Ciao, mi chiamo Marco e ho dodici anni.
Oggi è il mio compleanno e mi hanno regalato il mio primo cellulare. Lo aspettavo da tanto. Tutti i miei compagni ce l’avevano già, o almeno così mi sembrava, e io mi sentivo sempre un po’ indietro, come se stessi guardando il mondo da fuori.
La prima cosa che ho fatto è stata scaricare Instagram e TikTok.
All’inizio mi sembrava bellissimo. C’erano video divertenti, canzoni, partite, animali, scherzi, persone che ballavano, ragazzi della mia età che parlavano di scuola, videogiochi e cose normali. Mi sembrava di avere tutto il mondo in mano. Bastava scorrere con un dito e cambiava tutto: un video, poi un altro, poi un altro ancora.
Mi sentivo grande.
Dopo qualche settimana, però, qualcosa è cambiato.
Non so bene quando sia successo. Forse ho guardato un video per curiosità. Forse ho messo un like senza pensarci. Forse mi sono fermato qualche secondo in più davanti a una frase forte, una di quelle che ti fanno venire paura anche se non sai perché.
Da quel momento il telefono ha cominciato a mostrarmi sempre gli stessi video.
Video sui migranti. Video su persone che vengono dall’Africa. Video su uomini che, dicevano, arrivano in Italia per rubare, comandare, fare del male. Io prima pensavo che fossero persone povere, persone scappate da guerre, fame o posti difficili. A scuola avevo sentito dire così. Anche in televisione, qualche volta.
Ma sui social sembrava tutto diverso.
Lì c’erano adulti che parlavano con rabbia. Dicevano che i migranti non erano davvero poveri, perché avevano il cellulare. Dicevano che erano forti, muscolosi, pericolosi. Dicevano che non venivano qui per salvarsi, ma per conquistarci.
Io non capivo.
Mi chiedevo: se hanno un cellulare, allora non sono poveri? Se pregano un Dio diverso dal mio, allora vogliono farmi del male? Se vengono da un altro Paese, allora sono miei nemici?
Poi sono arrivati altri video.
Video sull’Islam. Persone che dicevano che i musulmani odiano le donne, che vogliono imporre la loro religione, che vogliono trasformare l’Italia in un posto dove noi non saremo più liberi. Io non conoscevo davvero l’Islam. Non conoscevo quasi niente. Però quei video erano sicuri, parlavano forte, mettevano musiche spaventose, immagini brutte, titoli enormi.
E io ho iniziato ad avere paura.
Non una paura normale, come quando devi fare un’interrogazione. Era una paura più strana, più pesante. Una paura che mi restava addosso anche dopo aver spento il telefono. Guardavo le persone per strada e mi chiedevo chi fossero davvero. A scuola guardavo alcuni compagni e mi sembravano diversi da prima.
Prima erano solo compagni.
Poi, piano piano, nella mia testa sono diventati qualcosa da cui difendermi.
Un giorno un mio amico, che dice sempre di essere “di destra”, mi ha raccontato una cosa terribile. Mi ha detto che quattro islamici avevano violentato una ragazza e poi l’avevano uccisa. Non so se fosse vero. Non so dove l’avesse letto. Non so se fosse successo davvero o se qualcuno glielo avesse raccontato male.
Però io ci ho creduto.
Perché quando hai dodici anni e hai paura, non controlli le fonti. Non vai a vedere se una notizia è vera. Non pensi che qualcuno possa manipolarti. Ti fidi. Ti fidi dei video, degli adulti, degli amici, delle frasi dette con sicurezza.
E più avevo paura, più il telefono mi dava altri motivi per averne.
Era come se qualcuno mi stesse chiudendo in una stanza sempre più piccola, dove entravano solo urla, minacce, rabbia e immagini di nemici.
Io non volevo odiare nessuno.
Volevo solo non avere paura.
