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La Storia di Tutti

Questa è la storia degli uomini, delle donne e dei bambini.

Così diversi tra loro, eppure così incredibilmente uguali quando la sofferenza decide di abitare le loro vite.

È la storia di chi ogni giorno combatte sul fondo della propria disperazione, di chi si sveglia ogni mattina con il peso di una guerra che nessuno vede e che nessuno applaude. Una guerra combattuta lontano dagli occhi del mondo, dove non esistono medaglie, vincitori o spettatori. Esistono soltanto persone che, un giorno dopo l’altro, cercano disperatamente di arrivare a sera.

Abbiamo imparato a credere che la vita sia una corsa.

Una corsa continua.

Una prova infinita di resistenza.

Ci hanno insegnato che bisogna stringere i denti, sopportare, andare avanti comunque, perché fermarsi è un lusso che non ci possiamo concedere. Ci hanno convinti che la forza coincida con il silenzio, che chi piange sia debole e che chi crolla abbia semplicemente smesso di provarci.

E così continuiamo a correre.

Sempre.

Anche quando non sappiamo più verso cosa.

Anche quando abbiamo dimenticato il motivo per cui avevamo iniziato.

Ma nessuno ci dice che, mentre resistiamo, perdiamo qualcosa.

Perdiamo il tempo.

Perdiamo il sonno.

Perdiamo la fiducia.

Perdiamo la capacità di guardarci allo specchio senza vedere soltanto ciò che manca.

Perdiamo persone.

Perdiamo noi stessi.

E quando finalmente ci fermiamo, spesso non ci riconosciamo più.

È la storia di esseri umani stanchi.

Affaticati.

Smarriti.

Persone che hanno imparato a sorridere nel momento giusto, a rispondere “va tutto bene” con una naturalezza impressionante, mentre dentro il loro petto il rumore è così forte da non lasciarli dormire.

Perché il dolore ha imparato a vestirsi bene.

Ha imparato a mettersi una camicia stirata, un vestito elegante, un filo di trucco, un sorriso educato.

Va al lavoro.

Accompagna i figli a scuola.

Fa la spesa.

Ride alle battute.

Partecipa alle cene.

Abbraccia.

Consola.

Aiuta.

E poi, quando chiude la porta di casa, si lascia cadere sul pavimento perché non ha più la forza di reggersi in piedi.

Abbiamo imparato a nasconderci così bene da diventare irriconoscibili perfino a noi stessi.

Il mondo premia chi resiste.

Raramente tende una mano a chi trova il coraggio di dire: non ce la faccio più.

Le cicatrici cambiano colore.

Con il tempo diventano bianche.

Quasi invisibili.

Ma invisibile non significa guarito.

Rimangono lì.

Sotto la pelle.

Dentro la memoria.

Nelle parole che non diciamo più.

Nei gesti che abbiamo smesso di fare.

Ci convinciamo di essere guariti dal male che ci siamo fatti.

Perché sì.

Il dolore non arriva sempre dagli altri.

A volte siamo noi a trasformarlo in casa nostra.

Lo alimentiamo.

Lo proteggiamo.

Gli prepariamo un posto a tavola.

Gli permettiamo di convincerci che senza di lui non sapremmo più chi siamo.

E allora cosa vogliamo farne del dolore?

Forse la verità è che, a forza di averlo accanto, finiamo per considerarlo il nostro più caro amico.

L’unico che non ci abbandona mai.

L’unico che conosce ogni parte di noi.

Ogni giorno ci chiede di sentirne ancora un po’.

E noi glielo concediamo.

Perché, quando si soffre troppo a lungo, perfino la felicità finisce per fare paura.

Ci hanno insegnato anche a misurare il dolore.

A confrontarlo.

A decidere quale sofferenza meriti ascolto e quale, invece, debba essere sopportata in silenzio.

Come se esistesse una classifica.

Come se il cuore potesse fare confronti.

Ma il cuore non conosce graduatorie.

Ciò che per qualcuno è una ferita leggera, per un altro può essere la fine del mondo.

Nessun dolore è piccolo quando lo si vive da soli.

Questa è la storia delle donne che hanno perso la pace.

Non soltanto perché qualcuno ha violato il loro corpo, ma perché dopo quella violenza hanno iniziato a sentirsi ospiti della propria pelle.

Ogni specchio è diventato un giudice.

Ogni carezza un sospetto.

Ogni notte una porta che si richiude.

Hanno smesso di sentirsi pulite, perché qualcuno ha rubato loro la libertà di guardarsi senza vergogna.

E il mondo, troppo spesso, invece di stringerle, ha chiesto loro di spiegare.

Come se il dolore dovesse giustificarsi.

Questa è la storia dei ragazzi che hanno perso la pace ancora prima di diventare adulti.

Ragazzi che non cercano il successo.

Non cercano soldi.

Non cercano fama.

Cercano un posto.

Un luogo dove abbassare le difese.

Dove sentirsi finalmente al sicuro.

Perché quando la fiducia viene tradita troppe volte, anche il bene finisce per fare paura.

Questa è la storia dei bambini.

