Le baby gang e l’odio imparato dagli adulti
Quando il branco colpisce il migrante, la società scopre troppo tardi che le parole hanno fatto scuola.
Il racconto
Ci sono storie che sembrano nascere all’improvviso, come se la violenza cadesse dal cielo una mattina qualunque, senza radici, senza padri, senza maestri. Un uomo cammina per strada, un gruppo di ragazzi lo circonda, qualcuno ride, qualcuno filma, qualcuno colpisce. Poi arrivano i titoli, le dichiarazioni, le frasi già pronte: “baby gang”, “bravata”, “disagio giovanile”, “episodio isolato”.
Parole comode. Parole pulite. Parole che servono soprattutto a non guardare troppo da vicino lo sporco che abbiamo prodotto.
Le radici
Perché quei ragazzi non nascono violenti dal nulla. Non vengono al mondo sapendo odiare uno straniero, un migrante, un uomo solo. Nessun bambino cresce spontaneamente con l’idea che un corpo possa valere meno di un altro perché ha un accento diverso, una pelle diversa, una storia diversa. Quell’odio si impara. Si respira. Si ascolta. Si assorbe.
Lo si impara dagli adulti che chiamano “invasori” esseri umani arrivati da Paesi devastati dalla fame, dalla guerra o dalla povertà. Lo si impara dai social, dove ogni giorno la paura viene trasformata in rabbia e la rabbia in identità. Lo si impara dalla politica, quando riduce persone in carne e ossa a slogan da campagna elettorale. Lo si impara nelle case, nei bar, nei commenti sotto i post, nelle frasi buttate lì con leggerezza, come se le parole non avessero conseguenze.
Poi, un giorno, quella conseguenza prende forma. Diventa branco.
Il branco
Il branco è la vigliaccheria che si traveste da coraggio. È il luogo in cui chi da solo non saprebbe nemmeno sostenere uno sguardo, in gruppo si sente forte abbastanza da spingere, inseguire, picchiare, umiliare. Uno colpisce, uno riprende, uno ride, uno guarda. Nessuno si sente davvero responsabile, perché la responsabilità, quando viene divisa tra molti, sembra quasi sparire. Peccato che il dolore, invece, resti intero sul corpo della vittima.
I casi
Taranto
A Taranto, Sako Bakari, bracciante agricolo originario del Mali, è stato ucciso a coltellate. La cronaca ha parlato di un’aggressione attribuita a una baby gang, con il coinvolgimento di giovani, anche minorenni.
Belluno
A Belluno, un cittadino egiziano di 46 anni è stato aggredito in pieno centro da sei ragazzi, tra cui due minorenni: inseguito, colpito con calci e pugni, lasciato a terra mentre qualcuno filmava.
Due luoghi diversi, due storie diverse, una stessa domanda che resta sospesa: che cosa stiamo insegnando ai ragazzi?
Il fallimento adulto
Perché è troppo facile fingere stupore quando la violenza esplode. È troppo comodo indignarsi dopo, quando prima si è lasciato che il veleno circolasse indisturbato. Gli adulti seminano disprezzo, poi si scandalizzano se i ragazzi raccolgono odio. Prima trasformano il migrante in nemico, poi si chiedono come mai un adolescente lo tratti da bersaglio. Prima accendono il fuoco, poi si presentano davanti alle telecamere vestiti da pompieri.
È questa l’ipocrisia più insopportabile.
Non tutte le aggressioni contro uno straniero sono automaticamente razziste, e bisogna dirlo con onestà. Nel caso di Belluno, per esempio, il movente razziale non risulta accertato dalle informazioni disponibili. Ma sarebbe altrettanto disonesto ignorare il clima generale in cui certi episodi maturano. Quando una società abitua i propri figli a pensare che alcuni esseri umani valgano meno, prima o poi qualcuno prenderà sul serio quella lezione.
È nato prima di loro. Ha parlato prima di loro. Ha scritto prima di loro. Ha urlato prima di loro. Si è travestito da opinione, da sicurezza, da difesa dei confini, da buon senso popolare. Ha riempito comizi, video, chat, discussioni familiari. Ha trasformato la fragilità in colpa e la diversità in minaccia.
Poi, quando un migrante cade a terra, tutti scoprono improvvisamente l’emergenza educativa.
No. Non è solo emergenza educativa. È fallimento adulto.
È il conto che arriva dopo anni passati a usare gli ultimi come bersaglio. È la ricevuta di una società che ha scambiato la crudeltà per sincerità e la paura per pensiero politico. È il risultato di una pedagogia miserabile, dove ai ragazzi non si insegna a capire il dolore degli altri, ma a trovare qualcuno più debole su cui scaricare il proprio.
La stoccata
La stoccata è semplice, e proprio per questo fa male: quando un adulto chiama un migrante “invasore”, non sta soltanto parlando. Sta consegnando a qualcuno più giovane una licenza morale. Gli sta dicendo che quell’uomo non è davvero un uomo, ma un problema. Non una vita, ma una minaccia. Non una persona, ma un nemico.
E quando il nemico viene inseguito, picchiato, filmato, umiliato o ucciso, non chiamatela sorpresa.
Articoli sui fatti citati
Taranto, Sako Bakari:
Sky TG24, “Omicidio a Taranto, fermato il sesto componente della baby gang”.
Apri l’articolo Sky TG24
Belluno, cittadino egiziano aggredito:
RaiNews Veneto, “Aggredito in centro in piena notte, denunciati sei giovani”.
Apri l’articolo RaiNews Veneto
Belluno, secondo articolo:
Corriere del Veneto, “Sei ragazzi, due minorenni, picchiano un uomo di 46 anni mentre è a terra e condividono il video online”.
Apri l’articolo Corriere del Veneto







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