Ma a un certo punto la paura ha cominciato a sembrare rabbia. E la rabbia ha cominciato a sembrare coraggio. E il coraggio, nella mia testa confusa, ha cominciato a sembrare una missione.
Pensavo: “Devo fare qualcosa”.
Non perché fossi cattivo. Non perché fossi nato violento. Ma perché nessuno mi aveva spiegato che non tutto quello che vedi online è vero. Nessuno mi aveva detto che i social non ti mostrano il mondo: ti mostrano quello che ti tiene attaccato allo schermo. Nessuno mi aveva insegnato che la paura può essere costruita, venduta, ripetuta e trasformata in odio.
Io avevo dodici anni.
Avevo un cellulare nuovo.
E pensavo di essere libero.
Invece qualcuno stava decidendo, video dopo video, che cosa dovevo temere.
ARTICOLO ORIGINALE INTEGRO
“Trapani, ‘Colpisco 4 compagni musulmani’: le chat del 12enne che ha provato ad accoltellare un prof”
Pubblicato: 2 giugno 2026, ore 13:29
Secondo Fanpage, il caso riguarda un dodicenne di San Vito Lo Capo, nel Trapanese, che il 30 maggio 2026 avrebbe tentato di accoltellare il suo insegnante di tecnologia alla scuola media Giuseppe Lombardo. Dagli elementi riportati emergono anche chat al vaglio degli inquirenti, nelle quali il ragazzo avrebbe fantasticato di colpire compagni musulmani e avrebbe fatto riferimento al fatto di non essere imputabile penalmente perché sotto i 14 anni.
Fanpage scrive che la Procura per i minorenni di Palermo ha interrogato il ragazzo e che gli investigatori stanno valutando chat con contenuti razzisti. Il nodo non è solo il gesto con i coltelli, già abbastanza folle senza bisogno del marketing dell’orrore, ma anche l’eventuale influenza di ambienti online, social, chat o gruppi digitali.
Dettagli principali riportati:
| Elemento | Dettaglio |
|---|---|
| Luogo | San Vito Lo Capo, Trapani |
| Data del fatto | 30 maggio 2026 |
| Età | 12 anni |
| Scuola | Media Giuseppe Lombardo |
| Bersaglio dell’aggressione | Insegnante di tecnologia |
| Armi | Due coltelli, secondo fonti riprese anche da Orizzonte Scuola/ANSA |
| Indagine | Procura per i minorenni di Palermo |
| Contenuto delle chat | Frasi su compagni musulmani e contenuti razzisti/xenofobi |
| Ipotesi investigativa | Verificare possibili istigatori o influenze online |
Il punto da tenere fermo è questo: l’aggressione concreta sarebbe stata diretta contro il professore, mentre le chat avrebbero rivelato fantasie o intenzioni contro compagni musulmani. Mischiare le due cose senza distinguerle è il modo migliore per fare confusione, sport nazionale ormai praticato anche senza visita medica.







Un commento
Marco ha dodici anni, un cellulare nuovo, e nessuno che gli spiega che l’algoritmo non è amico della curiosità, ma della dipendenza. È la storia di come la paura si semina senza che il seminatore se ne accorga. La cosa più dolorosa è che Marco non voleva odiare. Voleva solo smettere di avere paura. Ma l’algoritmo ha trasformato la sua domanda (“chi sono queste persone?”) in una certezza tossica (“sono nemici”). E così la paura è diventata rabbia, e la rabbia è diventata “missione”.
Questo racconto non denuncia i social. Denuncia l’assenza di educazione digitale. Marco non ha bisogno di meno tecnologia. Ha bisogno di qualcuno che gli dica: “Non tutto quello che vedi è vero. La paura vende. Tu vali più di uno schermo”. Da adulto, leggo e penso: quanti “Marco” ci sono oggi? E quanti di loro diventeranno user76?
La responsabilità non è di un ragazzo di dodici anni. È nostra.