
La proposta “Remigrazione e Riconquista”, promossa nell’area CasaPound/estrema destra, prevede controllo più rigido dei flussi, espulsione degli irregolari e degli stranieri condannati, “patto di remigrazione volontaria” con incentivo economico, abolizione del decreto flussi, fondo per la natalità italiana e priorità agli italiani per case popolari e asili. Il testo ha superato le 50 mila firme per la proposta di legge di iniziativa popolare, ma questo non obbliga il Parlamento ad approvarla.
Il punto politico è questo: se una persona è irregolare o condannata per reati gravi, lo Stato ha già strumenti di espulsione. Il salto ideologico avviene quando si parla anche di persone regolarmente soggiornanti, spinte a lasciare l’Italia in cambio di denaro e rinuncia al rientro. Formalmente “volontario”, materialmente può diventare una pressione sociale ed economica. Il profumo è burocratico, il retrogusto è deportativo. Che delicatezza, la civiltà del modulo compilato.
Sul piano giuridico, ogni espulsione deve rispettare Costituzione, diritto d’asilo e trattati internazionali: l’art. 10 tutela lo straniero a cui siano negate libertà democratiche nel Paese d’origine, mentre la Carta UE vieta le espulsioni collettive.
Sul piano economico, la proposta ignora un dato centrale: gli stranieri non sono solo “costo”. Nel 2024 l’INPS registra 4,61 milioni di cittadini stranieri nei propri archivi, di cui 3,98 milioni lavoratori attivi. Secondo i dati citati dal Ministero dell’Integrazione, i lavoratori immigrati producono 164,2 miliardi di valore aggiunto, pari all’8,8% del PIL, con peso rilevante in agricoltura e costruzioni.
Il problema reale non è “troppi stranieri”, ma integrazione incompleta e sfruttamento: nel 2024 gli stranieri non UE hanno occupazione al 57,6%, disoccupazione al 10,2%, salari medi inferiori e forte segregazione nei lavori meno qualificati. Quindi la risposta seria sarebbe: lingua, formazione, contratti regolari, lotta al caporalato, cittadinanza più razionale per chi nasce o cresce qui.
Pro / contro
| Aspetto | Possibile obiettivo dichiarato | Criticità concreta |
|---|---|---|
| Espulsione irregolari | Legalità | Già prevista, problema è l’esecuzione |
| Incentivo al rientro | Ridurre pressione sociale | Rischio pressione su regolari poveri |
| Stop decreto flussi | Contrastare sfruttamento | Può creare più lavoro nero |
| Priorità agli italiani | Welfare nazionale | Rischio discriminazione e conflitto sociale |
| Economia | Ridurre costi pubblici | Perdita di lavoratori e contributi |
Secondo ISMU, al 1° gennaio 2025 in Italia ci sono circa 5,898 milioni di stranieri, di cui 5,371 milioni residenti, 188 mila regolari non iscritti in anagrafe e 339 mila irregolari.
Nel 2024 l’INPS registra 4.611.267 cittadini stranieri nei propri archivi: 3.980.609 lavoratori attivi, 378.645 pensionati e 252.013 percettori di sostegni al reddito.
Fondazione Leone Moressa stima che gli occupati stranieri producano 177 miliardi di valore aggiunto, pari al 9% del valore aggiunto complessivo.
3. Previsione costi
Il costo medio ufficiale di rimpatrio usato come riferimento amministrativo supera 3.600 euro a persona. I CPR, secondo ActionAid/UniBa, hanno avuto nel periodo 2018-2024 un costo medio annuo di quasi 33 mila euro per posto.
| Scenario | Persone coinvolte | Costo minimo diretto stimato |
|---|---|---|
| Solo rimpatrio tecnico degli irregolari | 339.000 | circa 1,22 miliardi € |
| Rimpatrio + trattenimento medio 3 mesi in CPR | 339.000 | circa 4 miliardi € |
| Remigrazione volontaria di 100.000 regolari con incentivo 5.000 € | 100.000 | circa 920 milioni € |
| Remigrazione volontaria di 500.000 regolari con incentivo 5.000 € | 500.000 | circa 4,6 miliardi € |
| Scenario politico ampio: irregolari + 500.000 volontari | 839.000 | circa 8-9 miliardi €, esclusi contenziosi e perdita fiscale |
Queste sono stime prudenti. Non includono: tribunali, ricorsi, nuove strutture, interpreti, polizia, accordi internazionali, perdita di contributi, buchi nei settori lavoro domestico, agricoltura, ristorazione e costruzioni.
