Da piccoli giocavamo con i soldatini.
Gli americani erano verdi.
I tedeschi erano marroni.
Gli indiani avevano piume improbabili.
I carri armati passavano sopra le radici degli alberi come se fossero montagne.
Gli aerei cadevano dal cielo con la stessa leggerezza con cui un bambino lascia cadere un giocattolo quando si stanca.

Le guerre duravano un pomeriggio.
Forse due, se mamma non chiamava prima.
Il campo di battaglia era una zolla di terra, un’aiuola, un pezzo di giardino dietro casa. Il deserto era sabbia rubata da un vaso. Il mare era una pozzanghera dopo la pioggia. La montagna era un sasso. Il confine era una riga fatta con un bastone. Il bunker era una scatola da scarpe. Il ponte era un pezzo di legno. La città era un mucchio di mattoncini messi male, perché anche da piccoli l’urbanistica era già una tragedia, ma almeno non ci moriva nessuno davvero.

Decidevi tu chi avanzava. Decidevi tu chi sparava. Decidevi tu chi cadeva.
Uno lo mettevi disteso nella polvere. Uno lo lasciavi capovolto dentro una buca. Uno lo dichiaravi prigioniero.
Uno, il più fortunato, lo nascondevi dietro una foglia e dicevi: “Lui si è salvato”.
Era tutto feroce e innocente insieme, come solo i giochi dei bambini sanno essere. Perché il bambino imita il mondo senza capirlo. Ripete la guerra come ripete una parola sentita dai grandi: senza sapere quanto sangue c’è dentro.
Poi arrivava la sera.
La voce di tua madre tagliava il campo di battaglia meglio di qualunque tregua internazionale.
“Vieni dentro.” E allora la guerra finiva.
Non c’erano negoziati. Non c’erano conferenze di pace.
Non c’erano risoluzioni ONU ignorate con elegante puntualità, come ormai l’umanità sa fare benissimo. C’era solo una madre che chiamava.
Raccoglievi i soldatini uno a uno. Quelli caduti. Quelli vincitori. Quelli nemici.
Quelli amici.
Li mettevi tutti nella stessa scatola.
E il giorno dopo, miracolo infantile e vigliacco, erano di nuovo tutti vivi.
Il soldatino morto ieri tornava in piedi. Quello senza braccio combatteva ancora Quello schiacciato sotto il carro armato ripartiva come se niente fosse.
La guerra ricominciava, ma senza memoria. Senza lutto.
Senza madri vestite di nero. Senza bambini rimasti sotto terra.
Poi cresci.
E i soldatini spariscono.
O almeno così credi.
Finiscono in cantina, in un sacchetto, in una scatola dimenticata, dietro vecchi quaderni, fotografie, cavi inutili e tutta quella malinconica archeologia domestica che dimostra una cosa semplice: diventare adulti significa perdere oggetti e chiamarla vita.
Poi un giorno accendi la televisione. E i soldatini sono tornati.
Solo che non sono più di plastica.
Non sono più verdi. Non sono più marroni. Non stanno più fermi dove li hai lasciati. Non li puoi raccogliere a fine giornata. Non li puoi rimettere nella scatola. Non puoi dire: “Domani ricominciamo”.
Adesso alcuni hanno la divisa. Altri no. Alcuni hanno un fucile.
Altri una tanica d’acqua. Alcuni guidano carri armati.
Altri spingono carretti con sopra materassi, pentole, coperte, fotografie, bambini, vecchi, malati, pezzi di una casa che non esiste più.
Alcuni hanno scarponi militari.
Altri camminano scalzi.
Alcuni portano elmetti.
Altri portano in braccio fratelli più piccoli.
Alcuni parlano di vittoria.
Altri cercano solo pane.
E poi ci sono loro. I soldatini che non tornano mai nei giochi dei grandi.
Quelli piccoli. Quelli troppo piccoli.
