Francesco De Sanctis, rivolgendosi agli studenti del Politecnico di Zurigo, pronunciò una frase che è rimasta scolpita nel tempo, oltre che in una targa celebrativa del succitato istituto universitario: «Prima di essere ingegneri, voi siete uomini». Non parlava di sport, eppure in quelle parole si cela un principio universale: ogni eccellenza, ogni competenza tecnica, ogni traguardo professionale deve poggiare su fondamenta umane solide. Trasposto nel campo sportivo, questo significa che non si diventa atleti se prima non si è persone; e che la preparazione fisica, la strategia, la tecnica non hanno valore se sono separate da una formazione etica, sociale e culturale.
Le radici filosofiche dello sport nella Grecia antica
Per comprendere davvero il senso dello sport, bisogna tornare alle sue radici. Lì, nell’antica Grecia, lo sport non era semplice esercizio fisico, ma parte della paideia: il percorso educativo completo che univa corpo, mente e anima. Platone raccomandava che la ginnastica fosse bilanciata dalla musica e dalla filosofia, perché un corpo senza spirito è cieco, ma anche un intelletto senza disciplina corporea è fragile. Aristotele, nella Politica, sosteneva che l’educazione del cittadino dovesse nutrirsi di tutte le arti, compresa la ginnastica, proprio per creare individui armonici e capaci di vivere nella polis.
Socrate, nell’Alcibiade I, parlava di epimeleia heautou, la cura di sé, riferita all’anima. E nella cultura greca questa cura non era mai disgiunta dall’educazione del corpo: le palestre, di fatto, erano luoghi in cui si discuteva di filosofia e si praticava ginnastica, unendo sudore e pensiero.
Le Olimpiadi di Olimpia incarnavano questa fusione. L’agon non era una mera sfida muscolare, ma un rito di ricerca della virtù (aretē), l’eccellenza conquistata con disciplina e coraggio. L’esperienza agonistica dunque era anche un momento di celebrazione della verità (aletheia), risultato di un “procedimento” che si compie pubblicamente (la gara) e che viene valutato in maniera imparziale e non un sistema con ruoli gerarchici ascritti a decretare il merito e l’eccellenza dalle quali deriva, come conseguenza, il favore degli dèi e la gloria (doxa) tra gli uomini. Il campo di gara diventava spazio di democrazia, dove il risultato non dipendeva da ad esempio dalla ricchezza, ma dalla capacità di superare sé stessi, come Corebo di Elide, umile fornaio, primo vincitore delle Olimpiadi antiche. Era una rivoluzione silenziosa ma dirompente: lo sport diventava specchio della giustizia, laboratorio di equità, palestra di cittadinanza.
E c’era un altro elemento che rendeva sacro quel confronto: l’incertezza. L’esito della gara restava aperto fino all’ultimo istante: solo così la vittoria aveva valore, perché non era mai garantita. Lo sport nasceva dunque non come intrattenimento, ma come filosofia incarnata, una via per allenare insieme corpo e anima (psychē), con l’obiettivo di formare cittadini virtuosi, capaci di coraggio, temperanza e spirito di servizio.
La filosofia, la democrazia e i giochi olimpici sono comunemente annoverati tra i doni della Grecia al mondo moderno, e i valori dello sport sono riscontrabili in ciascuno di essi.
La deriva contemporanea: quando la vittoria diventa ossessione
Se guardiamo allo sport di oggi, il contrasto è evidente. Da un lato, resiste l’idea dello sport come “scuola di vita”; dall’altro, la realtà quotidiana ci mostra una cultura sempre più ossessionata dal risultato. La vittoria diventa totem, misura unica di valore.
Quando conta solo il traguardo, tutto ciò che lo favorisce appare legittimo: l’inganno, la scorrettezza, la simulazione. L’avversario, che per i Greci era elemento necessario per lo svolgimento della competizione e per crescita, viene ridotto a ostacolo da eliminare. È qui che lo sport rischia di ribaltarsi nel suo contrario: da palestra di virtù a potenziale vivaio di comportamenti antisociali.
Andrea Zorzi, ripensando alla dolorosa sconfitta della Nazionale di volley ad Atlanta ’96, confessò che fu proprio lì, nel punto più basso, che imparò a conoscersi davvero. Ma questa dimensione educativa si perde se si riduce tutto al binomio “vinci o sei un perdente”. In una simile logica, la sconfitta non è più occasione di crescita, ma marchio d’infamia.
