa invertire la gerarchia: prima la persona, poi l’atleta; prima il processo, poi il punteggio.

Bene pubblico, responsabilità condivisa

Lo sport non è soltanto intrattenimento o mercato: è bene pubblico, come scuola e sanità. Se questa è la sua natura, la responsabilità è condivisa. Società e federazioni devono progettare contesti che proteggano il senso del gioco: codici di comportamento realmente applicati, formazione emotiva per allenatori e famiglie, progetti di stretta collaborazione e formazione tra le istituzioni educative, strumenti di mediazione nei tornei giovanili, criteri organizzativi che premino il clima oltre il risultato. La gestione dirigenziale sportiva ha un grande peso, perché modella gli ambienti. E un ambiente ben disegnato orienta comportamenti, abbassa i toni, restituisce al campo la sua funzione di palestra di cittadinanza.

Conclusione: il nome giusto del successo

“Mio figlio è un campione” può essere una carezza o una gabbia. Se “campione” equivale a “vincitore”, la maggior parte dei bambini si sentirà perdente. Se “campione” significa saper stare nella regola, rialzarsi dopo una caduta, rispettare l’avversario e tenere vivo il gusto del gioco, allora ogni figlio e ogni figlia può esserlo. Perché questo accada serve un passo indietro degli adulti e un passo avanti della cultura sportiva. Non per diminuire l’intensità della gara, ma per restituirle il suo fine: formare persone.


📚 Per approfondire

  • Gao Z. et al., The role of parents in the motivation of young athletes: a systematic review, Frontiers in Psychology, 2024.
  • Bonavolontà V. et al., Parental Involvement in Youth Sport Experience, IJERPH, 2021.
  • Bellantonio S., L’altra faccia della medaglia. L’agonismo secondo la pedagogia dello sport, 2018.
  • Isidori E., Philosophy of Sport Education, 2015.
  • Di Palma D., Ascione A., Peluso Cassese F., Gestire lo sport per uno sviluppo educativo, 2017.
  • “I was crying on the pitch: Teens quit sport over ‘ugly’ parents, coaches”, Daily Telegraph (La Trobe University / Gatorade, 1.120 adolescenti, 44% pressioni/bullismo). Daily Telegraph
  • Collegno (settembre 2025): ricostruzioni e decisioni (Corriere Torino: notizia, video, squalifica).

🌍 Cornice culturale

  • Byung-Chul Han, La società della stanchezza (Nottetempo, 2010).
    Un saggio che non tratta di sport, ma descrive la logica della performance e l’ossessione del risultato. Le stesse dinamiche che, tradotte nei campi giovanili, trasformano il gioco in vetrina e producono ansia e abbandono.
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3 Commenti

  • Esatto hai pienamente ragione il papà di un amico mio, è riuscito a fare smettere di giocare fl figlio.percge troppo presente e ………………

  • Antonio Saladino

    Purtroppo è una realtà piuttosto frequente. I genitori devono, assieme agli allenatori ed educatori, accompagnare il figlio/a nel percorso di crescita (umana, sportiva o scolastica), non mettere pressioni inutili che, come unico e triste risultato, portano con estrema probabilità ad un drop-out.

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