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IO E LA MIA MIGLIORE AMICA

Ora la mia malattia esiste anche per lo Stato

Questa narrazione in prima persona raccoglie esperienze e sentimenti comuni a molte persone con fibromialgia. E’ la mia esperienza diretta, la scrivo perchè vorrei restituire con rispetto una realtà condivisa.

La mattina apro gli occhi e, prima ancora di alzarmi, ascolto il mio corpo.

È diventato un gesto automatico. Cerco di capire quanto dolore c’è, dove si è fermato durante la notte, quanta energia mi è rimasta e quale parte di me dovrò convincere a collaborare. Ci sono giorni in cui riesco a mettermi seduta quasi normalmente. In altri, il corpo sembra avere il peso di qualcosa che non mi appartiene più.

Poi arrivano le domande della giornata: riuscirò a lavorare? A prepararmi? A fare la spesa? A ricordare ciò che devo fare? Avrò abbastanza forza per rispondere a tutti senza lasciare trasparire la fatica?

Non è soltanto dolore. Se fosse “soltanto” dolore, forse sarebbe perfino più semplice da spiegare. È stanchezza profonda, sonno che non riposa, rigidità, difficoltà di concentrazione. È quella nebbia che a volte mi porta via una parola mentre sto parlando. È programmare la giornata sapendo che ogni attività avrà un costo, anche quando per gli altri è un gesto banale.

Che cos’è la fibromialgia

La fibromialgia è una sindrome cronica caratterizzata da dolore diffuso e da una maggiore sensibilità al dolore. Si accompagna spesso a stanchezza intensa e a un sonno che non ristora. Possono comparire anche rigidità, difficoltà di memoria e concentrazione: quella “nebbia mentale” che molte persone chiamano fibro fog.

Le cause non sono ancora del tutto chiarite. La ricerca ha rilevato alterazioni nel modo in cui il sistema nervoso trasmette ed elabora i segnali dolorosi. È come se il volume del dolore fosse più alto: stimoli normalmente tollerabili possono risultare dolorosi. Questo non significa che la sofferenza sia immaginaria.

La diagnosi è clinica: il medico valuta i sintomi, la loro durata e la storia della persona. Non esiste un singolo esame del sangue che confermi la fibromialgia; gli accertamenti servono anche a cercare altre possibili cause dei disturbi o patologie associate. Esami nella norma non cancellano il dolore di chi lo vive.

Non esiste oggi una cura risolutiva, ma un percorso personalizzato può aiutare a gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita. Può comprendere movimento adattato alle capacità della persona, interventi sul sonno, supporto psicologico e farmaci quando indicati. Il supporto psicologico è uno strumento per affrontare la malattia, non una dichiarazione che il dolore sia inventato.

Il dolore che non si vede

Il problema della fibromialgia non è soltanto ciò che sento. È anche ciò che gli altri non vedono.

Non ho sempre un segno esterno capace di spiegare come sto. Posso essere vestita bene, avere il viso truccato, sorridere in una fotografia. Posso perfino trascorrere una serata piacevole. Ma quella fotografia non racconta il tempo necessario per prepararmi, le energie consumate per essere presente e il giorno successivo passato a recuperare.

“Però ti vedo bene.”

Quante volte ho sentito questa frase. Spesso viene pronunciata con affetto, senza cattiveria. Eppure dentro di me suona come una domanda: sei sicura di stare davvero male?

Sì, ne sono sicura. Il fatto che il dolore non sia visibile non lo rende meno reale. Il fatto che oggi riesca a uscire non significa che domani potrò farlo di nuovo. E il fatto che io sorrida non vuol dire che il mio corpo abbia smesso di farmi male.

Con il tempo ho imparato a misurare le parole. Dire sempre come sto può sembrare una lamentela; non dirlo significa permettere agli altri di credere che vada tutto bene. Così rispondo “sono un po’ stanca”, anche quando la stanchezza è una parete contro cui continuo a sbattere.

Dover dimostrare di essere malata

La parte più dura non è stata soltanto arrivare a una diagnosi. È stato sentire, più volte, di dover dimostrare che non stavo esagerando.

Quando gli esami non danno una spiegazione semplice, il dubbio entra nella stanza. A volte lo leggi nello sguardo di chi ti visita. Altre volte arriva dalle persone vicine: forse è stress, forse dovresti reagire, forse se facessi più movimento, forse se ci pensassi meno.

Io stessa ho finito per dubitare di me. Mi sono chiesta se fossi diventata debole, pigra, incapace di sopportare ciò che gli altri affrontano senza problemi. Mi sono colpevolizzata per gli appuntamenti cancellati, per le giornate improduttive, per le cose lasciate a metà.

