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UNA NUVOLA NERA

Una nuvola nera si staglia all’orizzonte.

Abbasso gli occhi: mi fa paura, non voglio guardarla. Potrebbe essere soltanto presagio di pioggia, e invece sembra annunciare qualcosa di più grave: l’assenza totale della felicità.

Quella nuvola avvolge i cuori e le menti, ci divide e ci spinge verso gesti estremi, fino a farci del male gli uni con gli altri. E se un tempo le armi erano soltanto giocattoli nelle mani dei bambini, oggi quelle armi feriscono e uccidono davvero.

Ogni morte non fa più rumore. Non sembra rattristare nessuno. Diventa soltanto un numero in più, una notizia che scorre rapidamente davanti ai nostri occhi.

E allora mi chiedo: è davvero questo il mondo che vogliamo lasciare alle prossime generazioni?

Non serve rimpiangere continuamente il passato. Il tempo passa e trasforma ogni cosa, a volte in meglio, altre volte in peggio. Ma il cambiamento, quando migliora la vita delle persone, è progresso.

Del passato dovremmo conservare soprattutto l’empatia, la fratellanza e l’uguaglianza.

Se le abitudini cambiano, possiamo adeguarci. Le mamme non chiamano più i figli dal balcone: oggi mandano un messaggio su WhatsApp e scrivono: “La cena è pronta”.

Ma dentro quel messaggio c’è lo stesso amore. È cambiato soltanto il mezzo attraverso il quale quell’amore riesce a raggiungerci.

Restiamo umani.

Aiutiamo quando possiamo. Torniamo a guardarci intorno, a incrociare gli sguardi, a toccare le anime e ad abbracciare i nostri fratelli.

Perché è soltanto così che nessuno sarà più costretto a sentirsi solo.

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9 Commenti

  • Nulla di più vero, ma i tempi cambiano….e cambiano sempre in peggio. Sarà la tecnologia? La ribellione a qualcosa che le generazioni precedenti non comprendono? La fame di soldi e potere? E chi lo sa ma di certo i valori sembrano essere un lontano ricordo….

  • Questo racconto mi fa venire in mente un episodio recente. Mi fa riflettere profondamente. Sei lì in metropolitana con un piede fasciato e zoppicante. Devi andare a lavorare per forza … Sali sulla carrozza semipiena e cerchi con uno sguardo veloce un posto libero per sederti. Nulla. Tutto occupato. La gente ti osserva per un attimo e poi torna a testa bassa a leggere il proprio cellulare. Ed ecco che tra tutti un signore anziano, direi molto anziano, si alza e mi chiede con una vocina tremolante se mi voglio sedere.
    Emozione pura. Ecco questo è quello che mi hanno insegnato i miei genitori e che io ho trasferito a mia figlia: guardare chi ti sta a fianco, sentire il desiderio di aiutare chi è in difficoltà, immedesimarsi in chi è più sfortunato e tendere la mano. Non è difficile e ci regala la certezza di far parte di un mondo in cui non siamo soli… se lo vogliamo. Grazie per lo spunto. Ne abbiamo bisogno

  • Bello, profondo ma triste. Anche se in fondo c’è una speranza. Spero che tu abbia ragione. Spero che prima o poi torni il sole.

  • Una riflessione bellissima e necessaria. In un mondo che corre veloce e dimentica di guardarsi negli occhi, il tuo pensiero è come un faro nella nebbia. Custodire l’empatia e la capacità di abbracciarsi è l’unico vero progresso che conta. Scritto meravigliosamente. Il tuo amico Gabriele

  • Complimenti Laura Bravissima
    Ho letto il tuo testo.
    ‘Abbasso gli occhi: mi fa paura’… mi è rimasto dentro.
    Hai ragione: ogni morte non fa più rumore e diventa solo un numero.
    Ma poi chiudi con ‘Restiamo umani’ e mi hai dato speranza.
    Grazie per scriverlo così. Ne abbiamo bisogno.”
    Dino

  • Ciao Laura,
    leggere queste tue intense parole è stato un momento di pausa necessaria, un’occasione preziosa per fermarsi e fare quel tipo di esame introspettivo di cui oggi abbiamo disperatamente bisogno.

    Credo che tu abbia voluto spingere ognuno di noi a chiedersi quali siano le reali priorità nel caos della quotidiano.

    Ci sono diversi punti che condivido profondamente con te, ma ce n’è uno in particolare che mi è rimasto dentro e che fa male per quanto è vero: quella sottile, spaventosa indifferenza alla violenza e al dolore. Vedere la morte e le tragedie ridotte a semplici numeri, a notifiche che scorrono veloci sullo schermo prima di passare ad altro, è qualcosa che mi urta e mi spaventa. Abbiamo anestetizzato l’empatia, trasformando la sofferenza altrui in un rumore di fondo a cui ci stiamo colpevolmente abituando.

    Allo stesso tempo, ho trovato straordinariamente calzante l’esempio della mamma che non chiama più dal balcone ma manda un messaggio su WhatsApp. Accettare il cambiamento è inevitabile, ma la vera sfida è un’altra: non naufragare, non perdersi.
    Per non cedere a questa subdola omologazione servono punti fermi che ci tengano ben saldi con i piedi a terra:
    • La lucidità di capire cosa sta succedendo intorno a noi; purtroppo a tanti non è ancora chiaro e questo lo vedo e lo sento dal rullo spesso.
    • I valori puri e non negoziabili, come la fratellanza e l’umanità;
    • Il pensiero critico, l’unica vera difesa che ci contraddistingue, ci rende unici e fa davvero la differenza.

    Grazie per aver ricordato a chi legge che Il tuo invito a “restare umani”, a guardarsi negli occhi e a toccare le anime è l’ancora di salvezza di cui tutti, oggi più che mai, abbiamo bisogno.
    Un caro saluto.

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