Quelli che non capisci subito perché non sembrano soldati. Non marciano. Non sparano. Non occupano territori. Non fanno proclami. Non rilasciano comunicati. Non hanno generali, ideologie, strategie, alleanze, interessi economici, giacimenti, rotte commerciali, confini tracciati male da adulti morti da tempo e ancora capaci di uccidere.
Non hanno niente. A volte non hanno neppure un nome scritto bene.
Hanno una maglietta sporca. Un piede nudo.
Una mano che cerca qualcuno. Occhi enormi dentro facce troppo magre.
Una bocca piena di polvere.
Un corpo leggero, così leggero che sembra già un’accusa.
Il loro grido di guerra è uno solo:
mamma.
Non “patria”. Non “vendetta”. Non “Dio lo vuole”. Non “resistenza”.
Non “sicurezza nazionale”. Non “operazione militare”. Non “risposta proporzionata”. Non “danno collaterale”.
Solo: mamma.
Sudan.
Yemen.
Congo.
Nigeria.
Palestina.
E mi fermo qui, non perché finisca l’orrore, ma perché a un certo punto anche l’elenco diventa una forma di vigliaccheria. Nominiamo i luoghi come se bastasse pronunciarli per aver fatto qualcosa. Come se dire “Sudan” pulisse il sangue. Come se dire “Yemen” sfamasse qualcuno. Come se dire “Congo” disarmasse un machete. Come se dire “Palestina” ricostruisse una casa. Come se dire “Nigeria” riportasse indietro un bambino rapito, bruciato, affamato, dimenticato.
Milioni di persone travolte.
Milioni di bambini dentro guerre che non hanno votato, non hanno capito, non hanno provocato.
Bambini musulmani. Bambini cristiani.
Bambini ebrei. Bambini animisti.
Bambini senza religione. Bambini con troppa fame per occuparsi di teologia. Bambini che non sanno distinguere un confine da una strada, una bandiera da un lenzuolo, un esercito da un gruppo di uomini armati che gridano.
Prima di ogni bandiera, restano bambini.
Prima di ogni propaganda, restano bambini.
Prima di ogni ragione storica, restano bambini.
Prima di ogni analisi geopolitica, restano bambini.
Punto.
Lo so, è un concetto complicato per chi ha sostituito il cuore con una bacheca social e il cervello con una curva da stadio Davanti ai corpi martoriati, c’è sempre qualcuno che nega.
Davanti a un bambino di tre anni, c’è sempre qualcuno che chiede: “Ma siamo sicuri?”
Davanti a un bambino di due anni, c’è sempre qualcuno che dice: “Bisogna vedere il contesto.”
Davanti a un neonato morto, c’è sempre qualcuno che pretende equilibrio, come se la bilancia morale dell’umanità dovesse pesare anche il cadavere prima di concedergli il diritto al lutto.
Davanti alla fame, alla sete, ai bombardamenti, ai machete, agli ospedali distrutti, ai campi profughi, alle madri che scavano con le mani, ai padri che portano figli avvolti in coperte troppo piccole, ai bambini che smettono di piangere perché il corpo non ha più energia nemmeno per chiedere aiuto, arriva sempre lui: il grande pensatore da divano.
Quello che spiega. Quello che relativizza. Quello che “non è così semplice”.
No, infatti.
Morire di fame a cinque anni è complesso.
Essere sepolti sotto una casa a due anni è geopolitica avanzata.
Bere acqua sporca perché qualcuno ha distrutto pozzi, tubature, mercati e ospedali è una sofisticata questione strategica.
Guardare tua madre morire e non avere più nemmeno una parola per chiamarla è probabilmente materia da convegno.
E poi, certo, i bambini sono pericolosissimi.
Crescono. E questo, per certi adulti, è già un crimine.
Crescono e ricordano.
Crescono e chiedono.
Crescono e portano negli occhi ciò che gli altri volevano cancellare.
Crescono e diventano testimoni.
E il testimone è più scomodo del nemico, perché il nemico puoi demonizzarlo, ma il testimone ti guarda e basta.
Un bambino affamato non accusa solo chi spara.