Poi ho capito che continuare a vivere dentro un corpo imprevedibile richiede una forza enorme. Una forza silenziosa, poco spettacolare. Non è quella delle grandi imprese. È la forza di alzarsi, organizzarsi, chiedere aiuto, rinunciare quando serve e ricominciare senza sapere quanto durerà l’equilibrio.

La mia vita dentro una riserva di energia

Ho imparato che l’energia non è infinita. Devo scegliere dove usarla.

Se lavoro, forse non cucino. Se faccio una commissione, potrei non riuscire a vedere un’amica. Se partecipo a un evento, devo lasciare vuoto il giorno successivo. Ogni “sì” contiene spesso un piccolo “no” che gli altri non vedono.

Questa selezione continua può restringere la vita. Non perché io non abbia desideri, ma perché devo amministrarli. A volte rinuncio prima ancora di provare, per paura del prezzo che pagherò dopo. Altre volte vado comunque e accetto le conseguenze, perché non voglio che la malattia decida tutto al posto mio.

Anche il lavoro diventa un terreno delicato. Vorrei essere valutata per ciò che so fare, non per i giorni in cui il mio corpo rallenta. Vorrei poter chiedere un adattamento senza sentirmi un problema. Vorrei che la flessibilità fosse considerata uno strumento per permettermi di continuare, non un favore concesso a malincuore.

Non cerco scorciatoie. Cerco una strada percorribile.

Finalmente una notizia diversa

Quando ho letto che la fibromialgia è stata inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza, mi sono fermata.

Per anni ho sentito parlare di proposte, richieste, promesse e attese. Questa volta, invece, il riconoscimento è stato scritto in un provvedimento ufficiale dello Stato.

Ho provato sollievo. Non perché un decreto cancelli il dolore e nemmeno perché da domani tutto diventi semplice. Ho provato sollievo perché, finalmente, la mia malattia non è più soltanto qualcosa che devo spiegare io.

Ora esiste anche nelle parole delle istituzioni.

Essere riconosciuti non significa essere guariti, ma smettere almeno in parte di essere invisibili. Significa sapere che ciò che vivo ha un nome, un peso e una dignità pubblica. Significa che qualcuno, dopo anni di battaglie portate avanti soprattutto dalle persone malate e dalle associazioni, ha finalmente detto: questa condizione può essere cronica, grave e invalidante; merita una tutela.

Per chi ha dovuto giustificarsi così a lungo, non è poco.

La gioia che non riesce a essere completa

Poi ho letto meglio. Il riconoscimento riguarda soltanto le forme “molto severe”, quelle con un punteggio FIQR superiore a 82.

Ed è qui che la gioia si è fermata a metà.

Capisco che servano criteri. Capisco che una misura pubblica debba stabilire regole verificabili. Ma conosco anche la distanza che può esistere tra un punteggio e una vita.

La fibromialgia cambia. Ci sono periodi peggiori e periodi appena più gestibili. Ci sono persone che non supereranno quella soglia e che, nonostante questo, perderanno giornate di lavoro, relazioni, opportunità e autonomia. Persone che continueranno a pagare visite e percorsi necessari mentre cercano di non peggiorare abbastanza da rientrare nella tutela.

È un pensiero amaro: dover diventare “abbastanza malata” per essere riconosciuta.

Il dolore non comincia a 83. La difficoltà economica non comincia a 83. La paura di non riuscire a mantenere il proprio lavoro non comincia a 83. E neppure la solitudine.

Questa soglia apre una porta, ma lascia molte persone davanti all’ingresso.

Non voglio essere ridotta a un numero

Il FIQR è uno strumento utile. Può aiutare i professionisti a misurare l’impatto della malattia e a utilizzare criteri comuni. Ma io non sono il mio punteggio.

Sono la somma dei giorni in cui riesco e di quelli in cui non riesco. Sono il lavoro che continuo a svolgere, le persone che amo, i progetti che provo a proteggere. Sono anche le rinunce che nessuno registra e le strategie che ho costruito per sembrare autonoma.

Vorrei che la valutazione della mia condizione sapesse guardare tutto questo. Non per eliminare i criteri, ma per renderli capaci di incontrare la realtà.

Vorrei una sanità che non intervenga soltanto quando la mia situazione è diventata estrema. Vorrei poter accedere prima ai percorsi che potrebbero aiutarmi a preservare ciò che ancora riesco a fare.

