un esempio bello ed educativo il CPA
Storia evolutiva dei CPA / centri sociali autogestiti
Per CPA intendo qui i Centri Popolari/Politici Autogestiti, dentro la famiglia più ampia dei centri sociali occupati e autogestiti. In pratica: spazi sottratti all’abbandono urbano e trasformati in luoghi politici, culturali, musicali, sociali. Poi, naturalmente, lo Stato li chiama “problema di ordine pubblico”, perché la fantasia amministrativa italiana ha sempre avuto la profondità di un modulo in triplice copia.
1. Le radici: anni ’60 e ’70
I CPA nascono dall’eredità del Sessantotto, delle lotte operaie, studentesche e dei movimenti extraparlamentari. All’inizio molte occupazioni riguardano case, fabbriche dismesse, edifici vuoti, luoghi lasciati al degrado. L’idea è semplice: se uno spazio pubblico o privato resta inutilizzato mentre mancano luoghi di socialità, politica e cultura, lo si riapre dal basso. I primi centri sociali autogestiti si sviluppano soprattutto dalla metà degli anni Settanta, in città come Milano, Roma, Torino e Bologna.
La matrice politica è varia: autonomia operaia, anarchismo, comunismo radicale, collettivi studenteschi, movimento punk, controculture giovanili. Non erano “locali alternativi”. Erano pezzi di città dove si provava a costruire socialità fuori dal mercato.
2. Anni ’80: dal conflitto politico alla controcultura urbana
Negli anni Ottanta, dopo la repressione degli anni di piombo e il riflusso dei movimenti, i centri sociali cambiano pelle. Meno centralità della fabbrica, più attenzione alla vita metropolitana: musica, punk, autoproduzioni, radio libere, fanzine, assemblee, mense popolari, sportelli sociali, lotte contro eroina, marginalità e solitudine urbana.
Qui il centro sociale diventa una specie di “infrastruttura povera” della periferia: non solo ideologia, ma spazio materiale. Dove lo Stato arretra e il mercato seleziona, qualcuno occupa. Rozzo, conflittuale, imperfetto, ma almeno vivo.
3. Fine anni ’80 e anni ’90: esplosione nazionale
Tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta arriva la grande espansione. Il caso Leoncavallo a Milano, il movimento studentesco della Pantera, le lotte antirazziste, antimilitariste e antifasciste alimentano una nuova stagione. Secondo ricostruzioni storiche, in questa fase si arriva a oltre cento esperienze diffuse in Italia.
Negli anni Novanta i centri sociali diventano anche motori culturali: posse, rap politico, reggae, concerti, autoproduzione editoriale, reti informatiche alternative, campagne contro il razzismo e contro la repressione. Alcuni centri entrano in relazione con movimenti come le Tute Bianche, altri restano più autonomi, anarchici o territoriali.
4. La questione decisiva: legalizzazione o conflitto
Dagli anni Novanta in poi si apre una frattura interna:
alcuni centri scelgono forme di regolarizzazione, diventando associazioni, ottenendo concessioni o contratti; altri rifiutano la legalizzazione perché la vedono come perdita di autonomia. La distinzione tra CSOA e CSA riflette proprio questo passaggio: da “occupato autogestito” a “autogestito” ma in forma più riconosciuta.
Qui nasce il dilemma storico: se ti istituzionalizzi sopravvivi meglio, ma rischi di diventare innocuo; se resti completamente fuori, mantieni radicalità ma vivi sotto minaccia continua di sgombero. Una scelta comoda, infatti, non esiste. Strano, per una volta la realtà non ha letto il manuale del marketing.
5. Anni 2000: crisi, frammentazione, nuove funzioni sociali
Negli anni Duemila i CPA/centri sociali perdono parte della centralità culturale degli anni Novanta. Internet cambia la comunicazione, la musica alternativa entra nel mercato, la politica giovanile si frammenta. Ma molti spazi resistono reinventandosi: palestre popolari, doposcuola, sportelli casa, sportelli migranti, cucine popolari, biblioteche, sale prove, mercati autogestiti, mutualismo durante crisi economiche e pandemia.
