CARO MONDO

non credo che riuscirai a capirmi fino in fondo.
Forse perché nemmeno io ho capito esattamente quando ho iniziato a perdermi.
Non c’è stato un giorno preciso. Nessuna tragedia improvvisa. Nessun evento capace di spiegare da solo tutto quello che è successo.

È stato qualcosa di lento.
Una goccia dopo l’altra.
Una ferita dopo l’altra.
Una parola dopo l’altra.

All’inizio era soltanto tristezza. Una tristezza che andava e veniva come il cattivo tempo. Pensavo sarebbe passata. Pensavo che crescere avrebbe sistemato ogni cosa, che il futuro avrebbe portato con sé risposte, occasioni, felicità.


Invece il tempo è passato e quella tristezza ha imparato a vivere dentro di me.
È diventata stanchezza.
Poi silenzio.
Poi solitudine.
Fino a trasformarsi in una presenza costante.

La cosa più spaventosa del dolore non è quando arriva.
È quando diventa normale.
Quando ti abitui a svegliarti con un peso sul petto.
Quando ti abitui a sentirti fuori posto.
Quando smetti perfino di immaginare una vita diversa.

Eppure ci ho provato.
Solo io so quanto ci ho provato.

Ho cercato la bellezza nelle cose semplici. Nei tramonti. Nella musica. Nei libri. Nelle persone che amavo. Ho cercato motivi per restare anche quando ogni parte di me voleva arrendersi.
Mi sono aggrappata a tutto ciò che potevo.

Ma a volte restare a galla non significa vivere.
Significa soltanto non affondare.
E io galleggiavo da anni.

Molti pensano che il dolore nasca da grandi tragedie.
Nel mio caso è stato diverso.
Io sono stata costruita e distrutta dalle parole.
Frasi che chi le ha pronunciate probabilmente ha dimenticato il giorno stesso.

“Sei troppo sensibile.”
“Non ce la farai mai.”
“Guarda gli altri.”
“Perché non puoi essere come loro?”
“Te la prendi sempre per tutto.”

All’inizio erano soltanto parole.
Poi sono diventate dubbi.
Poi convinzioni.
Infine verità.

Ogni giudizio trovava un posto dentro di me.
Ogni confronto diventava una prova della mia inadeguatezza.
Ogni fallimento confermava ciò che ormai credevo da tempo: di essere sbagliata.

A un certo punto non ho più avuto bisogno che qualcuno mi ferisse.
Lo facevo da sola.
Sono diventata la persona più crudele della mia vita.

Mi giudicavo per ogni errore.
Per ogni lacrima.
Per ogni debolezza.
Per ogni paura.

Mi guardavo allo specchio e vedevo soltanto ciò che mancava.
Mai ciò che avevo.
Mai ciò che ero riuscita a superare.
Mai ciò che valeva la pena amare.

Così ho imparato a nascondermi.
Ridevo quando era necessario ridere.
Sorridevo quando era necessario sorridere.
Dicevo che andava tutto bene, soprattutto quando non era vero.

Nessuno si accorge di quanto sia faticoso fingere.
Nessuno immagina quanta energia serva per sembrare vivi quando dentro ti senti già scomparire.

E mentre io imparavo a recitare quella parte, anche la mia famiglia combatteva le proprie battaglie.

Mamma.
Papà.
Se state leggendo queste parole, vi prego di continuare fino alla fine.

So che cercherete un colpevole.
So che quel colpevole diventerete voi.
Vi conosco.

Papà ripercorrerà ogni conversazione, ogni litigio, ogni giorno in cui era troppo stanco per fermarsi ad ascoltare.
Mamma si domanderà come abbia fatto a non vedere.
Penserà che una madre dovrebbe sempre accorgersene.
Che avrebbe dovuto capire.
Che avrebbe dovuto salvarmi.

Ma la verità è diversa.
Io vi ho osservati per tutta la vita.
Vi ho visti rincorrere il lavoro, i problemi, le bollette, le preoccupazioni. Vi ho visti tornare a casa esausti. Vi ho visti sacrificare voi stessi per costruire una vita migliore.

E forse è stato proprio questo il problema.
Non perché non mi abbiate amata.
Ma perché il mondo al quale scrivo stava consumando anche voi.
Vi rubava il tempo.
Le energie.
La serenità.

E mentre cercavate di tenere insieme tutto il resto, io imparavo a nascondere il mio dolore sempre meglio.
Non volevo diventare un’altra preoccupazione.
Non volevo aggiungere peso alle vostre spalle.

Così ho continuato a dire che andava tutto bene.
Anche quando dentro di me stava crollando tutto.

Per questo vi chiedo una cosa.
Non trasformate la mia sofferenza nella vostra condanna.
Non raccontatevi la storia di essere stati genitori incapaci.
Non lo siete stati.

Siete stati esseri umani.


