Home / Oltre La Società Invisibile / UN VIAGGIO IN METRO

UN VIAGGIO IN METRO

SOTTO LA CITTÀ

La metropolitana ha un modo particolare di restituirci agli altri.

In superficie possiamo scegliere. Il bar in cui entrare, il marciapiede da attraversare, la persona accanto alla quale sederci. Qui sotto molto meno. Per qualche fermata veniamo sistemati nello stesso rettangolo di luce e metallo, abbastanza vicini da sentire il profumo di uno sconosciuto, troppo lontani per sapere qualcosa della sua vita.

Sono seduta quasi in fondo al vagone.

Davanti a me c’è una ragazza.

Avrà sedici anni, forse diciassette. È difficile attribuire un’età ai ragazzi di oggi. A volte sembrano più grandi di quanto sono, altre volte improvvisamente bambini.

Indossa pantaloni larghi che le coprono quasi completamente le scarpe. Ha raccolto i capelli senza troppa attenzione e tiene il telefono all’altezza dello stomaco. Lo schermo le illumina appena il viso.

Il pollice sale.

Un volto.

Sale.

Un altro volto.

Sale ancora.

Una spiaggia, una pubblicità, il corpo perfetto di qualcuno, una guerra, un ragazzo che balla, una crema per la pelle, una battuta, un’altra guerra.

Non posso vedere realmente quello che guarda. Vedo soltanto lampi riflessi sul vetro dietro di lei.

Mi colpisce la velocità.

In pochi secondi attraversa bellezza, desiderio, tragedia, pubblicità e divertimento.

Tutto ha la stessa dimensione.

Tutto passa attraverso lo stesso rettangolo.

Mi sorprendo a pensare che alla sua età il mondo arrivava fino a me molto più lentamente.

E in quel momento compare la prima me.

Non è un ricordo preciso.

È più simile a una presenza.

Sono io a sedici anni.

È seduta due posti più in là.

Naturalmente non c’è.

Ma la vedo.

Ha quella sicurezza arrogante che abbiamo soltanto quando non sappiamo ancora quante volte cambieremo idea. Conosce poche persone rispetto alla ragazza che ho davanti. Non possiede centinaia di fotografie di se stessa. Nessuno può sapere dove si trova in ogni momento. Se una persona parla male di lei, la voce deve attraversare fisicamente una scuola, un gruppo di amici, un quartiere.

Anche la crudeltà aveva bisogno di tempo.

Oggi può viaggiare alla velocità di una notifica.

Guardo la ragazza davanti a me e per un istante provo l’impulso più antico degli adulti: pensare che noi fossimo diversi.

Poi la sedicenne immaginaria accanto a me quasi ride.

Perché ricordo.

Ricordo quanto fosse importante essere guardati.

Ricordo una stanza prima di uscire, i vestiti provati e tolti, la sensazione che una sera potesse decidere improvvisamente chi eri. Ricordo l’attesa di una telefonata. Il telefono di casa. La voce abbassata perché qualcuno poteva ascoltare dall’altra stanza.

Ricordo soprattutto quanto potesse essere enorme una cosa che oggi mi sembrerebbe minuscola.

Un’amica che non chiamava.

Uno sguardo.

Una frase detta male.

Qualcuno che piaceva a te e guardava un’altra.

Il mondo non era meno feroce perché non esistevano i social.

Aveva semplicemente meno telecamere.


Alla fermata successiva salgono tre ragazzi.

Entrano facendo rumore.

Uno si lascia cadere sul sedile. Un altro rimane in piedi nonostante ci siano posti liberi. Si prendono in giro con quella precisione chirurgica che appartiene alle amicizie adolescenti: sanno esattamente dove colpire senza, almeno apparentemente, ferire.

Ridono.

Uno dice qualcosa che non capisco.

Gli altri esplodono.

Per qualche secondo il vagone appartiene a loro.

Un uomo alza gli occhi infastidito.

Io invece li guardo.

Sono belli.

Non nel senso estetico.

Sono belli perché occupano spazio senza chiedere permesso.

A quell’età non sappiamo ancora che un giorno impareremo a ridere più piano nei luoghi pubblici, a sederci composti, a controllare il volume della voce, a chiedere scusa passando davanti a qualcuno.

Diventare adulti significa anche imparare lentamente a disturbare meno.

Poi uno dei tre smette improvvisamente di ridere.

Il telefono vibra.

Lo guarda.

Il cambiamento dura forse due secondi.

Gli occhi si abbassano. La bocca perde il sorriso. Digita qualcosa. Cancella. Digita di nuovo.

Gli amici continuano a parlare.

Lui torna a ridere.

