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Alessia Pifferi: 24 anni per aver lasciato morire sua figlia.

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Cyrano2 on – “La pietà rovesciata”

C’è una bambina morta di fame e di sete.
E c’è una madre che l’ha lasciata sola per sei giorni.
In un mondo normale, la pietà dovrebbe andare alla vittima.
Ma nel nostro mondo rovesciato, la pietà si concede al carnefice

🔹 La sentenza che divide l’anima di un Paese

Alessia Pifferi, 38 anni, condannata a 24 anni in appello.
Non più ergastolo: la Corte le ha riconosciuto attenuanti generiche.
Perché sì, è “capace di intendere e di volere”, ma “fragile”.
Un deficit cognitivo “settoriale”, un’“immaturità affettiva”, una “vulnerabilità residua”.
Parole che suonano come anestetico.
Come un modo elegante per dire: non sapeva davvero quello che faceva, o forse sì, ma male.

E così, quella bambina di diciotto mesi – Diana, nome di luce e di vita –
è morta lentamente, nel silenzio di un appartamento chiuso a chiave,
mentre la madre si concedeva sei giorni di libertà, di leggerezza, di piacere.

La Corte ha detto: non è incapace.
La Corte ha aggiunto: ma va compresa.
E la giustizia, ancora una volta, ha confuso la comprensione con la giustificazione.


🔹 La crudeltà dell’assenza

Non è un raptus, non è una follia, non è un colpo di pistola.
È un’agonia consapevole.
Un’assenza che uccide a orologeria.
Una bambina che piange fino a non avere più voce.
Un corpo che si spegne mentre fuori fa 35 gradi.
E una madre che sa. Che sa, ma non torna.

Questa non è “fragilità”.
È apatia criminale.
È la banalità di un male che non esplode: evapora, giorno dopo giorno, nel disinteresse.

Eppure oggi la legge le concede attenuanti.
Perché è “emotivamente immatura”.
Perché non è “come noi”.
Ma se non è come noi, allora chi è “noi”?
E chi protegge le bambine come Diana, se la legge difende chi le lascia morire?


🔹 L’assurdo logico della compassione selettiva

Abbiamo costruito un sistema dove la fragilità vale più della responsabilità.
Dove il dolore del colpevole pesa più del dolore della vittima.
Dove una bambina non ha voce, ma la madre sì.
E la sua voce, vuota o distorta, diventa motivo per ridurre la pena.

La giustizia non è un confessionale.
Non serve perdonare. Serve proteggere.
Proteggere chi non può difendersi, non chi ha distrutto ciò che doveva custodire.

L’ergastolo era l’unica lingua che la società potesse parlare in nome di Diana.
Non per vendetta, ma per coerenza morale.
Perché se sei capace di intendere e di volere, sei capace di scegliere.
E Alessia Pifferi ha scelto.
Ha scelto di andare via, di chiudere la porta, di lasciarla sola.
Ha scelto.


🔹 Il paradosso di una legge che cura il colpevole e ignora la vittima

Il nostro codice penale ha un vizio antico: ha paura dell’assoluto.
Teme la parola “colpa”, la parola “male”, la parola “irreparabile”.
Così la diluisce con attenuanti, perizie, cavilli.
Come se bastasse un referto psichiatrico a ridurre la temperatura morale di un delitto.

Ma la pietà non è una formula matematica.
Non si bilancia tra aggravanti e attenuanti.
Non si può dosare come una medicina.
Perché qui non c’è cura.
C’è solo una tomba piccola e bianca.


🔹 Epilogo: il silenzio di Diana

Se potesse parlare, direbbe solo una cosa:
che la giustizia è arrivata tardi, e con le mani tremanti.

In un Paese dove si giustifica tutto con la parola “fragilità”,
il vero disturbo è diventato il coraggio di chiamare le cose col loro nome.

Questa non è compassione.
È resa.

Quando la legge perdona chi dimentica,
dimentica anche chi non potrà mai essere perdonato.”
— Cyrano2

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