Il centro sociale diventa meno “mito generazionale” e più presidio territoriale. Meno epopea, più manutenzione quotidiana. Meno slogan, più bollette da pagare. La rivoluzione, purtroppo, ha sempre avuto problemi con l’impianto elettrico.
Sintesi evolutiva
| Fase | Funzione prevalente | Carattere politico |
|---|---|---|
| Anni ’60-’70 | Occupazioni, case, fabbriche, spazi abbandonati | Movimenti studenteschi, operai, autonomia |
| Anni ’80 | Controcultura, punk, socialità urbana | Autonomia, anarchismo, territori |
| Anni ’90 | Espansione nazionale, musica, reti, antirazzismo | Movimento diffuso, conflitto con istituzioni |
| Anni 2000 | Crisi e frammentazione | Legalizzazione vs autonomia |
| Anni 2010-2020 | Mutualismo, sportelli, palestre, cultura popolare | Presidio sociale e antifascista |
Lettura critica
I CPA nascono da un dato concreto: vuoti urbani, bisogni sociali e assenza di spazi pubblici reali. La loro forza è stata trasformare edifici abbandonati in luoghi vivi. Il loro limite è stato, spesso, la difficoltà di parlare oltre il proprio ambiente politico, rimanendo talvolta chiusi in linguaggi identitari.
Ma liquidarli come “illegalità” è una lettura comoda e monca. Molti CPA hanno coperto funzioni che istituzioni e mercato non coprivano: socialità non commerciale, cultura accessibile, aggregazione giovanile, pratiche mutualistiche, antifascismo territoriale. Poi certo, non erano il paradiso in terra. Erano esperimenti sociali, non brochure del Comune.
Livello di confidenza: alto per la ricostruzione generale; medio-alto per il caso CPA Firenze Sud, perché le fonti disponibili includono sia fonti interne al CPA sia fonti giornalistiche e istituzionali, quindi vanno lette distinguendo testimonianza, memoria politica e conflitto amministrativo.
La vicenda che attraversa oggi Gavinana riguarda il rapporto tra potere, spazio urbano e organizzazione sociale dentro una città profondamente trasformata dai processi economici degli ultimi decenni dove agiscono soprattutto le contraddizioni prodotte dalla precarizzazione del lavoro, la crescita della rendita immobiliare, la progressiva privatizzazione degli spazi collettivi e la riduzione degli ambiti nei quali possono svilupparsi forme autonome di partecipazione politica e sociale.
Questioni che toccano la memoria storica della città, il significato dell’antifascismo come pratica sociale, il destino degli spazi autorganizzati e il ruolo che essi continuano a svolgere in una fase caratterizzata dall’indebolimento delle strutture collettive che per decenni hanno rappresentato luoghi di aggregazione, conflitto e costruzione di coscienza politica.

Ranfagni Roberto
La storia del CPA Firenze Sud possiede una propria trama e, al tempo stesso, funziona come osservatorio critico dei cambiamenti che hanno attraversato Firenze nel corso degli ultimi quarant’anni. In essa si leggono mutamenti economici, pratiche di autorganizzazione popolare, conflitti legati all’uso della città, processi di valorizzazione immobiliare, memorie politiche sedimentate nel territorio e forme di partecipazione che hanno accompagnato generazioni differenti. È anche per questo che il CPA continua a occupare un posto particolare nella discussione pubblica cittadina: la sua vicenda richiama questioni che riguardano l’intera città, le modalità attraverso cui vengono organizzati spazi di condivisione, la produzione delle relazioni sociali e la permanenza di esperienze capaci di trasmettere continuità storica, cultura politica e legami collettivi.
Per comprendere ciò che accade oggi occorre partire da Gavinana stessa.
Gavinana non è soltanto una porzione della città collocata a sud dell’Arno. È uno spazio attraversato da stratificazioni storiche, sociali e politiche che raccontano una parte importante della trasformazione di Firenze. La sua vicinanza con Sorgane, il rapporto con le aree industriali che hanno segnato il Novecento cittadino, la successiva riconversione di molti spazi produttivi, l’espansione della rendita immobiliare e la ridefinizione delle funzioni urbane hanno progressivamente modificato il volto del quartiere.
