HO PERSO UN BRACCIO PER PAURA DI CHIAMARE UN AVVOCATO.
La fiducia.
Io con mio zio ci lavoro da una vita. Ho iniziato da ragazzino. D’estate, per dargli una mano. Poi i giorni sono diventati mesi, i mesi anni. Lui imprenditore edile, io il nipote che c’era sempre. Nessun contratto. Mai. Tra parenti non si fa. Lavoravo a nero. Si faceva così e basta. “Poi sistemiamo, poi vediamo”. Ma quel poi non è mai arrivato. Quel giorno mi ha detto: “prendi il flessibile e finisci quel lavoro”. Un lavoro che avevo fatto mille volte. Il flessibile lo conoscevo, ma è un attrezzo traditore. se scappa, non perdona. Ho inserito il disco. Ha morso storto. L’attrezzo è scappato di mano. Mi ha preso il braccio. Non un graffio. un taglio profondo, larghissimo. Il sangue non si fermava, usciva come se fosse stata una cannella d’acqua aperta. Ho capito subito che era una cosa grave, gravissima. Mio zio mi ha caricato in macchina di corsa e mi ha portato al pronto soccorso. In macchina non c’erano discorsi. Non c’era “ci penso io”. C’era solo silenzio e paura. Lui guidava veloce, io tenevo il braccio con quello che avevo, sporcando la macchina dappertutto. Arrivato all’ospedale mi hanno dato subito il codice rosso. Sala operatoria d’urgenza. I medici dicevano che la ferita era molto importante, che avevo rischiato grosso. Mi hanno operato. Sono rimasto lì da solo. Mio zio è sparito. Per alcuni giorni non si è visto. Poi, dopo alcuni giorni, si è ripresentato. E’ venuto li e mi ha detto: “Stai tranquillo, ci penso io a tutto. Alla situazione lavorativa, a tutto quello che ti aspetta. Sistemo tutto io”. Ma io ero a nero. non avevo nessuna assicurazione. Non esistevo, per lo stato, in quel cantiere.
La degenza e le promesse.
Dopo L’operazione non è finita. Sono rimasto in ospedale per molti giorni. Una degenza lunga. Non potevo muovere il braccio, avevo il drenaggio, medicazioni due volte al giorno. I medici fin da subito sono stati chiari: “il taglio ha preso i tendini. anche se l’operazione è riuscita, avrai problemi. Il braccio non tornerà più come prima”. E così è stato. Purtroppo avevano ragione. In quei giorni a letto, pensavo a due cose: al dolore e al lavoro. Perché sa lavori a nero e ti fermi, non guadagni. Se non guadagni, come vivi ?. Mio zie era riapparso, veniva a trovarmi e ogni volta ripeteva la stessa frase: “Ci penso io. Ti aiuto io per l’inquadramento lavorativo, per i sussidi, per tutto quello che ti serve. Non ti lascio solo”. Io ci credevo. O meglio, volevo crederci. Era mio zio. Mi diceva che avrebbe sistemato la posizione, che avrebbe parlato con il commercialista, che avrebbe fatto risultare l’infortunio come se fossi stato in regola, che avrei avuto quello che mi spettava. Io intanto ero lì, con il braccio cucito e i tendini rotti, ad aspettare che quelle parole diventassero qualcosa di concreto. Ma i giorni passavano e di concreto non arrivava niente. Solo parole. E il braccio non migliorava.
A casa, con un braccio solo.
Quando mi hanno dimesso, non ero guarito. Ero solo fuori dall’ospedale. Avevo il braccio completamente ingessato, dal gomito alla mano. Immobilizzato. Non potevo fare niente. Niente di quello che fai tutti i giorni senza pensarci. Non riuscivo a mangiare da solo. Non riuscivo a tagliarmi un pezzo di pane. Non riuscivo a lavarmi, a vestirmi. Dovevo chiedere aiuto per tutto. a 30 anni ti ritrovi come un bambino. E in quei momenti capisci cosa vuol dire lavorare a nero. se sei in regola, hai l’I.N.A.I.L., hai la malattia, hai qualcosa. Se sei a nero, hai solo il tuo braccio ingessato e le bollette che arrivano lo stesso. Mio zio quei giorni veniva a casa a trovarmi. Si sedeva e mi diceva: “Stai tranquillo. Ti aiuto io con l’I.N.A.I.L., ti pago l’affitto, ti porto da mangiare. Non ti preoccupare”. Io annuivo. Cosa potevo fare ?. Ma la verità di tutto quello che diceva, non è successo quasi niente. Mi ha dato qualcosa per l’affitto, si. Qualche soldo buttato lì, alla viva il parroco, come si dice da noi. “Tieni arrangiati”. Non un aiuto vero, non un inquadramento, non una pratica I.N.A.I.L. fatta come si deve. Solo spiccioli per mettere a tacere la coscienza. Da mangiare non me ne ha mai portato. L’affitto me lo sono pagato quasi tutto io, con i pochi soldi che mi erano rimasti. e intanto il braccio era lì, fermo, dentro il gesso, e io cominciavo a capire che non era solo il tendine ad essere rotto. Era anche la fiducia.
Dopo il gesso, il vuoto.