L’agonismo come energia formativa
L’equivoco è credere che sia l’agonismo il problema. In realtà, l’agonismo è la linfa dello sport: è la tensione a superarsi, il fuoco che accende la gara. Il punto non è eliminarlo, ma orientarlo.
Se lasciato senza guida, l’agonismo degenera in violenza, in ossessione, in cinismo. Se invece viene educato, può diventare risorsa straordinaria. È compito degli allenatori-educatori,, incanalare questa energia verso obiettivi formativi: insegnare che competere significa rispettare, che migliorarsi non vuol dire umiliare l’altro, che la sconfitta può insegnare quanto e più della vittoria.
Ogni giovane che impara a rialzarsi dopo una caduta, a stringere la mano all’avversario, a giocare rispettando le regole, porta con sé lezioni che vanno ben oltre il campo di gioco. Lo sport diventa così educazione civile in atto, una scuola silenziosa di cittadinanza.
Lo sport come bene pubblico
Troppo spesso oggi lo sport viene trattato come spettacolo da consumare o settore economico da sfruttare. Ma il suo significato originario è un altro: lo sport è un bene pubblico, come la scuola o la sanità.
Questo significa che non serve solo a formare atleti di élite, ma cittadini consapevoli, formati e dotati di senso critico. Investire nello sport non vuol dire costruire solo impianti e palestre, ma soprattutto persone: allenatori preparati, dirigenti competenti, programmi inclusivi che permettano a tutti – indipendentemente dalle condizioni economiche – di accedere a un’esperienza autentica.
Pierre de Coubertin, padre delle Olimpiadi moderne, parlava di Olympism come ideale di educazione integrale: unire competizione e virtù, agonismo e formazione morale, per crescere uomini e donne completi. È un’eredità che oggi più che mai merita di essere ripresa.
Eudaimonía: il traguardo ultimo
Per i Greci, il fine della vita buona era la eudaimonía: la piena realizzazione personale nella comunità, raggiunta attraverso la virtù. Lo sport, vissuto nel suo significato autentico, può ancora essere via verso questa meta: insegna il senso di appartenenza, la fiducia negli altri, la capacità di affrontare vittorie e sconfitte con equilibrio.
Chi ha imparato a lavorare in squadra saprà farlo in un qualsiasi collettivo, in un’associazione, in famiglia. Chi ha rispettato le regole del gioco saprà rispettare quelle del vivere civile. Chi ha vissuto la sconfitta senza vergogna saprà affrontare le cadute della vita senza perdersi.
La partita che non finisce mai
Il significato più profondo dello sport non si trova nei record o nelle medaglie, ma nei gesti piccoli, quasi invisibili: un avversario che aiuta l’altro a rialzarsi, un compagno che incoraggia chi ha sbagliato, un pubblico che applaude chi ha vinto con merito ma anche chi ha perso pur battendosi e mostrando il proprio valore.
È lì, in quei frammenti di umanità, che lo sport rivela la sua anima. Perché la partita più importante non ha un orario di inizio né un fischio finale: si gioca ogni giorno, dentro e fuori dal campo. È la sfida silenziosa e quotidiana che ci chiede di essere, prima di tutto, persone. Ed è proprio in questa partita, infinita e spesso invisibile, che lo sport continua a essere una delle più potenti scuole di vita.
Per approfondire
- Heather L. Reid, Introduction to the Philosophy of Sport (2ª ed.), Rowman & Littlefield, 2023.
- Luca Grion (a cura di), Il senso dello sport. Valori, agonismo, inclusione, Mimesis, 2022, collana “Il caffè dei filosofi”
- Luca Grion, “Quando vincere non è tutto. Il potenziale educativo dello sport”, in Aggiornamenti Sociali, novembre 2016, pp. 757–765.
- Davide Di Palma; Salvatore Napolitano, “Lo sport nella dimensione educativa”, in Giornale Italiano di Educazione alla Salute, Sport e Didattica Inclusiva, Anno 2, n. 1 (gen–mar 2018), DOI: 10.32043/gsd.v0i1.12.






