«PER NOI LA BENZINA NON È UN LUSSO.
È PARTE DELLA CURA DI NOSTRO FIGLIO.»
Una famiglia di quattro persone, due stipendi, un figlio con disabilità, terapie quotidiane e una casa lontana dai servizi. Quando aumentano carburante, energia e costo della vita, qualcuno può rinunciare. Loro no.
Caro Visionario Invisibile,
ti scrivo perché in questi giorni sento continuamente parlare del prezzo della benzina, del gasolio, dell’energia e, più in generale, del costo della vita. Se ne parla alla televisione, sui giornali, sui social. Si fanno confronti, si cercano responsabilità, si discute di accise, petrolio, mercati, tasse. Io non so dirti chi abbia ragione e non sono un’economista. Sono semplicemente una madre.
Siamo una famiglia di quattro persone: io, mio marito e i nostri due figli. Lavoriamo entrambi e abbiamo due stipendi. Uno dei nostri figli ha una disabilità e necessita di terapie, controlli e assistenza; l’altro va a scuola e, come tutti i bambini, ha diritto alla sua quotidianità. Viviamo però in una zona dove i servizi pubblici non ci permettono concretamente di organizzare la nostra vita senza automobile. Ed è proprio da qui che vorrei cominciare, perché quando sento dire «Se la benzina costa troppo, usate meno la macchina», mi viene spontaneo fare una domanda molto semplice: come facciamo?
Per noi l’automobile non serve principalmente per andare al ristorante, partire per il fine settimana o fare una passeggiata. Molto spesso serve per nostro figlio. Serve per accompagnarlo alle terapie, ai centri, alle visite, ai controlli e agli appuntamenti che fanno parte della sua vita. Ogni giorno c’è un percorso da organizzare e qualche volta ce n’è più di uno: casa, centro, lavoro, scuola, di nuovo centro e infine casa. Mentre uno di noi accompagna nostro figlio, l’altro deve continuare a lavorare, incastrare gli orari, occuparsi dell’altro bambino e cercare di tenere insieme una giornata che spesso sembra costruita con un cronometro in mano.
Anche nostro figlio più piccolo deve arrivare a scuola. Lui non ha una disabilità, ma vive naturalmente dentro la stessa famiglia e non vogliamo che cresca pensando di dover sempre rinunciare a qualcosa perché suo fratello ha bisogno di più attenzioni. Deve studiare, fare i compiti, avere le sue attività, vedere gli amici, vivere la propria infanzia. Abitando in una zona poco servita, spesso dobbiamo accompagnare anche lui. E quindi sono altri chilometri, altro carburante, altro tempo. Non possiamo dire a un figlio «Oggi la benzina costa troppo, quindi non vai a scuola», così come non possiamo dire all’altro «Oggi il gasolio è aumentato, quindi saltiamo la terapia». Questa è semplicemente la nostra realtà.
Due stipendi non significano automaticamente stare bene
Questa è forse la cosa che vorrei far capire più di tutte. Io e mio marito lavoriamo entrambi e qualche volta sembra quasi che dire “due stipendi” significhi automaticamente dire “famiglia che sta bene”. Ma bisognerebbe smettere di guardare soltanto quanto entra e cominciare a guardare anche quanto rimane. Perché dopo arrivano il mutuo o l’affitto, la spesa, le bollette, il carburante, l’assicurazione e la manutenzione dell’automobile, le spese scolastiche, tutto ciò che riguarda i figli e quelle necessità che ruotano intorno alla disabilità e che non sempre trovano una risposta completa nei servizi disponibili. Alla fine del mese il problema non è soltanto quanto abbiamo guadagnato: il problema è quanto è rimasto dopo aver fatto tutto ciò che dovevamo fare.
Ed è proprio quel “quanto rimane” che negli ultimi tempi abbiamo iniziato a guardare sempre più spesso. Quando aumenta il carburante vediamo immediatamente il numero sul distributore, ma l’effetto non finisce alla pompa. Il trasporto incide sulle merci, le attività hanno costi energetici, le famiglie pagano luce e riscaldamento e poi si entra al supermercato con una cifra che fino a qualche tempo prima riempiva il carrello e ci si accorge che oggi porta a casa meno cose. La sensazione più difficile da spiegare non è necessariamente quella di essere diventati poveri da un giorno all’altro. È quella di arretrare lentamente.