Fragili.
Stanchi.
Imperfetti.
Come tutti.

La verità è che nessuno mi ha uccisa.
Non una singola persona.
Non un singolo evento.

Mi hanno consumata anni di silenzi.
Anni di parole rimaste dentro.
Anni trascorsi a sentirmi invisibile.
Anni passati a credere di valere meno degli altri.

E forse anche una società che continua a insegnarci come avere successo ma non come sopravvivere al dolore.

Caro Mondo che misuri il valore delle persone attraverso risultati, denaro, immagine e approvazione,che applaudi chi ce la fa e dimentichi chi resta indietro.
Tu cosi pieno di persone sole che fingono di stare bene.
Persone che ogni giorno combattono guerre invisibili mentre il resto continua a correre.

Io sono stata una di loro.
E non sono orgogliosa di quello che sto per fare.

Non c’è coraggio.
Non c’è eroismo.
Non c’è nulla di romantico.
C’è soltanto una stanchezza così profonda da aver divorato ogni speranza.

Ma se queste parole sopravvivranno a me, allora vorrei che servissero a qualcosa.
Vorrei che imparaste ad ascoltare davvero.
A fermarvi.
A guardare oltre i sorrisi.
A prendere sul serio il dolore degli altri prima che sia troppo tardi.

Perché ogni persona che incontrate sta combattendo una battaglia che non potete vedere.
E a volte basta una parola per ferire qualcuno.
Ma basta anche una parola per salvarlo.

Io avrei voluto restare.
Più di quanto possiate immaginare.
E questa, forse, è la parte più triste di tutta la storia.


Caro mondo,
ho letto questa lettera. L’ho trovata giù dalle scale, vicino a un’ambulanza. Non so chi l’abbia scritta per primo, ma so che non posso far finta di non averla vista.

E adesso sono io a scriverti.
Non come voce singola, ma come qualcuno che ha scelto di fermarsi un attimo davanti a quello che troppo spesso scivola via senza rumore.

Non voglio analizzare, non voglio spiegare, non voglio nemmeno aggiustare le parole. Voglio soltanto interrogarti.

Perché troppe volte queste storie vengono archiviate in fretta. Notizie brevi. Frasi dette a metà. E poi silenzio.

Ma ogni volta c’è una vita che non è stata solo un epilogo. C’è stata una quotidianità, ci sono stati giorni normali, ci sono state persone giovani soprattutto — e questo è il punto che mi colpisce di più — che ti hanno attraversato e spesso anche tu non sei stato capace di vederle davvero.

Non è una questione di colpe individuali. Non è mai solo questo. È una questione più larga, più scomoda.

Che tipo di società stiamo costruendo, se così tanti giovani arrivano a sentirsi fuori posto dentro la propria stessa vita?
Che tipo di linguaggio usiamo tra di noi, se le parole possono diventare pesi che si accumulano senza che nessuno se ne accorga?
Che tipo di ascolto pratichiamo, se il dolore deve diventare evidente per essere preso sul serio?

Io non ho risposte definitive. E forse non è nemmeno quello il punto.

Il punto è che continuiamo a raccontare queste storie come eccezioni, quando ormai sono diventate segnali ripetuti. E ogni segnale ignorato diventa una forma di responsabilità collettiva.

Non parlo per accusare qualcuno in particolare. Parlo perché il silenzio attorno a questi temi è diventato troppo comodo. Perché è più facile dire “non si poteva sapere” che chiedersi “abbiamo davvero visto oltre il confine?”

Questo testo non vuole aggiungere dolore al dolore. Vuole portarlo allo scoperto.

Perché finché resta nascosto, sembra sempre un problema distante. Ma non lo è. È vicino. È quotidiano. È dentro le case, le scuole, le relazioni, le chat, le stanze chiuse.

E allora sì, mondo, ti interrogo.
Non per ottenere una risposta immediata.
Ma per vedere se sei ancora disposto a farti la domanda giusta.
Prima che sia troppo tardi ancora una volta.

A chi ha scritto questa lettera ormai calpestata da chi ti ha soccorso..

A chi non c’è più. Io chiedo Scusa..

qualcosa, da qualche parte, non ha retto insieme a te.

E questo basta per abbassare lo sguardo per sentirci tutti responsabili per provare vergogna.

Non è una frase poetica.È un limite.

Il limite di ciò che siamo riusciti a fare, a vedere, a capire.

Non posso restituirti niente.Non il tempo.Non le possibilità.Non le strade che non si sono aperte.

Posso solo riconoscere che esistevi.

Che eri qui.

Che avevi un posto nei giorni prima che quel posto diventasse troppo stretto, troppo confuso, troppo silenzioso.

E questo riconoscimento, per quanto tardi, è l’unica forma di rispetto che oggi riesco a offrire.

Non è abbastanza.

Non lo sarà mai…

Sara Bianchi

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