Home / Cultura / Cyrano2 / società / Si chiamava Elia Ferrante

Si chiamava Elia Ferrante

E’ una storia inventata, ma guardando il video quanto è inventata

Si chiamava Elia Ferrante.

Aveva mani sottili, eleganti, quasi sproporzionate rispetto al resto del corpo. Mani da pianista vero. Quelle che sembrano nate per sfiorare i tasti e non per stringere sacchetti della spesa o biglietti stropicciati del tram.

Da ragazzo viveva in un quartiere popolare vicino alla ferrovia. La notte i vetri tremavano quando passavano i treni merci, ma lui riusciva comunque a studiare piano su una vecchia tastiera scordata recuperata da uno zio. Sua madre diceva sempre: “Quando suoni, questa casa sembra meno povera.”

La musica cambiava l’aria. Perfino il padre, uomo duro, operaio, uno che parlava poco e sospirava molto, restava fermo sulla porta ad ascoltarlo senza farsi vedere.

Elia non diventò mai famoso. Non era quel tipo di storia.

Però lavorava. Suonava nei ristoranti eleganti, negli hotel, alle cerimonie. Aveva clienti fissi che lo volevano perché riusciva a capire l’umore delle persone senza guardarle troppo. Se una coppia litigava abbassava il tono. Se qualcuno piangeva in silenzio cambiava melodia. Se una sala diventava arrogante, lui la rendeva malinconica.

La musica era l’unica lingua in cui si sentiva veramente preciso.

Poi incontrò Clara.

Ed era vero.

Lei non si innamorò subito del musicista. Si innamorò dell’uomo impacciato che dopo aver suonato davanti a duecento persone non riusciva a ordinare un caffè senza abbassare gli occhi.

Andarono a vivere insieme in un appartamento piccolo, con il balcone storto e il muro della cucina sempre umido. Però ridevano tanto. Ridevano delle bollette, del frigorifero vuoto, dei vicini che litigavano ogni sera.

E soprattutto parlavano.

Per ore.

Facevano quei discorsi inutili e giganteschi che fanno solo le persone ancora convinte che il futuro abbia tempo da perdere con loro.

Poi nacque Anna.

La bambina aveva l’abitudine di addormentarsi sotto il pianoforte mentre Elia studiava. Lui smetteva di suonare appena sentiva il suo respiro diventare profondo. Restava fermo a guardarla come se non capisse come fosse possibile creare qualcosa di così fragile e perfetto senza romperlo.

Quelli furono gli anni migliori.

Non ricchi. Non facili. Ma vivi.

Poi arrivò lentamente il resto della vita.

I locali iniziarono a chiedere basi registrate invece dei musicisti. “Costa meno.” “È più pratico.” “La gente non ascolta comunque.”

Frasi semplici. Frasi che uccidono mestieri interi senza neppure accorgersene.

Elia cominciò a lavorare meno.

All’inizio cercava di scherzarci sopra. Poi iniziò a diventare silenzioso.

Non arrabbiato. Silenzioso.

È diverso.

Un uomo arrabbiato combatte ancora. Uno silenzioso sta già arretrando.

Clara trovò lavoro in un supermercato. Anna cresceva. Le spese aumentavano. E lui iniziò a sentirsi un mobile ingombrante dentro casa propria.

Provò a reinventarsi. Diede lezioni private. Suonò nei centri commerciali. Perfino sulle navi da crociera per qualche mese.

Ma ogni volta tornava diverso. Più spento.

Perché capiva che la musica che amava non serviva più a nessuno. Non davvero.

La gente voleva rumore, velocità, canzoni da dieci secondi buone per un video verticale da scorrere col pollice mentre magari mangia pasta fredda sul divano. Applausi digitali e attenzione da criceto caffeinato. Evoluzione straordinaria.

Con Clara iniziò una distanza strana.

Nessun tradimento. Nessuna scena drammatica.

Solo due persone che smettono lentamente di raggiungersi.

Lei diventava pratica. Lui diventava nostalgico. Lei parlava di bollette. Lui parlava di Debussy. Lei voleva sicurezza. Lui voleva sentirsi ancora necessario.

Una sera Anna, ormai adolescente, gli disse: “Papà, quando suoni sembri felice. Quando smetti sembri perso.”

Quella frase gli rimase dentro più di qualsiasi insulto.

Passarono gli anni.

La casa venne lasciata. Il matrimonio finì senza odio. Anna si trasferì per studiare lontano.

E Elia iniziò semplicemente a galleggiare.

Non diventò violento. Non impazzì. Non crollò in una tragedia.

Peggio.

Divenne invisibile.

Che è una delle cose più crudeli che possano accadere a una persona.

La gente smetteva di guardarlo negli occhi. Nei bar parlavano sopra la sua voce. Nei colloqui lo trovavano “troppo vecchio”. Per strada sembrava già appartenere al paesaggio urbano, come una panchina o un semaforo.

Ma ogni tanto trovava un piano.

Nelle stazioni. Negli atri. Nelle piazze.

E allora accadeva qualcosa.

Le spalle si rialzavano. Le dita ricordavano. Gli occhi tornavano presenti.

Per pochi minuti non era più l’uomo trasandato con la giacca consumata.

Era Elia Ferrante. Pianista.

E la cosa più dolorosa era vedere le persone fermarsi stupite.

Come se il talento dovesse per forza vivere in un corpo elegante. Come se la dignità avesse bisogno di una cravatta pulita.

Una sera una bambina gli lasciò una moneta vicino al piano.

Lui la fermò. Le restituì i soldi. E le disse sorridendo:

“Io non sto chiedendo niente. Sto solo cercando di ricordarmi chi ero.”

La bambina non capì. Ma la madre sì.

E iniziò a piangere in silenzio.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

� style="margin-left:10px; vertical-align:middle;"> Il tuo browser non supporta l'audio HTML5.