Prima si rinuncia a una cena fuori, e va bene. Poi si rimanda un acquisto, si presta più attenzione al riscaldamento, si cerca il distributore dove il carburante costa qualche centesimo in meno, si aspetta il mese successivo per cambiare qualcosa che potrebbe ancora durare. Le vacanze diventano “vedremo”, i vestiti “possono aspettare”, qualche attività viene ridotta. Sono piccole rinunce, una alla volta, e quasi non te ne accorgi. Finché un giorno realizzi che stai lavorando in due non per costruire qualcosa in più, ma semplicemente per impedire che qualcosa venga meno.
«Noi non possiamo tagliare i chilometri della disabilità»
Qualche sera fa io e mio marito eravamo seduti al tavolo. I bambini erano a letto e davanti avevamo le spese del mese. Abbiamo iniziato a vedere dove fosse ancora possibile risparmiare: telefono, qualcosa si può fare; spesa, possiamo stare più attenti; uscite, possiamo ridurle; vestiti, possono aspettare; vacanze, vedremo. Poi siamo arrivati al carburante. Ci siamo guardati e lì ci siamo accorti che non c’era quasi niente da tagliare, perché per diminuire quella spesa avremmo dovuto diminuire i chilometri. Ma quali? Quelli necessari per portare nostro figlio alla terapia? Quelli per accompagnare l’altro a scuola? Quelli per andare al lavoro? Quelli per raggiungere una visita?
È stato in quel momento che mio marito ha pronunciato una frase che non riesco più a dimenticare:
Credo che dentro quella frase ci sia tutta la nostra storia. Non scrivo questa lettera per chiedere pietà e nemmeno per sostenere che la nostra famiglia soffra più delle altre. Sappiamo perfettamente che esistono persone in condizioni molto più difficili. Noi abbiamo due stipendi, abbiamo una casa, abbiamo i nostri figli e combattiamo ogni giorno per loro. Ma proprio perché lavoriamo entrambi ci chiediamo quanto ancora una famiglia debba correre semplicemente per mantenere una vita normale.
Non chiediamo privilegi. Vorremmo soltanto che, quando si parla di carburanti, energia e inflazione, ci si ricordasse che dietro le percentuali esistono vite molto diverse. Per qualcuno cento chilometri possono significare una gita; per noi possono significare cure. Per qualcuno accendere la macchina è una scelta; per noi, molte mattine, è una necessità.
👁️🗨️ Riflessione del Visionario Invisibile
Ho riletto questa lettera più volte e sono tornato sempre sulla stessa frase: «Non possiamo tagliare i chilometri della disabilità.» È una frase semplice, quasi banale, eppure riesce a spiegare qualcosa che tante discussioni sul caro carburanti dimenticano. Quando parliamo del prezzo alla pompa ragioniamo inevitabilmente in euro al litro, variazioni, tasse, quotazioni e percentuali. Sono elementi importanti, ma nessuno di questi numeri ci dice perché quel carburante viene consumato.
Dieci litri utilizzati per una gita e dieci litri necessari per accompagnare un figlio a una terapia hanno esattamente lo stesso prezzo sullo scontrino, ma non hanno lo stesso significato nella vita. Non si tratta di stabilire quale viaggio sia più degno di un altro, né di dividere le persone in categorie. Si tratta di comprendere che la possibilità di ridurre i consumi non è distribuita nello stesso modo. Ci sono spostamenti rinviabili e spostamenti che non lo sono. Ci sono famiglie che possono lasciare l’automobile parcheggiata un giorno in più e altre per le quali quella macchina è, di fatto, un pezzo dell’organizzazione assistenziale.
Lo stesso ragionamento vale per l’energia. È giusto combattere gli sprechi, ma non tutte le case consumano per gli stessi motivi e non tutte le famiglie hanno gli stessi margini per ridurre. Quando in una casa vive una persona fragile, quando l’assistenza richiede una maggiore permanenza domestica o particolari necessità, anche una bolletta può raccontare una storia che il semplice numero dei kilowattora non riesce a mostrare.
