Io sono il vento.
Ho visto la montagna cedere sopra il Vajont, ho sentito il boato dell’acqua sollevarsi come un mostro e inghiottire Longarone e i paesi vicini. Il fragore delle case che cadevano hanno attraversato le ossa, il legno spezzato, la polvere e il fango hanno riempito l’aria, e io ho raccolto il pianto, il terrore, le urla che non avevano scampo.
Ho attraversato L’Aquila mentre la terra tremava sotto i piedi, i tetti crollavano come castelli di sabbia e la polvere invadeva ogni strada, pungente e acre. Ho sentito il silenzio rotto dai singhiozzi, dal lamento dei sopravvissuti, dal cigolio di travi che si piegavano e si spezzavano.
Sono scivolato tra Amatrice e i borghi vicini, dove le piazze erano deserte e le case piegate su sé stesse, ho percepito il profumo del pane appena cotto mescolato a quello della polvere e del legno sbriciolato, ho visto gli sguardi persi dei bambini tra le macerie.
Ho corso in Emilia-Romagna quando i fiumi hanno invaso tutto, portando via strade, campi, il colore dei frutti e il calore delle case, e ho sentito il fango scorrere come una bestia oscura tra le mani e i cuori degli uomini. Anni prima la terra che trema poi l’acqua che copre tutto come un manto nero.
Ho attraversato il Friuli, quando la terra si è aperta come una ferita viva sotto i passi degli uomini. Ho sentito il primo colpo, secco, violento, e poi il tremore lungo, infinito, che non lasciava scampo. Le pietre delle case antiche sono cadute una sull’altra come se il tempo stesso si fosse spezzato, e la notte si è riempita di polvere, grida e preghiere sussurrate tra i denti.
Ho attraversato le colline dell’Irpinia piegate e spaccate, insieme ad alberi rotti, ho visto i tetti delle case arrendersi, e ho annusato l’odore del cemento fresco e del sudore di chi ricostruiva giorno dopo giorno.
Io ero lì quando tutto è cambiato, quando la terra urlava, quando il cielo si oscurava sopra chi aveva perso ogni certezza. Io ero lì e sentivo non solo la distruzione, ma anche una scintilla nascosta di coraggio, una resistenza invisibile che si aggrappava alla vita tra le macerie.
Ho raccolto le voci che tremavano tra le rovine. Elena a Longarone sussurrava al mio orecchio perché il mondo li avesse dimenticati, perché l’acqua li avesse travolti e gli uomini li avessero lasciati soli. Marco all’Aquila parlava della lentezza, dei moduli, della città svuotata e della pazienza che si consuma tra le macerie. Nonna Rosa ad Amatrice raccontava storie e accendeva il forno, diceva che finché raccontava, finché il borgo viveva in chi portava memoria, nulla era perduto. Luca e Martina in Emilia-Romagna scavavano, aiutavano chi non aveva più niente, urlavano contro l’onda, spingendo mani e cuori insieme. Mario In Friuli racconta che non ha avuto il tempo di capire. Ha afferrato sua figlia e ha urlato a sua moglie di uscire. Dice che mentre correva verso la porta sentiva la casa piegarsi, come un animale ferito. E quando è arrivato fuori, il rumore dietro di lui era già finito: la sua casa non esisteva più. Giovanni in Irpinia sussurrava che la ricostruzione è lenta, dolorosa, ma restare significa resistere.
Io ascoltavo tutto e trasportavo ogni parola, ogni singhiozzo, ogni piccolo gesto di coraggio. Non giudicavo, registravo, portavo via la memoria.
Io sono vento e sono gelido.
Faccio fischiare la mia voce tra i monti e le città, scagliando freddo contro chi ha voltato lo sguardo, contro chi ha lasciato soli bambini e anziani, contro ingegneri che contano moduli e firme mentre l’acqua e la terra divorano vite, contro istituzioni paralizzate, contro popoli abbandonati a sé stessi. Non c’è pietà, non c’è compassione: io vedo tutto e non mi trattengo. La vostra burocrazia è inutile, le vostre promesse sono vuote, il vostro sistema è corrotto dalla lentezza e dall’indifferenza. Voi lasciate che la paura cresca, che la rassegnazione si impadronisca, e io vi rido in faccia, gelido e cinico, perché posso dire ciò che voi non volete sentire, e non potete farmi niente perché contro il vento nessuno può.