La prevenzione dell’aggravamento dovrebbe essere una tutela, non un premio concesso dopo aver superato la soglia più alta.

Essere creduta è già una forma di cura

Non chiedo compassione. Chiedo ascolto, competenza e rispetto.

Chiedo che il medico non debba convincersi della mia sofferenza prima di curarmi. Chiedo che sul lavoro si possano costruire soluzioni sostenibili. Chiedo che la mia famiglia non debba imparare tutto da sola. Chiedo che le differenze tra una Regione e l’altra non rendano il mio diritto più o meno concreto in base al luogo in cui vivo.

Soprattutto, chiedo di essere creduta.

Essere creduti non risolve una malattia cronica, ma cambia il modo in cui la si attraversa. Toglie un peso aggiuntivo: quello di dover difendere continuamente la verità del proprio corpo.

Oggi guardo a questo riconoscimento con gratitudine e inquietudine. Gratitudine per chi ha lottato perché arrivasse. Inquietudine per chi rischia di restare escluso e per il divario che può ancora aprirsi tra ciò che una norma promette e ciò che i servizi riusciranno davvero a garantire.

Voglio considerarlo un inizio. Un primo passo importante, non il traguardo.

Perché la mia malattia ora esiste anche per lo Stato. Ma io esistevo già prima. Esistevano il mio dolore, la mia fatica, la mia dignità e il mio diritto a una vita piena.

La vera conquista arriverà quando nessuna persona dovrà diventare invisibile per continuare a sembrare forte, né gravissima per meritare ascolto.


Cosa significa concretamente la nuova normativa

Il DPCM del 7 agosto 2026, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 227 del 30 settembre 2026, ha inserito la sindrome fibromialgica tra le malattie e condizioni croniche e invalidanti comprese nei Livelli Essenziali di Assistenza.

Il decreto entrerà in vigore il 30 ottobre 2026.

Chi può ottenere l’esenzione

Il riconoscimento non riguarda automaticamente tutte le persone con una diagnosi di fibromialgia. È limitato alle forme definite molto severe, individuate da un punteggio FIQR superiore a 82.

Il FIQR, Revised Fibromyalgia Impact Questionnaire, valuta il funzionamento quotidiano, la gravità dei sintomi e l’impatto complessivo della patologia.

Il codice di esenzione è 068.729.0 e l’attestato ha una durata minima di due anni.

Quali prestazioni sono previste in esenzione

Per le persone che soddisfano il requisito di gravità, il provvedimento prevede:

  • una visita di controllo ogni 12 mesi, necessaria al monitoraggio della malattia, delle complicanze e degli eventuali aggravamenti;
  • un ciclo di 10 sedute di rieducazione motoria di gruppo ogni 12 mesi;
  • una visita psichiatrica di controllo ogni 12 mesi, soltanto in presenza di una comorbidità psichiatrica.

L’esenzione non copre automaticamente tutte le visite, gli esami, i farmaci o le terapie connesse alla fibromialgia, ma esclusivamente le prestazioni indicate dal provvedimento.

Esenzione e invalidità civile sono due cose diverse

L’inserimento nei LEA non determina automaticamente il riconoscimento dell’invalidità civile, della Legge 104, di benefici economici o di specifiche agevolazioni lavorative.

Queste tutele seguono procedimenti distinti e richiedono una valutazione individuale delle effettive limitazioni funzionali della persona.

Come richiedere il codice

Dopo l’entrata in vigore sarà necessario seguire le indicazioni operative della propria Regione e dell’azienda sanitaria competente per la certificazione della forma molto severa e il rilascio dell’attestato di esenzione.

È consigliabile rivolgersi al medico di medicina generale, allo specialista che segue la patologia o agli uffici della propria ASL, evitando di basarsi esclusivamente su informazioni diffuse attraverso social e messaggi inoltrati.

Il riconoscimento è ufficiale e importante, ma ancora parziale. La sfida adesso sarà trasformare il diritto scritto in un accesso semplice, uniforme e realmente disponibile su tutto il territorio nazionale.

Un futuro più umano è possibile. Ma comincia dal credere anche al dolore che non si vede.


Fonti istituzionali

  • National Institute of Arthritis and Musculoskeletal and Skin Diseases (NIAMS), Fibromyalgia e Diagnosis, Treatment, and Steps to Take, per la descrizione della sindrome, la diagnosi e la gestione dei sintomi.
  • Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 7 agosto 2026, Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 227 del 30 settembre 2026.
  • Documentazione parlamentare sull’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza e sull’introduzione del codice 068.729.0.

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