Nei mesi successivi, tra me e mio zio si è creato dell’astio. Normale forse. Io avevo il braccio rovinato, lui non aveva mantenuto le promesse. Non ci guardavamo più come prima. Non ero più “il nipote bravo che lavorava”, ero diventato un problema. Sono rimasto disoccupato. senza l’uso del braccio, senza contratto, senza I.N.A.I.L., senza niente. Mi arrangiavo alla meglio, come potevo. Giornate intere a casa, a guardare il braccio che non guariva. Poi dopo qualche mese, quando mi hanno tolto il gesso e ho iniziato a riprendere un po’ la mano, è stato proprio il figlio di mio zio, mio cugino, a trovarmi un lavoro. BENZINAIO. Sulla carta sembrava una mano santa. In realtà erano orari drammatici. dalla mattina alla sera, fino a mezzanotte, a volte fino all’una di notte. Sempre in piedi, con il braccio ancora dolorante. E la paga? 40 euro al giorno. sempre a nero chiaramente. Niente contratto, niente contributi. 40 euro. E quei 40 euro non erano nemmeno sicuri. Se sbagliavo a dare un resto a un cliente, se mancava qualcosa alla casa della benzina, te li scalavano subito. Hai sbagliato un resto di 10 euro ?. Domani ne prendi 30. Lavoravo 14-15 ore al giorno, con il braccio che mi faceva male, per 40 euro che potevano diventare 30,20. ero passato da un lavoro a nero in edilizia dove ci ho rimesso un braccio, a un altro lavoro a nero come benzinaio dove ci stavo rimettendo la schiena e la dignità.
Il rammarico più grande.
Se ci ripenso oggi, il taglio al braccio non è stato l’errore più grande. L’errore più grande è stato non ascoltare chi mi voleva bene davvero. Mia sorella e mio cognato, fin dal primo giorno in ospedale, me lo avevano detto chiaro: “Metti un avvocato. subito. Uno bravo. fatti tutelare. Fregatene che è tuo zio”. Me lo dicevano perché vedevano quello che io non volevo vedere. Io ero in un letto d’ospedale con i tendini rotti, operato d’urgenza, a nero, senza nessuna tutela. Loro vedevano già il futuro: “Rimani invalido, non guarisci completamente, non potrai più fare l’edilizia, non potrai più fare tanti lavori. E avevano ragione. Io invece mi sono sentito in colpa. Pensavo: “Come faccio a mettere un avvocato contro mio zio. ?. E’ famiglia. ci penserà lui, me l’ha promesso”. Ho scelto la famiglia. O quello che credevo fosse la famiglia. Oggi ho un braccio rovinato. Non ho la stessa forza, non ho la stessa presa. Tanti lavori non li posso più fare. Sono mezzo invalido per un lavoro che facevo a nero e per il quale non ho avuto quasi nessun risarcimento. E il mio rammarico più forte, quello che mi mangia dentro più del dolore al braccio, è di non aver ascoltato mia sorella e mio cognato. se li avessi ascoltati, avrei avuto un avvocato bravo che mi tutelava a spada tratta. Avrei avuto l’I.N.A.I.L., l’invalidità riconosciuta, un risarcimento vero. Avrei potuto fregarmene di mio zio. Invece ho ascoltato mio zio. E ciò rimesso io. se posso dare un consiglio a chi legge questa storia e si trova nella mia situazione, con un parente che ti fa lavorare a nero: ascoltate vostra sorella, vostro cognato, chi vi vuole bene davvero. Non ci vi paga 40 euro a nero. l’avvocato non è contro la famiglia. L’avvocato è per non rimanere invalido e senza niente.
In attesa, di nuovo.
Dopo mesi di visite e contro visite negli ospedali locali dove abito, ero stanco. Il braccio non migliorava e le risposte erano sempre le stesse. Allora ho chiamato mia sorella. Lei lavora in un ospedale importante, in un’altra città, un ospedale specializzato proprio in questi danni alle mani e alle braccia. Le ho detto come ero messo. Le ho detto che la ferita era importante, che il danno ai tendini si sentiva tutto, che non riuscivo più a fare le cose di prima. Lei mi ha detto subito: “Mandami tutto quello che hai”. E così ho fatto. Le ho mandato tutta la documentazione che mi avevano dato: i referti del pronto soccorso, dell’operazione che ho subito, e le carte degli ospedali locali, tutto. Lei ha preso tutto e lo ha portato ai suoi specialisti. Adesso sono in attesa. In attesa di una chiamata per una visita. Anche lì, nell’ospedale di mia sorella, ci sono le lunghe attese. Purtroppo la sanitò in Italia è questa, anche negli ospedali migliori. Però c’è una differenza; qui c’è una speranza in più. Mi hanno detto che con una visita molto più approfondita, più dettagliata, fatta da chi è specializzato in queste situazioni, forse si può recuperare qualcosa, forse il braccio si può rimettere un po’ meglio. forse si può fare un’altra operazione mirata per i tendini. non è una certezza. Ma è una speranza. e dopo tutto quello che ho passato – il lavoro a nero, l’incidente, il gesso, i 40 euro al giorno da benzinaio, i soldi dati alla viva il parroco – avere una speranza al giorno d’oggi, anche se devi aspettare mesi per una visita, è già tanto. sono lì, in attesa della chiamata.
Quelli con il braccino corto.
Se c’è una cosa che questo infortunio mi ha insegnato, oltre al dolore al braccio, è chi sono davvero i parenti…….