Poi c’è un’altra questione che questa lettera mette davanti ai nostri occhi: la distanza dai servizi ha un costo. Se una terapia, una scuola, un centro o un servizio essenziale si trovano lontano da casa e il trasporto pubblico non rappresenta un’alternativa realmente utilizzabile, quella distanza viene pagata direttamente dalla famiglia. Viene pagata in carburante, certamente, ma anche in ore sottratte alla giornata, permessi, organizzazione, stanchezza e difficoltà nel conciliare lavoro e cura. Per questo parlare soltanto del prezzo della benzina sarebbe riduttivo: qui stiamo parlando anche di trasporti, servizi territoriali, scuola, assistenza, accessibilità e qualità della vita.
Ed è forse questa la parte che chi osserva dall’esterno vede meno. Quando il costo della vita aumenta, la risposta più semplice è dire alle famiglie di risparmiare. Ma prima o poi bisogna avere il coraggio di fare la domanda successiva: risparmiare su cosa? Si può rinunciare a un aperitivo, rimandare un vestito, scegliere una vacanza meno costosa o non farla affatto. Ma esiste un punto oltre il quale non stiamo più eliminando il superfluo: stiamo iniziando a comprimere il necessario. La scuola non è superflua, il lavoro non è superfluo, una terapia non è superflua e la mobilità indispensabile per raggiungerli non può essere considerata alla stessa maniera di uno spostamento facoltativo.
È proprio in quel punto che le grandi discussioni economiche incontrano la vita reale: quando una famiglia guarda il proprio bilancio e scopre che non c’è quasi più nulla di ragionevole da tagliare.
🧱 Conclusioni del Visionario Invisibile
Non vorrei che questa sedicesima Voce diventasse l’ennesimo processo politico sul prezzo della benzina. Sarebbe troppo facile e, soprattutto, perderemmo ciò che questa famiglia ci sta realmente raccontando. Dietro il prezzo luminoso esposto davanti a un distributore esistono milioni di viaggi completamente differenti: c’è chi parte per il fine settimana, chi raggiunge il posto di lavoro, chi accompagna un bambino a scuola, chi porta un genitore anziano a una visita e chi ogni mattina mette in macchina un figlio con disabilità perché dall’altra parte di quella strada c’è una terapia.
Alla pompa tutti pagano lo stesso litro, ma non stanno comprando tutti la stessa cosa. Questa famiglia, in quei litri di carburante, sta comprando la possibilità di arrivare a scuola, al lavoro, al centro terapeutico, a una visita. Sta comprando la possibilità di continuare una quotidianità che richiede già più organizzazione, più tempo e più fatica di quanto possiamo vedere dall’esterno.
E allora, quando discutiamo di carburanti, bollette, energia, spesa e costo della vita, proviamo almeno per un momento a non fermarci al numero. Guardiamo chi c’è dietro quel numero. Perché una società capace di vedere davvero le persone più fragili non dovrebbe chiedersi soltanto «Quanto costa oggi un litro di benzina?». Dovrebbe avere il coraggio di porsi una domanda molto più grande:
È questa la domanda che ci lascia una famiglia di quattro persone. Ed è la domanda che vorrei lasciare anche a voi. Quanto incidono oggi carburante, bollette, spesa e trasporti sulla vostra famiglia? A cosa avete già rinunciato? Quali sono invece quelle spese che, qualunque cosa accada, non potete tagliare?
Raccontatelo nei commenti, anche senza indicare il vostro nome. Perché dietro una statistica può nascondersi un problema, ma dietro una Voce possiamo finalmente vedere una persona.
💬 Adesso diamo voce alle famiglie
Carburante, energia, bollette, spesa, scuola, trasporti: quanto stanno incidendo realmente sulla vostra vita? Raccontate la vostra esperienza nei commenti, anche in forma anonima.
Se conoscete una famiglia che vive ogni giorno una situazione simile, fate arrivare anche a lei questa Voce.