Vedo il dolore, la frustrazione, la fatica inutile, e la porto lontano come un urlo che taglia l’aria. Io scuoto chi ignora, sferzo chi dimentica, porto la memoria dei caduti come lame di vento tra le vostre città.
Io sono vento, freddo e spietato, e porto con me tutto.
Rabbia, dolore, speranza, coraggio. Raccolgo le voci, le intreccio in un unico respiro e le lancio lontano, affinché il mondo sappia che chi lotta non è solo, e che chi ha fallito, chi ha ignorato e chi ha abbandonato, io non li dimentico.
Io sono vento e nessuno può fermarmi.
Eppure io non sono solo tempesta e gelo. Quando la furia si placa, io scivolo leggero tra le vie ricostruite, tra le case che hanno rialzato i muri caduti, tra le piazze che hanno ritrovato voci e passi. Mi muovo tra i campi rifioriti, accarezzo i tetti nuovi e porto con me l’eco dei sorrisi che si sono lentamente riaccesi. Ho visto le mani di chi ricostruiva piegarsi sul cemento e rialzarsi con determinazione, ho visto occhi che prima erano persi, ritrovare luce.
Io accompagno chi cammina ancora tra i segni del passato, sussurrando loro che ogni pietra rimessa al suo posto, ogni strada ricreata, ogni piccolo gesto di cura, è un atto di coraggio. Porto con me l’odore della terra arata, il fruscio delle foglie e il canto degli uccelli tra i tetti nuovi, e mentre mi muovo, sento che la vita trova sempre una via per risorgere.
Cammino silenzioso tra chi ha imparato a non arrendersi, ascolto le parole non dette, gli abbracci improvvisi, i passi incerti ma decisi. E li copro di un respiro gentile, perché anche quando il mondo sembra dimenticare, io non dimentico.
Io custodisco la memoria, la speranza, la tenacia di chi ha scelto di restare e di ricominciare pur sapendo che non sarebbe stato più lo stesso.
Ancora oggi li affianco, invisibile e costante, accarezzando i loro cuori e i loro giorni, ricordando loro che la vita può piegare, spezzare, distruggere, ma non può mai cancellare chi ha deciso di combattere con dignità e forza. Io sono vento, e porto con me la dolcezza di chi ha ricostruito, la leggerezza dei nuovi inizi e il calore silenzioso della rinascita.
In memoria di tutte le vittime delle grandi tragedie che hanno segnato la storia d’Italia, ricordiamo il dolore e la resilienza delle comunità colpite: dal disastro della diga del Vajont, ai terremoti dell’Irpinia, del Friuli, dell’Aquila, di Amatrice e delle zone dell’Emilia‑Romagna compresa l’alluvione. Queste tragedie hanno spezzato migliaia di vite e lasciato segni profondi nella memoria collettiva. Pur basandoci sulle stime disponibili dalle fonti storiche e ufficiali, va ricordato che in molti casi il numero reale delle vittime non può essere determinato con certezza a causa dei dispersi. La natura colpisce senza chiedere permesso, segue le sue leggi, indifferente a tutto. Ma è l’uomo che decide quanto profonda sarà la ferita. Non può fermare un terremoto, né arrestare la corsa dell’acqua o il crollo di una montagna, ma può scegliere dove costruire, come farlo, quanto ascoltare i segnali della terra. E così, ogni volta, la tragedia nasce da un incontro: tra la forza cieca della natura e la fragilità — o la responsabilità — delle scelte umane. Perché se è la natura a scrivere l’inizio, troppo spesso è l’uomo a determinare il finale.
Che il loro ricordo resti vivo come monito, memoria e impegno concreto a migliorare la prevenzione dei rischi naturali e l’efficacia degli aiuti alle comunità colpite.
Sara Bianchi