La sua storia racconta una Firenze di lavoro, di case popolari, di scuole, di circoli, di relazioni costruite nella prossimità quotidiana. Una Firenze meno visibile di quella monumentale e turistica, ma non per questo meno significativa. Una Firenze nella quale la dimensione collettiva della vita sociale ha continuato a sopravvivere anche mentre la città veniva progressivamente investita dai processi di finanziarizzazione e dalla crescita del turismo globale.
Negli anni Ottanta Gavinana, come molte altre periferie urbane italiane, attraversò una fase difficile. La crisi delle grandi culture politiche del dopoguerra, la ristrutturazione economica, la riduzione degli spazi di socialità e la diffusione dell’eroina produssero effetti profondi sul tessuto sociale. L’eroina non rappresentò semplicemente una questione sanitaria o individuale. Attraversò intere generazioni. Colpì famiglie, gruppi di amici, luoghi di condivisione. Intervenne dentro una fase storica nella quale venivano meno molte delle strutture collettive che avevano accompagnato la crescita politica e sociale delle generazioni precedenti.
Per numerosi quartieri popolari italiani la tossicodipendenza coincise con una vera e propria esperienza di disgregazione sociale. Anche Gavinana conobbe quella ferita. È importante ricordarlo perché la nascita del CPA si collega anche a questa storia. Prima ancora di diventare un punto di riferimento dell’autogestione fiorentina, il progetto nasce come tentativo di costruire spazi nei quali contrastare isolamento, marginalità e dissoluzione dei legami sociali. Le prime mobilitazioni che portarono alla richiesta di uno spazio sociale tra Gavinana e Sorgane contenevano già questa intuizione: la risposta all’eroina non poteva limitarsi alla repressione o alla gestione terapeutica della dipendenza. Doveva passare anche attraverso la ricostruzione di comunità, relazioni, cultura, partecipazione e luoghi nei quali una generazione potesse ritrovare un orizzonte condiviso.
Questa origine conta perché riporta il CPA al terreno concreto da cui è nato: bisogni sociali, assenze istituzionali, vite giovanili esposte alla solitudine, quartieri attraversati da fratture che non trovavano risposta nei luoghi ordinari della politica.
In quella storia la scelta di occupare uno spazio si lega al tentativo di dare forma plurale a una domanda di socialità, protezione, legami collettivi. È da questa origine materiale che il CPA andrebbe guardato: dai bisogni che lo hanno generato, dalle relazioni che ha costruito, dalle pratiche che ha reso possibili, prima delle caricature che periodicamente cercano di ridurlo a problema d’ordine.
Il Centro Popolare Autogestito nasce ufficialmente nel 1989 nell’area ex Longinotti. La scelta di quel luogo non fu casuale. Gli spazi industriali dismessi costituivano una delle espressioni più evidenti della trasformazione economica che stava attraversando la città. Là dove si ritirava la produzione emergevano nuove possibilità di utilizzo dello spazio urbano.
Per il CPA questo significò costruire attività culturali, sociali e politiche in un contesto che altrimenti sarebbe rimasto abbandonato.
Nel corso degli anni Novanta il centro divenne uno dei punti di riferimento della sinistra sociale fiorentina. Assemblee, concerti, iniziative culturali, attività sportive e momenti di autorganizzazione popolare contribuirono a costruire un radicamento che andava ben oltre la cerchia dei militanti. Successivamente la trasformazione dell’area Longinotti e il progetto di riconversione commerciale portarono allo sgombero di quella esperienza.
Ma la storia del CPA non si concluse. Nel dicembre del 2001 il centro occupò l’ex scuola Don Facibeni di Via Villamagna, dando vita alla fase che continua ancora oggi.
