Un bambino resta un bambino, punto. Non diventa “terrorista” per appartenenza geografica, etnica o familiare. Questa non è un’opinione buonista, è diritto internazionale di base: i minori sono civili e vanno protetti, indipendentemente dal contesto. Mischiare deliberatamente bambini e combattenti è esattamente il meccanismo che serve a giustificare qualsiasi violenza. E quando lo fai, non stai più descrivendo la realtà, la stai piegando.

Ma da lì a dire che “tutti dall’altra parte sono terroristi”, inclusi i bambini, è un’altra cosa. È propaganda, non analisi. Anche nelle operazioni militari successive nella Striscia di Gaza, le organizzazioni internazionali (ONU, UNICEF, Croce Rossa) hanno ribadito una distinzione fondamentale: civili ≠ combattenti. E tra i civili, i bambini sono la categoria più vulnerabile.
Il problema vero è proprio quello che hai scritto all’inizio del testo, anche se poi lo hai tradito:
“quando il mondo non gli spiega le regole ma gli presenta il conto
Se chiami un bambino “nemico”, hai già deciso che non merita regole, solo il conto. E a quel punto non stai più difendendo nessuno, stai solo scegliendo da che parte disumanizzare.
La realtà è più scomoda:
– Hamas è un’organizzazione armata responsabile di attacchi contro civili
– Israele è uno Stato con diritto alla difesa ma anche obblighi legali verso i civili
– I bambini, da entrambe le parti, non sono né soldati né simboli: sono vittime
E quella non è una verità scomoda. È una scorciatoia mentale che la storia ha già usato troppe volte, sempre con lo stesso risultato.
Fino alla fine.
Fino a quando il mondo non gli chiede il conto prima ancora di avergli spiegato le regole.
Questo è un bambino.
Piccolo.
Un cucciolo d’uomo.
Quando è nato, suo padre e sua madre si sono riempiti di orgoglio. Uno scricciolo fragile, caldo, vivo.
Poi è cresciuto. E crescendo hai iniziato a stargli dietro, a controllare ogni passo, a trattenere il respiro a ogni inciampo.
Ogni sbandata dei suoi piedi è stata un tuffo al cuore. Uno spasmo. Quasi uno svenimento.
Poi passava. Perché bastava una sua risata e tutto tornava al suo posto.
Dentro quella risata c’era già tutto: un futuro possibile, mille possibilità.
Non importava cosa sarebbe diventato. Importava che potesse diventarlo.
E allora lo devi difendere.
Dal fuoco, dalle scale, dalle macchine, dagli spigoli.
Dalle parole sbagliate. Dalle mani sbagliate.
Dal mondo, se serve.
Lo devi difendere fino alla fine.
Poi cresce ancora.
E il mondo cambia.
Non ci sono più scale da cui cadere.
Ci sono macerie.
Non ci sono più spigoli.
Ci sono muri che esplodono.
Non ci sono più sconosciuti.
Ci sono nemici.
E allora qualcuno, con la voce ferma e pulita, ti spiega come funziona davvero:
“Non sono bambini.”
Certo.
Perché è più facile così.
Non sono bambini quando dormono.
Non sono bambini quando giocano.
Non sono bambini quando piangono.
Non sono bambini quando restano sotto le macerie.
Sono altro.
Devono essere altro.
Perché se li chiami bambini,
devi fermarti.
Devi esitare.
Devi pensare.
Se li chiami “terroristi”, invece, tutto fila liscio.
Le parole diventano più leggere.
I numeri più digeribili.
Le immagini più lontane.
E allora funziona così:
un corpo piccolo diventa un danno collaterale,
una scuola diventa un obiettivo,
una casa diventa una posizione.
E il conto arriva lo stesso.
Sempre.
Solo che non lo paga chi ha fatto le regole.
Lo paga chi non ha fatto in tempo nemmeno a capirle.
E alla fine resta una cosa sola, semplice, fastidiosa, impossibile da cancellare anche con tutta la retorica del mondo:
era un bambino.
Non un simbolo.
Non una minaccia.
Non una giustificazione.
Un bambino.
Quello che avevi promesso di difendere fino alla fine.
Un bambino resta un bambino, punto. Non diventa “terrorista” per appartenenza geografica, etnica o familiare. Questa non è un’opinione buonista, è diritto internazionale di base: i minori sono civili e vanno protetti, indipendentemente dal contesto. Mischiare deliberatamente bambini e combattenti è esattamente il meccanismo che serve a giustificare qualsiasi violenza. E quando lo fai, non stai più descrivendo la realtà, la stai piegando.






