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“IO SO CHI SONO I COLPEVOLI MA NON NE HO LE PROVE”

PASOLINI: LA DICOTOMIA COME FERITA ITALIANA

Stoccata lunga di Cyrano2

Pasolini non è una figura semplice da maneggiare. E infatti l’Italia, quando non sa maneggiare qualcuno, fa sempre la stessa cosa: lo santifica, lo infanga, lo archivia o lo trasforma in una citazione da salotto. Con Pasolini è successo tutto insieme. Comodo, no? Così nessuno è costretto davvero a guardarlo.

Pasolini è una ferita aperta dentro la coscienza italiana perché porta in sé una dicotomia insanabile.

Da una parte c’è la cultura alta: Dante, il sacro, la poesia, il marxismo, il cristianesimo, la tragedia, la filologia, la lingua italiana trattata come materia viva.
Dall’altra ci sono i bassi borghi: le borgate romane, il sottoproletariato, i ragazzi di strada, i corpi esclusi, il dialetto, la miseria, la fame, il desiderio, la violenza quotidiana.

Tutta l’opera di Pasolini può essere letta come il tentativo, spesso doloroso e contraddittorio, di tenere insieme questi due mondi. Non li pacifica. Non li risolve. Li fa collidere.

E proprio lì nasce la sua forza.

Pasolini non porta la cultura nei bassi borghi come un professore benevolo che scende tra i poveri con la lavagnetta sotto il braccio. Non fa beneficenza estetica. Non dice: “Guardate, anche i poveri sono interessanti”. Fa qualcosa di più radicale: riconosce che in quei corpi marginali, in quei dialetti, in quelle periferie sporche, c’è una forma di verità che la cultura ufficiale non vuole vedere.

La cultura borghese vede degrado.
Pasolini vede tragedia.
Lo Stato vede problema sociale.
Pasolini vede mito.
Il moralista vede peccato.
Pasolini vede sacro caduto nel fango.

In Accattone, il sottoproletario romano non è solo un piccolo sfruttatore, un perdente, un pappone di borgata. È anche una figura tragica. Treccani ricorda che lo scandalo del film non fu soltanto la rappresentazione realistica della borgata, ma la “consacrazione” di volti di ruffiani, ladri e prostitute attraverso uno stile alto, ieratico, ispirato anche alla pittura medievale e rinascimentale. Eccola, la dicotomia pasoliniana: il fango filmato come pala d’altare.

Qui il dubbio diventa centrale.

Pasolini racconta davvero i bassi borghi, o li usa anche come specchio della propria frattura interiore?

La risposta più onesta è: entrambe le cose.

Pasolini guarda le borgate con amore, ma non appartiene fino in fondo a quel mondo. È un intellettuale borghese, coltissimo, raffinato, cresciuto nella lingua, nella letteratura, nella tradizione. Però è anche un uomo che rifiuta la propria classe, o almeno ne avverte la falsità, l’ipocrisia, la sterilità morale. Cerca altrove una verità che nella borghesia non trova più.

E dove la cerca? Nei corpi esclusi. Nei ragazzi di vita. Nei sottoproletari. In ciò che la società educata considera basso, volgare, sporco, pericoloso.

Ma questa ricerca non è innocente. Non può esserlo. Perché Pasolini osserva quel mondo, lo ama, lo desidera, lo trasfigura. E ogni trasfigurazione contiene sempre un rischio: trasformare la realtà in simbolo. Lì dove c’erano persone concrete, con fame vera, violenza vera, miseria vera, Pasolini vede anche una grande allegoria della perdita del sacro.

Questo è il punto filosofico: Pasolini non è solo attratto dalla povertà. È attratto da ciò che la modernità non ha ancora completamente addomesticato.

Per lui il consumismo non è soltanto un sistema economico. È una forza antropologica. Cambia i corpi, le parole, i gesti, i desideri. Non si limita a venderti oggetti: ti ricostruisce dall’interno, ti convince che sei libero mentre ti insegna cosa desiderare. Una genialata, bisogna ammetterlo: la gabbia con dentro lo scaffale promozionale.

Negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, Pasolini elabora proprio questa idea della “mutazione antropologica”: il nuovo capitalismo dei consumi non si limita a sfruttare le classi popolari, ma le assimila, le omologa, le svuota della loro differenza culturale. La tragedia, per lui, è che il popolo non viene più represso soltanto dal potere: viene sedotto.

Qui la dicotomia diventa sociale.

