“Le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione, non trovo più il senso della mia vita. Fermamente
deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia.”
“Andrò via col sorriso perché vivo nel dolore.”
“Io vivo costantemente nel nero, mi sveglio la mattina e vedo nero. In tutto quello che faccio vedo nero.”
“Vorrei poter scegliere di morire senza soffrire… Signor Presidente, le chiediamo di intervenire per lasciare
ciascuno libero fino alla fine.”
“Sono finalmente arrivato in Svizzera… purtroppo con le mie forze e non con l’aiuto dello Stato.”
“Fatemi un favore, mettete sempre le cinture.”
Leggere queste parole è come camminare accanto a qualcuno che porta un peso invisibile, e sentire ogni
passo gravare sul cuore. Non sono frasi da annotare o commentare: sono respiri, mani tremanti, occhi che
cercano pace. Fabiano non chiedeva compassione: chiedeva rispetto.
In Italia, la legge non accompagna fino in fondo chi soffre. L’eutanasia è vietata, e il suicidio assistito esiste
solo in condizioni molto limitate, legate a diagnosi e procedure rigide. Molti, come Fabiano, devono
affrontare viaggi all’estero, procedure complesse e solitudini che pesano più di qualsiasi dolore fisico. Lo
Stato, nella sua lentezza e nelle sue omissioni, non ha accolto pienamente la sua richiesta, lasciando aperta
una ferita che parla più di mille dibattiti: la distanza tra la sofferenza reale e la capacità della società di
rispondere.
Marco, che lo ha accompagnato, è stato messo sotto accusa e giudicato. Ma ciò che resta invisibile
è l’essenza della vicenda: la scelta di Fabiano, la sua sofferenza, il diritto a decidere della propria vita. È più
facile parlare di chi compie gesti esterni, di responsabilità altrui, che restare accanto alla verità di chi soffre e
riconoscere il valore della sua decisione.
La società non dovrebbe voltare lo sguardo. Non dovrebbe trasformare la libertà di scelta in un caso da
discutere. Dovrebbe offrire strumenti concreti: cure palliative efficaci, supporto psicologico, assistenza
domiciliare, accompagnamento medico e legale sicuro. La vera sfida è costruire una rete che permetta a
ciascuno di vivere fino alla fine con dignità, senza combattere da solo contro solitudine, burocrazia o paura.
Cammino dentro queste riflessioni come se fossi nella stanza con Fabiano. Sento il silenzio che avvolge ogni
gesto, il respiro faticoso, la mente che resiste nonostante tutto. Ogni momento diventa palpabile: la fragilità
del corpo, la lucidità dell’animo, la tensione tra paura e coraggio. Ogni giorno, accorgersi della sofferenza
reale è una scelta: stare con il dolore senza giudizio, riconoscere il valore della vita fino all’ultimo istante.
E io, che leggo queste parole, sento la mia responsabilità. Non posso voltarmi dall’altra parte. Non posso
limitarmi a osservare. Posso solo chiedermi: quanto siamo disposti a stare davvero con chi soffre? Quanto ci
impegniamo a trasformare la paura in attenzione, la distanza in cura, la legge in umanità concreta?
La domanda non è più “quanto siamo pronti”. La domanda è: ci saremo, fino in fondo, senza giudizio, senza
esitazioni? Oppure continueremo a fingere che il dolore non esista, negandolo ogni giorno, lasciando soli
coloro che meritano solo rispetto?
Questo articolo nasce da un tentativo di avvicinarmi a una realtà difficile da comprendere fino in fondo. Ma ci sono storie che non possono essere spiegate solo attraverso le parole di chi le racconta: vanno ascoltate, viste, attraversate.
Per questo ho scelto di raccogliere qui sotto alcuni contenuti su Fabiano Antoniani: interviste, testimonianze e materiali che restituiscono, almeno in parte, la sua voce e la sua esperienza diretta.
Non sono contenuti da scorrere velocemente. Richiedono tempo, presenza, e la disponibilità a restare dentro ciò che spesso tendiamo a evitare.
Forse non basta per comprendere davvero, ma è un modo per avvicinarsi senza semplificare, senza ridurre, senza distogliere lo sguardo.
Sara Bianchi
https://www.iene.mediaset.it/video/golia-intervista-integrale-a-dj-fabo_64901.shtml
https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2019/242