È interessante osservare come la storia del CPA accompagni molte delle principali mobilitazioni che hanno attraversato l’Italia negli ultimi quarant’anni. Attraversa la crisi del movimento operaio tradizionale. Attraversa la stagione dei movimenti contro la globalizzazione neoliberale. Attraversa il ciclo di mobilitazione che culminò nelle giornate di Genova del 2001. Attraversa le campagne contro le guerre nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq. Attraversa le lotte per il diritto all’abitare, le vertenze sul lavoro precario, le campagne contro la privatizzazione dei servizi pubblici. Attraversa, soprattutto, una lunga tradizione internazionalista.
La solidarietà con il popolo palestinese rappresenta uno dei fili più continui della sua storia. Per decenni il CPA ha ospitato incontri, raccolte di solidarietà, campagne politiche, dibattiti e iniziative pubbliche che hanno contribuito a mantenere aperta una sensibilità internazionalista spesso marginalizzata nel discorso pubblico dominante. Anche negli ultimi anni il centro ha svolto un ruolo significativo nelle mobilitazioni contro il riarmo europeo, contro la guerra e contro la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali.
Nel quartiere questa presenza si è data dunque in forme molteplici, non sempre riducibili alla sola appartenenza militante. Per molti è stato un luogo di formazione politica; per altri uno spazio di sport popolare, musica, socialità, incontro, attraversamento generazionale. La sua durata è dipesa anche da questa capacità di tenere insieme esperienze differenti senza perdere il filo della propria storia e della propria funzione pubblica.
Ed è proprio la continuità, radicata nella vita materiale del contesto sociale in cui si inserisce e nella memoria di chi lo ha attraversato, che consente di comprendere maggiormente la lunga storia delle richieste di sgombero. Esse infatti, accompagnano quasi per intero la vicenda del CPA, tornando periodicamente volta che la città riapre, sotto altre forme, la questione del rapporto tra proprietà, uso sociale dello spazio e organizzazione autonoma.
Fin dagli anni Novanta il centro è stato oggetto di campagne che ne contestavano la presenza. Con il trasferimento in Via Villamagna la questione è riemersa ciclicamente nel dibattito cittadino, attraversando amministrazioni differenti e mutamenti profondi del quadro politico nazionale.
Forza Italia, Alleanza Nazionale, successivamente Fratelli d’Italia e altri soggetti del centrodestra hanno più volte rilanciato la richiesta di restituzione dell’immobile e di chiusura dell’esperienza del CPA.
Nel marzo del 2018 il Consiglio Comunale approvò una mozione che invitava il sindaco a procedere verso il recupero dell’immobile occupato dal centro. Nel 2023, durante una stagione caratterizzata da numerosi sgomberi di spazi occupati in varie città italiane, il futuro del CPA venne nuovamente discusso.
Nel 2025 la questione fu riproposta da Forza Italia nel Quartiere 3 e nel 2026 viene rilanciata da Futuro Nazionale e da Roberto Vannacci.
La persistenza di queste campagne merita attenzione. Se il nodo infatti fosse stato esclusivamente amministrativo, urbanistico o patrimoniale, probabilmente la vicenda avrebbe trovato una soluzione definitiva molti anni fa.
Il proprio susseguirsi nel tempo, suggerisce invece che attorno al CPA si siano progressivamente condensate questioni più profonde: il significato della città, il rapporto tra proprietà e uso sociale dello spazio, la legittimità delle forme di autorganizzazione e la presenza di luoghi non interamente subordinati alla valorizzazione economica.
Ed è dentro questo quadro che si comprende la funzione assunta oggi da Roberto Vannacci. La traiettoria politica del generale prende forma dentro una stagione storica caratterizzata dalla crisi delle appartenenze collettive che avevano attraversato il Novecento, dalla rarefazione dei luoghi della socializzazione politica, dall’indebolimento delle organizzazioni del lavoro e dalla crescente difficoltà di tradurre il disagio sociale in rappresentanza collettiva. Quando le disuguaglianze aumentano e le forme collettive della rappresentanza si affievoliscono, il malessere sociale tende a cercare linguaggi più immediati, figure riconoscibili, spiegazioni semplificate e in particolare, narrazioni capaci di spostare l’attenzione dalle cause materiali della crisi verso immagini di ordine, appartenenza, decoro e identità nazionale.
