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NON è COLPA DEL MARE

Racconto sociale

Il mare non c’entra niente

Una riflessione narrativa sulle vite sospese tra fuga, confini, responsabilità umana e memoria.

Autrice: Sara Bianchi

Siamo soli davanti al mare

Siamo soli, tendenzialmente, ad affrontare tutto. Dispersi in un mare pieno di pesci con i quali non riusciamo a coabitare. Siamo soli ad affrontare il mare, ma il mare, in fondo, ci attraversa semplicemente.

Forse abbiamo deciso di lasciarlo fare, di farci attraversare da ciò che non riusciamo ad affrontare, e poi, alla fine, lo stesso mare diventa il colpevole. Ma noi, che ci immergiamo, che responsabilità abbiamo?

Vogliamo nuotare senza riuscire a stare a galla, vogliamo arrivare dall’altra parte senza saper respirare abbastanza, eppure è colpa del mare, perché il mare è pericoloso, è difficile, è vasto.

Ci tuffiamo sfidandolo anche quando dovrebbe essere lasciato lì, nelle sue tormente, e poi, se ci inghiotte, la colpa è del mare. È comodo così. È pulito. È senza colpe umane.

Eppure, nello stesso mare, esiste un mondo parallelo, simile a quello terrestre, un mondo in cui molte vite lottano solo per poterla toccare, quella terra. Non per conquistarla. Non per cambiarla. Solo per restare vivi abbastanza da camminarci sopra.

Io sono Idris

Sono nato in un luogo dove la notte non serve per dormire ma per capire se qualcuno verrà a prenderti. Dove il silenzio non è pace ma attesa. Dove ogni giorno qualcuno sparisce e il giorno dopo si fa finta di niente.

Ho visto uomini portati via senza motivo, ho visto case svuotate, ho visto la fame entrare nelle ossa di chi non aveva più niente da vendere se non il proprio corpo. Ho lavorato per anni senza costruire nulla, ho respirato polvere, paura, rabbia.

E quando ho capito che il futuro non esisteva, che era solo una parola che usavano gli altri, ho deciso di scappare.

Non di partire. Di scappare.

Amina era incinta quando gliel’ho detto. All’inizio non ha parlato. Mi guardava come si guarda qualcuno che sta scegliendo tra due morti diverse. Poi ha appoggiato la mano sulla pancia e ha detto solo: “Non qui.”

Le scarpe rosa

Il nostro tutto stava dentro uno zaino. Pane secco, una bottiglia d’acqua, una maglietta, e quel paio di scarpe rosa.

Le avevo trovate per strada, buttate vicino a un mercato, ancora buone. Le avevo prese senza sapere perché. Quando gliele ho mostrate, Amina ha sorriso piano.

“Se è una femmina,” ho detto. Non abbiamo mai scelto un nome. Era troppo pericoloso affezionarsi a qualcosa che non esisteva ancora.

Il viaggio fino al mare è stato già una perdita. Soldi dati a uomini senza volto, notti passate a terra, ammassati, controllati, spinti. Ogni passo era un pezzo di dignità lasciato indietro. Ogni promessa fatta a qualcuno che non avremmo mai più visto.

Poi il mare

Il gommone era sporco, consumato, troppo piccolo per tutte quelle vite. C’erano bambini, donne, uomini. C’erano nomi: Moussa, che non smetteva di parlare per non pensare. Koffi, che pregava sottovoce. Awa, che stringeva un bambino che non piangeva mai, come se avesse già capito tutto.

E noi, io e Amina, seduti troppo vicini agli altri per avere uno spazio nostro, ma abbastanza uniti da sentirci ancora una cosa sola.

I giorni in mare non sono giorni. Sono attese lunghe fatte di sete, di pelle che brucia di giorno e ghiaccia di notte, di bocche secche e occhi persi all’orizzonte.

Il motore si fermava a volte, e in quel silenzio si sentiva solo il mare muoversi sotto, lento, indifferente. L’acqua finiva. Il cibo finiva prima ancora. Si iniziava a contare tutto: i sorsi, i respiri, i pensieri.

Amina parlava al bambino. Gli raccontava di una casa che non avevamo mai visto, di un letto, di una finestra. Io chiudevo gli occhi e cercavo di costruirla davvero quella casa.

Un pavimento pulito, un odore di cibo, un silenzio che non facesse paura. In quei momenti riuscivo quasi a crederci.

Poi riaprivo gli occhi e c’era solo acqua.

La luce

Qualcuno ha iniziato a delirare. Moussa rideva senza motivo, poi piangeva. Koffi non parlava più. Awa cantava piano, sempre la stessa melodia, come se fosse l’unica cosa che teneva insieme il mondo.

Il terzo giorno — o forse il quarto, nessuno lo sapeva più — abbiamo visto una luce.

Non era un sogno. Era reale. Si muoveva.

La terra sembrava vicina. Così vicina che ho sentito qualcosa rompersi dentro, una speranza troppo grande per essere contenuta. Ho stretto Amina. “Ci siamo,” le ho detto. Lei non ha risposto. Mi guardava come se avesse paura di crederci.

La luce è diventata una nave.

Il primo colpo

Le urla sono arrivate prima delle parole. Una lingua che non capivamo, ma il tono era chiaro. Ordini. Rifiuto. Rabbia.