Accusa chi guarda. Accusa chi cambia canale. Accusa chi dice “non mi riguarda”.
Accusa chi sceglie quali morti meritano lacrime e quali no.
Accusa chi fa graduatorie del dolore in base alla religione, alla bandiera, alla pelle, all’alleanza militare, alla simpatia ideologica del momento.
Perché l’orrore vero non è solo la guerra.
L’orrore vero è l’amministrazione morale della pietà.
Questo bambino sì. Questo bambino no. Questo ci commuove.
Questo è propaganda. Questo è vittima. Questo è statistica.
Questo è nostro. Questo è loro.
Loro.
Che parola comoda.
Loro muoiono sempre più facilmente.
Loro hanno sempre una colpa ereditata.
Loro nascono già sospetti.
Loro, anche quando hanno tre anni, devono dimostrare di essere innocenti.
Da piccoli, quando giocavamo con i soldatini, bastava una mano per rimettere tutti in piedi.
Ora no.
Ora ci sono madri che non riescono più a riconoscere i figli.
Padri che restano seduti accanto a un corpo perché alzarsi significherebbe accettare che è finita.
Fratelli maggiori che diventano adulti in un pomeriggio, con un bambino morto tra le braccia.
Bambine che non giocano più alla mamma, perché la mamma non c’è più.
Neonati che non hanno avuto tempo nemmeno di imparare il mondo prima che il mondo decidesse di crollargli addosso.
E poi ci sono i sopravvissuti. Quelli che fanno ancora più paura.
Perché il morto, almeno, può essere archiviato. Il sopravvissuto no.
Il sopravvissuto cammina. Ricorda.
Sogna male. Sobbalza ai rumori. Nasconde il pane.
Cerca una madre che non tornerà. Tiene stretta una scarpa, una fotografia, un pezzo di stoffa, l’ultima prova che prima dell’inferno esisteva una casa.
Da piccoli, i soldatini tornavano vivi nella scatola. Questi no.
Questi restano nei sacchi bianchi.
Nei registri incompleti. Nelle fotografie censurate. Nei nomi pronunciati male.
Nei numeri contestati da chi ha bisogno di una cifra precisa per decidere se provare pietà.
Restano sotto le macerie. Nei campi profughi. Nelle fosse comuni.
Nei reparti pediatrici senza medicine. Nei camion degli sfollati. Nelle tende bagnate. Nelle braccia vuote di chi li ha portati al mondo e non è riuscito a proteggerli da questo capolavoro dell’intelligenza adulta chiamato guerra.
E allora la stoccata è questa:
non esistono bambini collaterali.
Esistono bambini uccisi.
Esistono adulti che hanno inventato parole pulite per rendere presentabile l’orrore.
“Danno collaterale.”
“Operazione.”
“Obiettivo sensibile.”
“Errore.”
“Necessità.”
“Risposta.”
“Conseguenza inevitabile.”
Che meraviglia la lingua quando deve lavare il sangue dalle mani dei potenti. Una lavanderia morale aperta ventiquattr’ore su ventiquattro.
Ma un bambino morto non è una conseguenza. È una condanna.
Non per lui. Per noi.
Per chi spara.
Per chi ordina.
Per chi finanzia.
Per chi giustifica.
Per chi nega.
Per chi tace.
Per chi trasforma il dolore dei bambini in tifoseria. La guerra dei soldatini finiva quando mamma chiamava. La guerra vera continua anche quando le madri chiamano.
Perché nessuno risponde.
E forse è proprio qui che finisce l’infanzia: quando capisci che nel mondo reale non basta raccogliere i morti, chiudere una scatola e aspettare domani.
Domani non tornano vivi. Domani mancano. Domani c’è un piatto vuoto.
Un letto vuoto. Una voce in meno. Una madre che continua a sentire “mamma” anche quando nessuno la chiama più.
E chi davanti a questo riesce ancora a dire “dipende”, non ha un’opinione diversa. Ha solo perso il diritto di chiamarla umanità.