Da un lato il vecchio mondo popolare, povero, violento, arcaico, ma ancora portatore di una sua autonomia culturale.
Dall’altro il nuovo mondo consumista, più ricco, più moderno, più televisivo, ma anche più uniforme, più obbediente, più svuotato.

Pasolini non idealizza semplicemente la miseria. Questo sarebbe caricaturale. Non dice che essere poveri sia bello. Dice una cosa più inquietante: dentro quel mondo marginale sopravviveva ancora una differenza. Una lingua non addomesticata. Una corporeità non del tutto mercificata. Una vitalità non ancora convertita in consumo.

Poi arriva la modernizzazione. Arriva la televisione. Arrivano i nuovi desideri. Arriva l’Italia del benessere, che promette emancipazione e produce imitazione. Tutti vogliono assomigliare allo stesso modello. Tutti vogliono consumare gli stessi oggetti. Tutti vogliono parlare la stessa lingua media. E la periferia non viene liberata: viene colonizzata.

Questa è la grande accusa sociale di Pasolini: il nuovo potere non ha più bisogno soltanto della polizia. Gli basta il desiderio.

Sul piano politico, la dicotomia è ancora più feroce.

Pasolini è marxista, ma non è disciplinato. È di sinistra, ma non è comodo per la sinistra. È antiborghese, ma non accetta la liturgia del progressismo automatico. Critica la Democrazia Cristiana, il potere, la televisione, il consumismo, ma critica anche una certa sinistra che, secondo lui, non comprende più il popolo reale e si accontenta di rappresentarlo in teoria.

È troppo religioso per i laici militanti.
Troppo marxista per i cattolici.
Troppo scandaloso per i conservatori.
Troppo libero per i progressisti ordinati.
Troppo carnale per i moralisti.
Troppo tragico per l’Italia dell’intrattenimento.

Pasolini è l’intellettuale che rompe le caselle. E le società adorano le caselle perché permettono di non pensare. “Di destra”, “di sinistra”, “reazionario”, “progressista”, “scandaloso”, “profeta”: etichette buone per chi non vuole leggere.

Ma Pasolini non funziona così. La sua dicotomia non è debolezza: è metodo. Guarda il mondo da due punti opposti contemporaneamente. Vede il popolo e vede il mito. Vede la politica e vede il corpo. Vede la storia e vede il sacro. Vede la miseria e vede la poesia. E soprattutto vede ciò che molti non volevano vedere: che il nuovo potere non stava semplicemente reprimendo l’Italia, la stava trasformando.

Poi arriva Ostia.

La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pasolini viene ucciso all’Idroscalo. Giuseppe “Pino” Pelosi viene condannato; in primo grado si parla anche di concorso con ignoti, mentre nei gradi successivi resta la responsabilità del solo Pelosi. La verità giudiziaria definitiva si chiude attorno a quella condanna.

Ma la verità storica resta più inquieta. Non perché ogni assassinio debba diventare automaticamente un complotto. Questo è il modo infantile di trattare la storia: quando non capiamo qualcosa, ci inventiamo una regia occulta e ci sentiamo intelligenti. No. Il punto è diverso.

Il caso Pasolini lascia aperte domande perché si colloca in una zona ambigua, dove vita privata, marginalità sociale, violenza, politica e anni Settanta si toccano.

Sul piano sociale, Pasolini muore dentro il mondo che aveva raccontato. Non in un palazzo ministeriale, non in un’aula universitaria, non in un teatro. Muore in uno spazio marginale: Ostia, notte, periferia, corpi, sesso, violenza. È come se la borgata tornasse improvvisamente a reclamare la propria realtà materiale contro la sua trasfigurazione poetica.

La borgata non è più icona.
Non è più volto sacralizzato.
Non è più linguaggio arcaico.
È sangue sulla terra.

E qui la dicotomia si rovescia: Pasolini aveva portato il sacro nel degrado; la sua morte porta il degrado dentro il mito.

Sul piano politico, il dubbio diventa inevitabile. Pasolini era un uomo isolato e scomodo. Aveva accusato il potere democristiano, il nuovo fascismo dei consumi, l’omologazione televisiva, la trasformazione del popolo in massa consumatrice. Stava lavorando a opere estreme, come Salò, e a materiali narrativi e politici durissimi come Petrolio. Questo non dimostra un mandante politico. Ma impedisce anche di liquidare tutto con la formuletta rassicurante del “delitto privato”.

Perché il privato, in Pasolini, non è mai solo privato.

Il corpo è politico.
Il desiderio è politico.
La borgata è politica.
La lingua è politica.
Persino lo scandalo è politico.