Quelli che dovrebbero imparare a rincorrere i palloni, le farfalle e i sogni.

E invece imparano il silenzio.

Imparano a leggere gli umori degli adulti.

A capire quando è meglio non parlare.

A chiudersi in camera.

A crescere troppo in fretta.

Ci sono bambini che conoscono la paura prima ancora dell’alfabeto.

E questa è una sconfitta che appartiene a tutti noi.

Questa è la storia degli anziani.

Persone che hanno costruito case nelle quali oggi si sentono ospiti.

Che hanno lavorato una vita intera per sentirsi dire che ormai sono troppo lenti.

Troppo vecchi.

Troppo superati.

Li guardi negli occhi e capisci che non hanno paura della morte.

Hanno paura dell’indifferenza.

Di essere ancora vivi senza essere più visti da nessuno.

Questa è la storia di chi, come me, osserva il mondo.

Lo guarda correre con una velocità tale da far sembrare ogni sosta una colpa.

Viviamo come se fermarsi fosse sinonimo di fallire.

Come se rallentare significasse restare indietro.

Eppure nessuno si domanda dove stiamo andando.

Ci limitiamo a correre.

Sempre.

Con il fiato corto.

Con il cuore pesante.

Con l’illusione che il traguardo possa finalmente regalarci quella pace che continuiamo a rimandare.

Ma ci sono momenti in cui non serve correre più forte.

Serve fermarsi.

Guardarsi intorno.

Cercare una via di fuga.

Perché continuare a correre nella direzione sbagliata non ci avvicina alla salvezza.

Ci allontana soltanto da noi stessi.

È la storia delle persone che conosco.

Di quelle che incontro ogni giorno.

Di quelle che salutano con un sorriso educato mentre gli occhi chiedono aiuto.

Di quelle che parlano di lavoro, di vacanze, di calcio, del tempo, pur di non parlare della tempesta che portano dentro.

È la storia di chi mi racconta la propria vita senza sapere che, mentre ascolto le sue parole, io riesco a sentire soprattutto i suoi silenzi.

Perché il silenzio racconta molto più della voce.

È lì che si nascondono le paure.

Le vergogne.

Le colpe che non esistono.

Le domande senza risposta.

Le lacrime trattenute fino a far male.

È la storia del mio amico.

Lui dice di aver sconfitto la morte.

Gli altri lo guardano e pensano che sia stato fortunato.

Lo chiamano coraggioso.

Un esempio.

Un uomo che ce l’ha fatta.

Ma nessuno vede cosa succede quando resta da solo.

Perché chi ha guardato la morte negli occhi non torna mai davvero come prima.

Da quel giorno ogni battito del cuore diventa una domanda.

Ogni dolore al petto diventa un sospetto.

Ogni visita medica diventa una sentenza ancora da scrivere.

Lui vive.

Ma vive accanto alla paura.

Una paura silenziosa, educata, costante.

La porta con sé ovunque vada.

Si prende cura degli altri.

Corre per gli altri.

Sorride agli altri.

Perché aiutare qualcuno gli permette, anche solo per qualche istante, di dimenticare che anche lui avrebbe bisogno di essere salvato.

Si convince che, se riuscirà a tenere tutti in piedi, forse non cadrà nemmeno lui.

Ma nessuno può svuotarsi all’infinito.

Anche i cuori più generosi hanno bisogno di qualcuno che li abbracci.

Anche chi salva gli altri, qualche volta, merita di essere salvato.

È la storia della mia amica.

Ha i capelli lunghissimi.

Bellissimi.

Eppure li raccoglie sempre in fretta.

Quasi con vergogna.

Come se la bellezza fosse qualcosa che non le appartenesse.

È cresciuta ascoltando parole che nessun bambino dovrebbe mai sentire.

Le hanno insegnato a cercare continuamente qualcosa da correggere.

Qualcosa da cambiare.

Qualcosa da combattere.

Così oggi vive facendo la guerra a se stessa.

Combatte il proprio corpo.

Combatte il proprio carattere.

Combatte perfino i propri successi, perché non riesce mai a considerarli abbastanza.

Consuma ogni energia nel tentativo di meritarsi un amore che avrebbe dovuto ricevere gratuitamente.

E la cosa più triste è che, se le chiedessi di descriversi, userebbe le stesse parole con cui gli altri l’hanno ferita.

Come se la voce di chi ci ha distrutti continuasse a vivere dentro di noi.

Vorrei dirle che può andare bene anche così.

Che non serve essere perfetti per essere degni d’amore.

Che non è necessario divorare se stessi per evitare di essere divorati dal mondo.

Perché ci sono persone che muoiono lentamente senza che nessuno se ne accorga.

Non perché smettano di respirare.

Ma perché smettono di credere di meritare la felicità.

È la storia dei miei amici che convivono con una malattia.

Con una diagnosi.

Con un nome scritto su un foglio che ha cambiato il significato del tempo.

Prima esistevano i progetti.

Poi sono arrivati i controlli.

Le terapie.

Le attese.

Le analisi.

I risultati.

Le speranze.

