Il Taser viene spesso raccontato come uno strumento moderno, utile a ridurre il ricorso alle armi da fuoco e a rendere più sicuri gli interventi delle forze dell’ordine. La sua presentazione pubblica è quasi sempre rassicurante: meno letale, più controllabile, più efficace. Ma il rapporto pubblicato da Antigone invita a guardare oltre la superficie di questa narrazione.
Secondo l’associazione, l’uso della pistola a impulsi elettrici in Italia solleva questioni molto serie: morti associate al suo impiego, utilizzi sempre più frequenti, scarsa trasparenza sui casi concreti e assenza di un sistema pubblico realmente indipendente di monitoraggio.
Dal marzo 2022 al febbraio 2026 la Polizia di Stato avrebbe fatto ricorso al Taser in oltre mille interventi. Il dato più delicato non riguarda solo il numero complessivo, ma la progressiva normalizzazione dello strumento. Quando un dispositivo coercitivo viene percepito come “semplice” e “sicuro”, il rischio è che venga usato con maggiore facilità, anche in situazioni che richiederebbero prima di tutto calma, mediazione e competenze specifiche.
Il nodo centrale è proprio questo: il Taser non è soltanto una tecnologia. È una scelta politica, culturale e operativa. Stabilisce quale tipo di risposta lo Stato decide di mettere in campo davanti a una crisi: dialogo, de-escalation e intervento specializzato, oppure contenimento immediato attraverso la forza.
Il problema diventa ancora più grave quando le persone coinvolte sono fragili: soggetti in stato di alterazione, persone con disagio psichico, individui sotto stress estremo o sotto effetto di sostanze. Sono contesti complessi, nei quali una risposta elettrica può trasformare una situazione già instabile in un evento irreversibile.
Il caso di Elton Bani, morto a Genova nel 2025 dopo l’utilizzo del Taser, viene indicato come uno degli episodi più significativi. Una perizia medico-legale avrebbe collegato il decesso a una combinazione di fattori, tra cui l’intossicazione da cocaina e le ripetute scariche elettriche. Una vicenda che incrina fortemente l’idea del Taser come strumento innocuo o privo di conseguenze gravi.
Anche fuori dall’Italia il tema è controverso. Negli Stati Uniti diverse inchieste e studi indipendenti hanno sollevato dubbi sui rischi cardiovascolari e sugli effetti del Taser in presenza di patologie, sostanze stupefacenti o forte stress fisico e psicologico. Non si tratta quindi di un allarme isolato, né di una polemica ideologica costruita nel vuoto.
Antigone chiede per questo un cambio di rotta: una commissione scientifica indipendente, un registro nazionale obbligatorio degli utilizzi, regole più stringenti, formazione più approfondita e limiti chiari all’estensione dello strumento, in particolare nelle carceri e nelle polizie locali.
La questione non riguarda solo la polizia. Riguarda il rapporto tra cittadino e potere coercitivo dello Stato. Riguarda il modo in cui una società sceglie di affrontare disagio mentale, marginalità, dipendenze, conflitti e situazioni di crisi. Perché quando problemi sociali e sanitari vengono trattati soprattutto come problemi di ordine pubblico, il rischio è che la sicurezza diventi solo un altro nome del controllo.
Negli ultimi anni la politica italiana ha puntato molto sull’aumento degli strumenti repressivi: più reati, più aggravanti, più poteri, più mezzi coercitivi. In questo quadro il Taser rischia di non essere un’alternativa alla violenza, ma una sua versione più accettabile, più presentabile, più facile da giustificare.
Il punto non è negare che le forze dell’ordine possano trovarsi davanti a situazioni pericolose. Sarebbe una semplificazione stupida, e di semplificazioni stupide ne abbiamo già abbastanza in circolazione. Il punto è stabilire chi controlla l’uso della forza, con quali regole, con quali dati pubblici e con quali responsabilità.
Uno strumento non diventa sicuro perché viene definito tale in una conferenza stampa. Diventa accettabile solo se è sottoposto a limiti rigorosi, verifiche indipendenti e trasparenza reale.
Perché la differenza tra sicurezza e abuso non la decide la forma dell’arma. La decidono le regole, i controlli e la capacità democratica di impedire che il potere si abitui troppo facilmente a premere un grilletto.
Fonti e approfondimenti
Rapporto completo Antigone:
Taser: storia, controversie e zone d’ombra della pistola a impulsi elettrici
Pagina ufficiale Antigone:
Taser. Presentato il rapporto di Antigone
Cartella stampa Antigone:
Cartella stampa sul rapporto Taser
Registrazione conferenza stampa:
Radio Radicale – Presentazione del rapporto TASER