La rottura con la Lega e la nascita di Futuro Nazionale rispondono a tale ambizione: costruire una destra che si rappresenta come più aspra, più identitaria e più svincolata dalle mediazioni della destra di governo. Una destra interessata alla costruzione di presenza pubblica, all’occupazione simbolica dei luoghi, alla produzione di immagini e alla capacità di imporre il proprio linguaggio alla discussione pubblica.
La scelta di Firenze, da questo punto di vista, assume un valore preciso. La città conserva una densità storica particolare: la memoria della Resistenza, del movimento operaio, delle culture comuniste e socialiste, delle lotte studentesche, dell’antifascismo come pratica civile e popolare continuano a pesare nell’immaginario collettivo. Intervenire qui significa forzare una geografia politica che conserva ancora tracce profonde nella lotta di classe e nel conflitto sociale. Significa provare a intaccare una memoria cittadina che, pur indebolita, continua a rappresentare un ostacolo simbolico per una destra costruita sull’ordine, l’identità nazionale e la neutralizzazione del dissenso.
Le cosiddette passeggiate identitarie promosse negli ultimi mesi alle Cascine, a Novoli e in altri quartieri appartengono a questa strategia. Sono azioni di marcatura territoriale, costruite per produrre intimidazione simbolica. La città viene trattata come superficie da occupare e disciplinare. Le contraddizioni reali dei quartieri (povertà, abbandono, marginalità, solitudine sociale, arretramento dei servizi) vengono svuotate della loro origine materiale e riconvertite nel lessico del decoro e della paura.
La presenza a Gavinana appartiene allo stesso disegno. Il quartiere concentra memoria sociale, storia urbana, trasformazioni popolari ed esperienze come il CPA, che da decenni continua a rappresentare un luogo di aggregazione e autorganizzazione.
Negli ultimi quarant’anni Firenze è stata progressivamente investita da processi che hanno mutato il rapporto tra città, abitanti e valore. La rendita immobiliare ha acquistato un peso crescente, il turismo internazionale ha riconfigurato intere porzioni del tessuto urbano e la finanziarizzazione ha trasformato spazi, case, quartieri e luoghi di partecipazione in occasioni di valorizzazione economica. Una metropoli dunque, sempre più spesso pensata come patrimonio da mettere a reddito prima ancora che come luogo di vita, relazione e conflitto sociale. Ed è dentro questa trasformazione che la questione degli spazi sociali assume il proprio significato. Esperienze come il CPA continuano a indicare una funzione della città che non si lascia esaurire dalla rendita: produzione di relazioni, attività culturali, partecipazione, organizzazione collettiva. Senza questo passaggio, resta difficile comprendere perché simili esperienze continuino a suscitare attacchi persistenti. Esse non disturbano soltanto per ciò che fanno, ma in particolar modo per ciò che rendono ancora pensabile: l’idea che la città possa essere abitata, attraversata e costruita secondo relazioni e pratiche di vita comune che eccedono la semplice utilità economica.
La campagna promossa da Vannacci si inserisce in questa storia lunga. Interviene su un luogo nel quale si sono depositati memoria politica, radicamento territoriale e forme di solidarietà sociale che attraversa più generazioni in
decenni di mobilitazioni contro la guerra, campagne internazionaliste, attività di quartiere, vertenze sindacali, iniziative culturali, percorsi di mutualismo, costruzione di relazioni collettive. Coincide con una delle poche esperienze capaci di rappresentare momenti storici differenti attraverso un’eredità militante che attraversa la fine del Novecento, il ciclo dei movimenti no-global, le lotte antimperialiste del nuovo secolo e le iniziative critiche verso la crescente centralità della logica bellica negli equilibri globali.
Ed è probabilmente proprio questa continuità, sedimentata nel tempo lungo della città, a spiegare perché la questione del CPA continui a rappresentare una delle vicende più significative della Firenze contemporanea. La sua rilevanza nasce dalla scintilla antagonista che custodisce e dalla funzione sociale che continua a esercitare nel presente: una memoria non immobile, capace di tradursi ancora in pratica, conflitto, presenza pubblica e possibilità di organizzazione.





