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Il peso di sentirsi un peso.

Ha sessant’anni. Non li dimostra tutti, ma li sente tutti. Li sente la mattina quando si sveglia prima della sveglia, con la testa già piena. Per quarant’anni ha lavorato. senza fare rumore. Ha scelto la strada più lunga, quella della dignità. Non ha cercato scorciatoie, non ha chiesto favori. Ha fatto il suo dovere, giorno dopo giorno. Quando c’era da stringere i denti, stringeva i denti. quando c’era da portare a casa poco, portava a casa poco, ma lo portava a casa lui. Era questo il suo orgoglio discreto: non pesare su nessuno.

Adesso è vicino alla pensione.

Dovrebbe essere un traguardo. Invece é un confine strano. Non si sente più utile come prima, e non sa ancora chi sarà dopo. E’ in mezzo. Vive in famiglia. In casa con lui c’è moglie e figlia. E’ una casa che va avanti veloce, tra lavoro, bollette, impegni, porte che si aprono e si chiudono. Lui vorrebbe trovare il suo posto in quel movimento, ma non lo trova più. Aiuta come può. fa la spesa, sistema, ripara, è lì quando serve. Ma sempre più spesso ha la sensazione di essere chiamato solo quando serve. Di essere di comodo. Quando non serve, è come se fosse trasparente. Passa in cucina e nessuno lo nota. Parla e la risposta arriva in ritardo, distratta. Non si sente apprezzato. Non si sente amato per quello che è, ma tollerato per quello che fa. E’ la cosa che gli fa più male, quella che non dice a nessuno, è che ha iniziato a sentirsi un peso. Un peso in casa sua. Un uomo che occupa spazio, che consuma aria, che non aggiunge più niente. La sera, sua moglie rigoverna, sua figlia è in camera sua, lui si mette in soggiorno guardando il cellulare con le cuffie. E pensa. Pensa a tutte le preoccupazioni che non ha mai raccontato. Ho fatto abbastanza? Ho sbagliato dove? Se me ne andassi, sarebbe più semplice per tutti?. Ci sono giorni in cui vorrebbe prendere una decisione drastica, anche la più estrema. cambiare tutto di colpo, chiudere, andarsene lontano, o per sempre, farla finita con questo sentirsi inutile. E’ un pensiero forte, netto. Poi arriva il buon senso. Quel buon senso antico che lo ha tenuto in piedi per una vita intera. Quel buon senso gli dice: ferma. Non è così che si risolvono le cose. No è così che hai sempre fatto. Ma ci sono giorni, e sono i più difficili da confessare, in cui quel buon senso non basta a zittire tutto. Giorni in cui desidera che tutto finisca qui. Non per vigliaccheria, non per attirare attenzione. Lo desidera perché è stanco di sentirsi inutile. Perché la sensazione di non servire a nulla, a sessant’anni, dopo una vita a servire anche il prossimo con il volontariato, fa più male di qualsiasi fatica fisica. Eppure, anche in quei giorni, resta. Si alza. fa il caffè. Comunque resta perché in fondo, sotto a tutta quella stanchezza, c’è ancora un pezzetto di lui che vuole credere che la sua presenza conti. Questa non è una storia di un uomo finito. E’ la storia di un uomo che ha dato tutto alla dignità del lavoro e della famiglia, e che ora sta cercando un’altra dignità più difficile: quella di chiedere aiuto. Di dire in casa sua, a voce bassa ma chiara: mi sento solo, ho tante preoccupazioni, ho bisogno di sentirmi di nuovo amato e apprezzato, non solo utilizzato.

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