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“Dove i bambini non imparano a giocare”

Testimonianza narrativa

Io sono Amir

La voce immaginata di un bambino nato nella guerra, tra sopravvivenza, perdita e diritti negati.

Autrice: Sara Bianchi

Io sono Amir

Una voce che attraversa guerra, fame, paura e infanzia negata.

Io sono Amir, ho 8 anni.

Sono nato durante la guerra e la guerra vive dentro di me da quando sono nato.

La mattina mi alzo e, nonostante tutto sia già crollato, non c’è mai una cosa che rimane al suo posto. Ogni giorno qualcosa cade, si spezza, si rompe. Credo di non aver mai visto il cielo di un altro colore: il mio è grigio, e da lì piovono missili e macerie.

A volte dai palazzi più alti cadono corpi e le scintille nella notte, quando tutto si spezza, sembrano lucciole, anche se io non le ho mai viste davvero. Non so nemmeno come siano fatte.

Non sono mai andato a scuola. Tutto quello che so l’ho imparato rubando libri, scappando da una casa all’altra. Ho imparato a leggere così, e a parlare dopo aver urlato per anni.

Quando leggo sogno. Sogno un mondo che non conosco, ma che continuo a cercare tra una pagina e l’altra.

Sono nato durante la guerra e la guerra vive dentro di me da quando sono nato.

La mattina mi muovo piano, perché non si sa mai se è un giorno buono per fare rumore. Ormai sono così abituato a nascondermi che nemmeno allo specchio riesco a capire chi sono davvero.

Mi vesto con quello che trovo. C’è stato un tempo in cui per vestirmi rubavo dai cadaveri, perché le case erano distrutte e non si trovava più niente.

Le scarpe sono sempre state un problema. Senza scarpe buone non si corre, e qui correre significa salvarsi. Quando erano rotte o troppo piccole mi rallentavano, e quando decidevo di toglierle faceva ancora più male.

Sopravvivere

I miei genitori mi hanno cresciuto come potevano, insegnandomi a sopravvivere. A proteggermi da chi punta un’arma, dalle sirene, dalla paura. Mi hanno insegnato a gestire la fame e la sete, perché ci sono momenti in cui non sei tu a gestirle, ma sono loro a gestire te.

Nei miei sogni ho mangiato piatti che non ho mai visto, ho immaginato profumi che non conosco. Nella realtà avevo in tasca solo un pezzo di pane trovato per strada. Forse era di qualcun altro, ma quel qualcun altro a volte è morto proprio mentre mangiava.

Non ho mai avuto giocattoli. E se ho giocato con qualcosa, spesso non era nemmeno mio. Qui succede così: giochi, poi esplode qualcosa, qualcuno cade e tutto diventa di tutti e poi di nessuno.

Il mio corpo è pieno di cicatrici. Ferite profonde guarite da sole, perché qui anche gli ospedali sono distrutti. Si prova ad aiutarsi, ma non è mai abbastanza.

Senza scarpe buone non si corre, e qui correre significa salvarsi.

Solitudine e perdita

Sono rimasto da solo. Giro senza una meta nella mia terra, come uno straniero, cercando un posto sicuro che forse non esiste.

Mi chiedo spesso come sia il mondo fuori. Se i bambini giocano davvero felici, se esistono scuole, letti caldi, abbracci.

Mi hanno detto che nasciamo tutti con dei diritti. Eppure qui la guerra serve proprio ad annientarli.

Mi chiedo come facciano gli adulti a premere un bottone senza sentirsi complici. Mi chiedo se siano mai stati bambini. Io la pace non so cosa sia.

Sono rimasto giorni accanto ai corpi dei miei genitori. Non riuscivo ad andarmene. Quando ho trovato la forza, non c’erano più.

Qui le case sono tombe già assegnate, ma senza nomi. E quando i corpi scompaiono sparisce anche il ricordo.

Vedo altri bambini come me. Ci riconosciamo, ma non sappiamo cosa dirci. Non si può spiegare qualcosa che nemmeno tu riesci a capire davvero.

Il mondo guarda

Una volta ho trovato un telefono acceso. Ho visto immagini, video, persone che parlavano di tutto questo. La mia vita compressa in pochi secondi. Si chiamano telegiornali.

Scorrevo e scorrevo, poi si è spento. E io sono tornato alla mia realtà.

Mi sono chiesto: quando guardate, cosa vi rimane davvero? Solo la curiosità o il bisogno di capire e fare qualcosa?

Sappiate solo che la vostra indifferenza è il terreno dove continuiamo a morire.

La vostra indifferenza è il terreno dove continuiamo a morire.

Un appello semplice

Io non chiedo grandi cambiamenti. Chiedo un mondo dove si costruisce invece di distruggere, dove si condivide invece di togliere, dove i bambini restano bambini.

Mio padre mi diceva: “Vivi nel giusto, anche se è solo il tuo. Non lasciare che l’odio ti distrugga.”

Forse basterebbe sedersi in cerchio e ascoltarsi, come fanno i bambini. Noi litighiamo e poi giochiamo insieme. È semplice.

Ma voi adulti cosa fate?

Immaginate di vivere così, non per 30 secondi ma per anni. Immaginate di uscire di casa e sentire un’esplosione che cambia tutto. Immaginate di non poter più tornare indietro.

Io sono Amir. Sono solo un bambino.

E purtroppo non ce l’ho fatta.

— Sara Bianchi

Nota dell’autrice

Questo testo è una versione ridotta e adattata del racconto originale, scritto da me. Esiste infatti una versione più lunga e maggiormente narrativa, in cui la storia si sviluppa con più dettagli, passaggi emotivi e approfondimenti.

La scelta di proporre questa forma nasce dall’esigenza di rendere il messaggio più diretto e accessibile, senza disperderne l’intensità. Il testo completo conserva una dimensione più immersiva e lenta, pensata per accompagnare il lettore in modo ancora più profondo all’interno della storia.

Entrambe le versioni raccontano la stessa realtà, ma con tempi e modalità diverse.

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