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Quanto manca alla pensione,

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

Una nuova morte sul lavoro.
Anzi no: due.

Due corpi usciti di casa al mattino.
Due “ciao, a stasera”.
Due colazioni finite in fretta.
Due porte chiuse alle spalle.
Due tavole apparecchiate.

E poi il vuoto.

Un piatto lasciato sul tavolo.
Anzi no: due piatti.
Fermi.
Come se il tempo, per rispetto, avesse deciso di non passare più.

La pasta si raffredda.
Il bicchiere resta pieno.
La sedia rimane lì, leggermente scostata, pronta ad accogliere qualcuno che non tornerà a dire:
“Scusate, oggi è stata pesante.”

Pesante.

Pesante è il ferro.
Pesante è una trave.
Pesante è un carrello elevatore.
Pesante è il silenzio improvviso di un cantiere quando tutti capiscono che non è più un incidente, ma una sentenza.

E intanto il Paese fa quello che sa fare meglio: si commuove per tre minuti, scrive “basta morti sul lavoro”, mette una faccina triste, poi torna a discutere di calcio, benzina e indignazioni a scadenza breve.

Dall’inizio dell’anno i morti sul lavoro si contano già a centinaia.
Ma noi continuiamo a chiamarli “incidenti”.

Comoda parola, incidente.
Sembra quasi che nessuno c’entri.
Sembra quasi che la sicurezza sia inciampata da sola.
Sembra quasi che i controlli mancati, gli appalti al ribasso, i turni massacranti, la formazione fatta per finta e il risparmio sulla pelle degli ultimi siano fenomeni meteorologici.

Piove.
Nevica.
Muore un operaio.

E poi ci sono quelli che non sono andati a votare ai referendum sul lavoro.

Quelli del “tanto non cambia niente”.
Quelli del “sono tutti uguali”.
Quelli del “non mi riguarda”.
Quelli che hanno lasciato l’urna vuota e oggi magari lasciano un commento pieno di dolore sotto la foto di un morto.

Che miracolo di coerenza nazionale.

Non avete ucciso nessuno con le mani.
No.
Le mani le avete tenute pulite.
Talmente pulite da non usarle nemmeno per votare.

Ma l’assenza è una scelta.
Il silenzio è una posizione.
L’indifferenza è una firma senza inchiostro.

Quando il lavoro diventa una roulette, non basta piangere il morto.
Bisogna chiedersi chi carica il tamburo.

Perché ogni lavoratore che non torna a casa non è solo una tragedia familiare.
È una denuncia.
È un atto d’accusa.
È una crepa nel racconto osceno di un Paese che chiama “dignità” il lavoro, ma spesso tratta la sicurezza come un costo fastidioso.

Stasera ci saranno due piatti fermi su due tavole.
Due famiglie immobili davanti a una sedia vuota.
Due case dove il tempo non passerà come prima.

E domani?

Domani qualcuno dirà ancora:
“Bisogna fare qualcosa.”

Poi arriverà domenica.
Ci sarà da votare, scegliere, contare, pesare, partecipare.

E molti resteranno a casa.

Perché in Italia anche la coscienza, evidentemente, fa il ponte.

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