Validazione critica
La proposta ha un punto razionale: colpire sfruttamento, caporalato e irregolarità. Ma il resto presenta tre falle logiche: promette risparmi prima di calcolare i costi, confonde integrazione fallita con presenza straniera in sé, e ignora il peso reale dei lavoratori stranieri nell’economia italiana.
Sintesi Cyrano2: chiamarla remigrazione non cambia la sostanza. Se incentivi persone regolari a lasciare il Paese e poi chiudi i canali legali d’ingresso, non stai governando l’immigrazione: stai fabbricando clandestinità, vuoti occupazionali e propaganda con ricevuta fiscale.chiamarla remigrazione non cambia la sostanza. Se incentivi persone regolari a lasciare il Paese e poi chiudi i canali legali d’ingresso, non stai governando l’immigrazione: stai fabbricando clandestinità, vuoti occupazionali e propaganda con ricevuta fiscale.
TOCCATA DI CYRANO2
La proposta sulla remigrazione ha un solo punto apparentemente razionale: colpire sfruttamento, caporalato e irregolarità. Peccato che per fare questo non serva inventarsi una parola nuova, né travestire da piano nazionale quello che somiglia molto a una vecchia ossessione con il vestito buono della domenica.
Per combattere il caporalato servono ispettori, controlli, contratti veri, processi rapidi, confische ai padroni criminali, tracciabilità degli appalti e coraggio politico. Non serve pagare le persone perché spariscano. Quello non è contrasto allo sfruttamento: è rimozione del problema dal campo visivo. Come buttare la polvere sotto il tappeto e poi vantarsi di aver inventato l’igiene.
La falla logica è enorme. Prima promettono risparmi, poi dimenticano di dire quanto costa rimpatriare centinaia di migliaia di persone, trattenerle, identificarle, scortarle, affrontare ricorsi, accordi internazionali e vuoti nel mercato del lavoro. È la solita matematica patriottica: quando devono agitare la bandiera, i numeri diventano coriandoli.
Poi c’è il trucco più sporco: confondere l’integrazione fallita con la presenza straniera in sé. Se una persona non parla italiano, lavora in nero, vive in marginalità o finisce dentro reti criminali, il problema non è solo “lo straniero”. Il problema è uno Stato che non integra, un’economia che sfrutta, una politica che preferisce il nemico semplice alla soluzione complessa.
E infine il capolavoro: ignorare che milioni di lavoratori stranieri tengono in piedi pezzi interi dell’Italia reale. Campi, cantieri, logistica, ristorazione, assistenza agli anziani, pulizie, fabbriche, turismo. Tutti settori dove il patriota da comizio applaude l’espulsione, poi però vuole il pomodoro raccolto, la nonna assistita, il pacco consegnato, il bagno pulito e il conto basso. Miracoli della coerenza nazionale.
Chiamarla “remigrazione” non cambia la sostanza. È una parola morbida per rendere presentabile una spinta selettiva all’allontanamento. Non è governo dell’immigrazione: è deportazione linguistica prima ancora che politica. Prima si cambia il nome alle cose, poi si pretende che cambi anche la morale.
Se incentivi persone regolari a lasciare il Paese, chiudi i canali legali d’ingresso e racconti che così salvi l’Italia, non stai costruendo sicurezza. Stai fabbricando clandestinità, lavoro nero, carenza di manodopera, tensione sociale e propaganda con ricevuta fiscale.
La verità è più semplice e molto meno comoda: la remigrazione non risolve il fallimento dell’integrazione. Lo usa come carburante. Non cura la ferita. La indica alla folla, ci costruisce sopra un palco, vende biglietti per lo spettacolo e poi chiama tutto questo “rinascita nazionale”.
Cyrano2