Dati essenziali per Paese
Aggiornamento: maggio 2026. I numeri sui morti sono spesso stime incomplete: nelle guerre, persino la morte viene sottostimata. Comodo, no?
| Paese / area | Quadro economico-sociale | Fame, bambini, sfollati | Morti / vittime |
|---|---|---|---|
| Sudan | Guerra civile dal 2023 tra esercito e RSF; economia devastata, agricoltura colpita da violenze, carburanti e fertilizzanti in aumento. | Circa 19,5 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta; oltre 825.000 bambini a rischio morte per malnutrizione severa nel 2026. | Le stime variano enormemente: fonti recenti parlano di oltre 59.000 morti documentati, mentre analisi più ampie indicano possibili 150.000-400.000 morti complessivi tra violenza, fame e collasso sanitario. |
| Yemen | Economia frammentata, istituzioni divise, petrolio bloccato, rial instabile; la Banca Mondiale segnala contrazione economica e bisogni umanitari gravissimi. | Circa 23,1 milioni di persone avranno bisogno di assistenza nel 2026; oltre 17 milioni soffrono la fame; milioni di bambini sono malnutriti. | UNDP stimava già 377.000 morti entro fine 2021, diretti e indiretti, molti per fame e malattie; oltre 150.000 morti diretti nel conflitto secondo ricostruzioni citate da AP. |
| Repubblica Democratica del Congo | Paese ricchissimo di minerali strategici ma con povertà estrema altissima; la crescita economica non si traduce in riduzione reale della miseria. | Almeno 14,9 milioni di persone necessitano aiuto umanitario nel 2026; oltre 8 milioni risultano sfollati o rifugiati secondo dati UE/OCHA. | Nel solo assalto/offensiva su Goma del 2025-26 le stime vanno da 900 a 2.000 morti; massacri locali continuano, con decine di morti in singoli attacchi. |
| Nigeria | Grande economia africana, ma con povertà elevata, inflazione alimentare, insicurezza nel nord-est e banditismo nel nord-ovest. La Banca Mondiale prevede crescita moderata ma povertà ancora intorno al 50% nel 2026. | Quasi 35 milioni di persone rischiano fame acuta nel 2026; circa 3 milioni di bambini sotto i 5 anni richiedono cure salvavita per malnutrizione severa. | Nel 2025 Reuters riporta oltre 4.000 morti nei primi otto mesi nelle aree colpite da violenza e insurrezione; il conflitto Boko Haram/banditismo continua a causare migliaia di vittime. |
| Palestina / Gaza | Economia e servizi pubblici devastati; istruzione, sanità, lavoro e infrastrutture colpiti in modo sistemico. | UNICEF riporta, al 3 febbraio 2026, 71.803 palestinesi uccisi a Gaza, inclusi almeno 21.289 bambini, e 171.230 feriti, inclusi 44.500 bambini. | Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, OCHA e Reuters riportano nuove vittime: oltre 700-900 morti palestinesi nelle fasi successive, secondo aggiornamenti tra aprile e maggio 2026. |
Chiusura Cyrano2
La guerra non uccide solo quando esplode.
Uccide quando affama.
Quando disidrata.
Quando chiude un ospedale.
Quando trasforma un bambino in una statistica e poi pretende pure il diritto di dubitare della sua morte.
Il punto non è scegliere quale bambino meriti più lacrime.
Il punto è smettere di comportarsi come se la pietà avesse dogana, passaporto e controllo religioso all’ingresso.
Perché quando un bambino muore, non muore “un futuro terrorista”, “un danno collaterale”, “un effetto inevitabile”. Muore un bambino. E chi non riesce più a partire da questo, non ha un’opinione: ha un guasto morale.
Livello di confidenza: alto sui dati umanitari principali ONU/UNICEF/WFP/OCHA/Banca Mondiale; medio sui morti complessivi, perché in Sudan, Congo, Nigeria e Yemen le vittime reali sono spesso sottostimate, frammentate o politicamente contestate.