Abbiamo alzato le mani. Tutti. Come se fosse un gesto universale, come se bastasse a dire: siamo vivi, non sparate.

Il primo colpo ha spaccato il mondo. Non è solo un suono. È una frattura. Divide il prima dal dopo.

Per un attimo nessuno si muove. Poi il secondo colpo. Moussa cade. Non grida. Semplicemente non c’è più.

Awa urla. Il bambino le scivola dalle braccia. Koffi si alza, forse per proteggere qualcuno, forse per istinto, e viene colpito. Cade all’indietro, gli occhi aperti, fissi su qualcosa che non vedrà più.

Il gommone impazzisce. La gente si spinge, si calpesta. Non c’è più direzione, non c’è più pensiero. Solo sopravvivenza cieca.

La perdo davvero

“Amina!” la stringo, ma qualcuno ci separa. Una spinta, un corpo, un urlo. La perdo.

La perdo davvero.

La cerco tra i volti, tra le mani, tra i corpi che si muovono troppo veloci. Non la trovo. Grido il suo nome finché la voce si spezza. Nessuno mi risponde.

L’acqua entra. Prima piano, poi tutta insieme. Il freddo è una lama. Ti toglie il respiro, ti blocca il cuore.

Cerco lo zaino. Lo trovo. Dentro ci sono ancora le scarpe rosa. Le stringo come se fossero vive, come se potessero riportarmi indietro.

Un altro colpo. Poi un altro.

E poi il mare.

Il mare diventa un luogo

Cado. O vengo spinto. Non lo so.

Il mare mi prende senza chiedere. L’acqua mi entra dentro, mi riempie, mi cancella. Provo a nuotare ma le braccia non rispondono, le gambe sono pesi. Intorno a me corpi che si agitano, che spariscono, che smettono.

Provo a pensare ad Amina, al bambino, alla casa. Ma tutto si spegne.

Scendo. E mentre scendo, il mare cambia. Non è più solo acqua. È un luogo.

Ci sono corpi. Tanti. Alcuni interi, altri no. Scheletri che sembrano ancora cercare qualcosa. Vestiti che si muovono piano, come se respirassero. Oggetti: una bambola senza un braccio, una maglietta, una scarpa sola.

Un’altra scarpa.

Non rosa.

Capisco in quel momento che non siamo i primi. Che questo non è un incidente. È un archivio. Un cimitero senza nome.

Le scarpe mi scivolano dalle mani. Le vedo allontanarsi lentamente, leggere, mentre io continuo a scendere.

E poi non sento più niente.

Solo silenzio.

Il mare non ha premuto un grilletto

Dicono che il mare sia il colpevole. Che sia lui a uccidere, che sia lui a inghiottire, che sia lui a decidere.

Ma il mare non ha premuto un grilletto. Non ha urlato ordini. Non ha scelto chi poteva passare e chi doveva sparire.

Il mare non conosce confini, non conosce documenti, non conosce paura. Il mare accoglie tutto, senza distinguere.

Siamo noi che scegliamo.

Siamo noi che costruiamo confini invisibili e li difendiamo con la violenza. Siamo noi che decidiamo che un viaggio per vivere debba diventare una condanna. Siamo noi che guardiamo qualcuno scappare dalla guerra, dalla fame, dalla paura, e trasformiamo quella fuga in una punizione.

Il mare non c’entra niente.

Le scarpe rosa continuano a galleggiare

E mentre tutto finisce, mentre il mio corpo si perde tra gli altri, da qualche parte, in superficie, quelle scarpe rosa continuano a galleggiare. Si muovono piano, spinte da correnti che non fanno domande. Restano intatte, ancora buone, ancora utilizzabili.

Forse arriveranno a riva. Forse qualcuno le troverà. Le prenderà. Le userà. Senza sapere da dove vengono. Senza sapere chi le ha tenute strette fino all’ultimo respiro.

In ricordo di tutte le vittime

Di chi ha attraversato il mare non per scelta, ma per necessità. Di chi ha lasciato la propria terra non per desiderio di altrove, ma per sopravvivenza. Di chi ha affidato il proprio respiro a un orizzonte che prometteva salvezza e ha trovato, invece, silenzio.

Questo racconto non parla del mare. Parla di noi.

Perché il mare non giudica, non seleziona, non respinge. Il mare semplicemente esiste. È la soglia neutra su cui si scaricano le conseguenze delle nostre decisioni, delle nostre paure, delle nostre frontiere disegnate a distanza di sicurezza.

La domanda non è mai stata: “quanto è pericoloso il mare”, ma cosa siamo diventati noi, quando abbiamo iniziato a considerarlo un confine invece che un passaggio.

Le vite che si perdono in acqua non scompaiono soltanto nel buio delle correnti. Restano sospese tra ciò che era possibile e ciò che è stato negato. Restano a ricordarci che ogni viaggio interrotto non è un incidente della natura, ma una frattura della responsabilità umana.

E se il mare continua a restituire oggetti, scarpe, tracce, non è per crudeltà. È per memoria. Una memoria che non vuole essere dimenticata.

Chi dimentica, chi ignora, non fa altro che preparare il terreno perché tutto accada di nuovo.

Perché ciò che non viene visto non smette di esistere. Semplicemente si sposta altrove, fuori campo, fino a quando torna a bussare con un’altra voce, un altro nome, in un altro mare.

— Sara Bianchi

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