Sul piano storico, la morte di Pasolini cade negli anni Settanta italiani: terrorismo, strategia della tensione, neofascismo, servizi deviati, criminalità, conflitti ideologici, apparati opachi. Non basta questo a provare una congiura. Ma basta a rendere sospetta ogni spiegazione troppo pulita, troppo chiusa, troppo comoda. Quando un intellettuale così esposto muore in quel modo, in quel tempo, in quel luogo, la domanda storica non è un capriccio: è un dovere.

La domanda non è: “Chi vogliamo accusare?”
La domanda è: “Che cosa non è stato pienamente chiarito?”

E qui bisogna restare seri.

La verità processuale condanna Pelosi.
La verità culturale dice che quella morte eccede la cronaca.
La verità storica ammette che il caso resta attraversato da ombre, ipotesi, contraddizioni, ritrattazioni, piste mai diventate verità definitiva.

Ecco la dicotomia finale: sentenza e dubbio.

Da una parte ciò che il processo ha stabilito.
Dall’altra ciò che la coscienza storica continua a interrogare.

Pasolini è stato ucciso soltanto da una violenza privata, sessuale, marginale?
Oppure la sua morte è stata anche il punto di collisione tra marginalità sociale, odio politico, criminalità e rimozione collettiva?

Non esiste una risposta definitiva che possa essere pronunciata senza abuso. Ma esiste una certezza culturale: Pasolini è morto dentro la stessa frattura che aveva raccontato per tutta la vita.

Cultura alta e bassi borghi.
Sacro e carne.
Poesia e fango.
Borghesia e sottoproletariato.
Marxismo e cristianesimo.
Desiderio e colpa.
Popolo e potere.
Verità giudiziaria e dubbio storico.

Forse Pasolini non è morto soltanto a Ostia.
Forse Pasolini continua a morire ogni volta che l’Italia riduce la cultura a intrattenimento, la periferia a emergenza, il popolo a pubblico, la politica a slogan e l’intellettuale a soprammobile televisivo.

Muore quando le borgate vengono raccontate solo come degrado, senza chiedersi chi le ha prodotte.
Muore quando il consumo viene chiamato libertà, anche quando è solo obbedienza con il carrello in mano.
Muore quando la televisione sostituisce il pensiero, e oggi potremmo aggiungere i social, così il disastro almeno si aggiorna tecnologicamente.
Muore quando ogni voce scomoda viene prima isolata, poi commemorata, poi neutralizzata.

Pasolini aveva capito una cosa terribile: il potere moderno non distrugge sempre i suoi nemici. A volte li assorbe. Li trasforma in icone, anniversari, citazioni, murales, frasi da condividere. Così non fanno più male.

E allora la vera domanda non è solo chi abbia ucciso Pasolini.

La vera domanda è: che cosa dell’Italia ha avuto bisogno che Pasolini smettesse di parlare?

Perché Pasolini non era soltanto un uomo diviso. Era lo specchio di un Paese diviso: cattolico e cinico, popolare e classista, rivoluzionario a parole e conformista nei gesti, scandalizzato dal sesso ma mansueto davanti al potere, innamorato dei poeti solo quando non possono più disturbare.

La sua dicotomia era la nostra.
Lui la portava nel corpo.
Noi l’abbiamo trasformata in archivio.

E questa, forse, è la stoccata più amara: Pasolini non ci inquieta perché era diverso da noi. Ci inquieta perché aveva visto troppo bene ciò che stavamo diventando.

Cyrano2


Disclaimer

Questo testo è una riflessione critica, filosofica, sociale e storica sulla figura di Pier Paolo Pasolini. Non sostituisce né pretende di correggere la verità giudiziaria sull’omicidio, che resta legata alla condanna di Giuseppe “Pino” Pelosi. Le ipotesi su concorsi esterni, mandanti, piste politiche o criminali appartengono al campo del dibattito storico, giornalistico e investigativo, non a una verità processuale definitivamente accertata.

L’analisi distingue tra fatti documentati, interpretazioni culturali e dubbi storici legittimi. L’obiettivo non è costruire complottismo, alimentare odio politico o trasformare Pasolini in un martire intoccabile, ma leggere la sua figura dentro le contraddizioni dell’Italia: cultura e periferia, potere e marginalità, consumismo e identità, sentenza e memoria. Pasolini va studiato senza santificarlo e senza liquidarlo, perché entrambe le operazioni servono soprattutto a non ascoltarlo.

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