Le ricadute.

Li senti dire che stanno bene.

Che bisogna essere forti.

Che passerà.

Ma spesso non stanno cercando di convincere gli altri.

Stanno cercando di convincere se stessi.

Perché accettare una malattia sembra quasi un tradimento.

Come se accettarla significasse smettere di combattere.

Quando invece la battaglia più difficile è proprio imparare a vivere senza odiare ciò che il proprio corpo è diventato.

È la storia dei miei amici che hanno figli.

Li guardano dormire.

Li osservano respirare.

E si chiedono continuamente se saranno abbastanza.

Abbastanza presenti.

Abbastanza pazienti.

Abbastanza capaci.

Hanno paura di sbagliare.

Paura di ferire proprio chi amano di più.

E allora riordinano la casa.

Puliscono.

Sistemano.

Controllano ogni dettaglio.

Perché mettere ordine fuori è molto più semplice che affrontare il caos che hanno dentro.

Ma nessun pavimento lucido riuscirà mai a cancellare la paura di non essere all’altezza.

È la storia di chi vive chiuso in casa.

Per qualcuno una porta chiusa è protezione.

Per qualcun altro è una prigione.

Ci sono persone che guardano il sole dalla finestra.

Sentono i bambini giocare.

Vedono la vita passare.

Eppure non riescono a fare un passo oltre quella soglia.

Non perché non vogliano.

Ma perché il loro cervello ha trasformato il mondo in un nemico.

E nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per una guerra combattuta dentro la propria mente.

È la storia di chi cammina per strada senza guardare più dove mette i piedi.

Non perché non gli interessi il mondo.

Ma perché è troppo impegnato a sopravvivere al proprio.

Sono persone che attraversano piazze affollate sentendosi completamente sole.

Che ricevono messaggi senza sentirsi cercate.

Che parlano con tutti senza riuscire davvero a raccontarsi a nessuno.

È la storia di chi aspetta ancora qualcuno.

Un amore.

Un padre.

Una madre.

Un figlio.

Un amico.

Oppure semplicemente la versione di sé che ha perduto lungo il cammino.

Aspetta con la convinzione che il tempo restituisca ciò che ha portato via.

Ma il tempo non restituisce.

Il tempo trasforma.

E ci costringe a decidere se restare fermi ad aspettare o imparare a camminare portando con noi ciò che non tornerà mai più.

Ed è forse questa la nostra più grande tragedia.

Passiamo la vita a credere che il dolore sia un incidente.

Qualcosa che riguarda sempre qualcun altro.

Finché un giorno scopriamo che il dolore non bussa.

Entra.

Si siede accanto a noi.

E cambia per sempre il modo in cui guardiamo il mondo.

Ogni vita è una storia.

Eppure abbiamo imparato a interessarci alle storie solo quando sono stampate sulle pagine di un libro, raccontate in un film o pronunciate al telegiornale. Come se il dolore avesse bisogno di essere scritto per diventare vero.

Passiamo il tempo a commuoverci per chi non conosciamo, mentre ignoriamo gli occhi di chi ci siede accanto.

Forse perché è più semplice piangere per una storia che è già finita, piuttosto che fermarsi ad ascoltarne una che sta ancora chiedendo di essere salvata.

Ci convinciamo che certe tragedie appartengano sempre a qualcun altro.

Che la depressione abbia il volto di uno sconosciuto.

Che l’ansia abiti la casa del vicino.

Che la solitudine riguardi soltanto chi vive da solo.

Che il dolore abbia sempre un nome diverso dal nostro.

E così continuiamo a vivere accanto a persone che stanno lentamente scomparendo.

E noi ci accontentiamo di quella risposta, perché andare oltre richiederebbe tempo, coraggio e una domanda in più.

Come stai… davvero?

Da quando abbiamo deciso che non c’è più scelta?

Da quando abbiamo iniziato a credere che, se un masso ci cade addosso, l’unica possibilità sia rimanere immobili sotto il suo peso?

Chi ci ha convinti che chiedere aiuto sia una vergogna?

Chi ci ha insegnato che sopravvivere sia abbastanza, quando siamo nati per vivere?

Forse il dolore non potremo impedirgli di bussare.

Forse alcune ferite non guariranno mai del tutto.

Forse porteremo per sempre addosso cicatrici che nessuno riuscirà a vedere.

Ma una mano tesa può cambiare una storia.

Una parola può impedire un addio.

Un abbraccio può restituire il respiro a chi aveva dimenticato come si fa.

Perché, in fondo, nessuno chiede di essere salvato da solo.

Chiede soltanto che qualcuno si accorga che sta annegando.

Questa è la storia di chi ha bisogno di aiuto.

Forse è la storia di quella donna che incroci ogni mattina.

Del ragazzo che ride sempre più forte degli altri.

Dell’anziano seduto in silenzio sulla stessa panchina.

Del bambino che non sorride più come dovrebbe.

Del tuo migliore amico.

Di tua madre.

Di tuo padre.

Di tuo figlio.

Della persona che ami.

O forse…

questa è anche la tua storia.

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