Negli ultimi anni l’Italia ha fatto un passo avanti e due indietro. Il passo avanti è l’export, che tiene. I due indietro sono la produzione interna e la tenuta delle filiere storiche.
I dati di Fruitimprese parlano chiaro:
le importazioni di ortaggi sono cresciute del 50% in cinque anni, mentre le esportazioni mostrano resilienza, sì, ma non abbastanza da compensare. Il saldo resta negativo. La direzione è evidente.
Non stiamo smettendo di mangiare verdura. Stiamo smettendo di coltivarla.
Ortaggi in arrivo, filiere in uscita

Oggi il carrello racconta una geografia diversa:
- patate novelle dall’Egitto
- patate tardive dalla Francia
- pomodori dal Marocco e dal Nord Africa
- carote da Francia, Paesi Bassi, Belgio, Germania
Prodotti che un tempo definivano il Made in Italy agricolo sono diventati prodotti logistici.
Il motivo è semplice e poco patriottico: costano meno.
Costano meno perché:
- il lavoro costa meno
- le regole sono diverse
- la difesa delle colture è meno vincolata
Nel frattempo, in Italia, il campo è europeo e il mercato è globale.
Il conto, come sempre, lo paga chi produce.
Il caso carote: quando il dato smette di essere neutro
Secondo ISTAT elaborato da Fruitimprese,
nei primi nove mesi del 2025 le importazioni di carote sono aumentate del 117%.
Solo pochi anni fa:
- 11.000 ettari coltivati
- 9 milioni di euro di import
- 99 milioni di euro di export
Oggi il rapporto si sta ribaltando.
Perdere una filiera non significa importare di più. Significa perdere competenze, investimenti, presidio del territorio.
E quelli non tornano con un click.

“Il rischio è perdere intere filiere produttive tradizionali che forse non riusciremo mai più a recuperare”
(Davide Vernocchi – Fedagripesca Confcooperative)
Il paradosso italiano: leader nei semi, dipendenti nei raccolti

E qui arriva il cortocircuito.
L’Italia è leader europeo nella produzione di sementi orticole:
- 42.500 ettari dedicati
- Emilia-Romagna, Puglia e Marche in testa
- Molise e Basilicata in crescita oltre il 30%
Sappiamo ancora come si fa agricoltura.
Ma sempre più spesso non conviene farla fino in fondo.
Produciamo il seme, ma importiamo il prodotto.
Un capolavoro di coerenza economica.
Mele e kiwi tengono, l’uva soffre
Il settore regge grazie a pochi pilastri:
- mele: leadership mondiale, aperture in India e Brasile
- kiwi: ancora forte, nonostante criticità fitosanitarie
L’uva da tavola, invece, soffre:
- qualità compromessa
- eventi climatici avversi
- difficoltà di posizionamento
Segno che la resilienza non è uniforme.
E non basta dire “export” per stare tranquilli.

Export 2025: numeri finali

Nel 2025 le esportazioni ortofrutticole italiane hanno raggiunto:
- 2,89 milioni di tonnellate
- oltre 4,7 miliardi di euro
Mele e kiwi restano i principali traini. L’uva da tavola ha sofferto per condizioni meteo avverse. La crescita è stata favorita anche da fattori esterni, come:
- riduzione della produzione turca per gelo
Ma si tratta di una dinamica contingente, non strutturale.
Il punto 2025
Il 2025 non è stato un anno di crisi. È stato un anno di equilibrio instabile.
L’Italia resta:
- forte nell’export
- leader in alcune filiere
- competitiva su mele e kiwi
Ma:
- dipende sempre di più dall’estero per ortaggi di base
- rischia di perdere filiere storiche
- affronta una compressione normativa e climatica crescente
Il rischio non è l’importazione.
Il rischio è perdere la capacità di scegliere se produrre.
E senza produzione, la libertà alimentare diventa una parola.

Conclusione – Libero di scegliere
Il problema non è importare.
Il problema è importare perché non conviene più produrre.
Quando un Paese smette di coltivare ciò che sa coltivare,
non perde solo prodotto.
Perde sovranità alimentare,
perde territorio,
perde scelte future.
E quando ce ne accorgiamo, di solito è troppo tardi. Fare la spesa resta un atto quotidiano. Ma difendere le filiere è una scelta collettiva.
Capirlo, prima che spariscano, è l’unico modo per restare davvero liberi di scegliere.
Fonti
Assosementi. (2025). Dati nazionali sulla produzione di sementi orticole e aromatiche 2025. Roma: Assosementi.
CSO Italy. (2025). Rapporto sui consumi domestici di frutta e ortaggi 2025. Ferrara: Centro Servizi Ortofrutticoli.
Fruitimprese. (2025). Report sull’andamento del commercio ortofrutticolo italiano 2025. Roma: Fruitimprese.
Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT). (2025). Commercio estero e superfici agricole 2025. Roma: ISTAT.
ISMEA. (2025). Outlook ortofrutta 2025. Roma: Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare.







5 Commenti
Articolo interessante complimenti
Interessante come sempre!
Il problema è perdere la consapevolezza del sano… Del frutto del proprio lavoro …. Perché si è sempre più nell era del: non mi interessa da dove viene … Mi interessa stare comodo e attendere che altri lo portino a me !!
Anonimo delle 19.57 GRAZIE per lo spunto.
La consapevolezza del vero, dei cibi sani quelli veritieri è nelle menti di generazioni mature. Purtroppo alle nuove generazioni la consapevolezza del sano è compromessa dai troppi cibi processati. Occorre divulgare.
GRAZIE Chiara. Continui a seguire la rubrica. Ci aiutaci a divulgare.