Quasi nessuno potrebbe accorgersi di quel piccolo intervallo.

Io sì.

Forse perché sto osservando.

Forse perché conosco quel gesto.

Forse perché sto attribuendo a uno sconosciuto una storia che non esiste.

Ed è questo il confine che devo ricordarmi continuamente.

Osservare non significa sapere.


La metropolitana entra nel tunnel.

Nel vetro compare il mio riflesso.

Per qualche secondo vedo il mio volto sovrapposto a quello della ragazza seduta davanti.

È un’immagine imperfetta, spezzata dalle luci del vagone.

Lei ha sedici anni.

Io ho attraversato una parte di strada che lei deve ancora percorrere.

Ma non significa che conosca meglio il mondo nel quale dovrà farlo.

Questa consapevolezza mi mette a disagio.

Noi adulti possediamo una certa arroganza retrospettiva.

Siamo sopravvissuti alla nostra adolescenza e per questo crediamo di averla capita.

Trasformiamo ciò che ci è successo in una teoria generale.

Abbiamo lavorato in un certo modo, quindi quello è il modo giusto di lavorare.

Abbiamo amato in un certo modo, quindi quello è l’amore autentico.

Abbiamo sofferto senza parlarne, quindi chi nomina la propria sofferenza ci sembra più fragile.

Abbiamo vissuto senza alcune possibilità e trasformiamo quella privazione in una virtù.

È un meccanismo quasi invisibile.

Con il tempo smettiamo di ricordare la paura e conserviamo soltanto il fatto di averla superata.

Così raccontiamo ai ragazzi il risultato dimenticando il percorso.


La ragazza alza finalmente gli occhi.

Non guarda me.

Guarda il proprio riflesso nel finestrino.

Per qualche secondo sistema una ciocca di capelli.

Poi apre la fotocamera frontale.

Inclina leggermente il volto.

Scatta.

Guarda la fotografia.

La cancella.

Ne scatta un’altra.

Cancella anche quella.

Alla terza cambia qualcosa. Forse la luce. Forse l’espressione.

Quella rimane.

Mi torna in mente uno specchio.

Il mio.

Molti anni prima.

Io non potevo cancellare il volto che vedevo.

Lei può farlo.

Può correggere la luce, levigare la pelle, modificare un particolare, scegliere fra trenta versioni della stessa espressione quella che ritiene più adatta a essere mostrata.

Ma improvvisamente non sono sicura che questo rappresenti un vantaggio.

La mia immagine doveva convincere soprattutto me.

La sua deve attraversare gli occhi degli altri.

È una differenza piccola soltanto in apparenza.

Perché crescere significa sempre costruire un’identità.

Ma questa è forse la prima generazione che costruisce quell’identità mentre la espone pubblicamente.

Una parte dell’adolescenza che un tempo avveniva nel segreto di una camera oggi lascia tracce.

Fotografie.

Conversazioni.

Video.

Errori.

Desideri.

Il passato digitale di un ragazzo comincia molto prima che quel ragazzo sappia davvero quale adulto desidera diventare.


Alla fermata successiva sale una madre con un bambino.

Lui avrà cinque anni.

Si siede.

La madre gli consegna immediatamente il telefono.

Il bambino smette di agitarsi.

Silenzio.

Penso alla facilità con cui accusiamo i ragazzi di essere dipendenti dagli schermi dimenticando un dettaglio quasi comico nella sua evidenza.

Gli schermi glieli abbiamo messi in mano noi.

Li abbiamo fotografati prima che sapessero parlare.

Abbiamo pubblicato i loro compleanni.

Abbiamo usato un cartone animato per riuscire a cenare tranquilli.

Abbiamo comprato il primo smartphone perché volevamo poterli raggiungere.

Poi, qualche anno dopo, abbiamo cominciato a rimproverarli perché non riuscivano più a separarsene.

La tecnologia è entrata nelle famiglie attraverso una promessa di comodità.

Solo dopo abbiamo scoperto che insieme alla comodità era entrato qualcos’altro.

Una porta che non si chiude mai.

La scuola entra nella camera.

Gli amici entrano nella camera.

Il bullismo può entrare nella camera.

La pornografia può entrare nella camera.

La pubblicità entra nella camera.

La guerra entra nella camera.

Il giudizio entra nella camera.

Perfino quando un ragazzo è solo, non è più completamente solo.

E forse questa è una delle differenze più profonde rispetto alla mia adolescenza.

Io potevo chiudere una porta.


Un ragazzo poco distante dorme.

Ha uno zaino tra le gambe e la testa appoggiata al vetro.

Ogni curva gliela sposta leggermente.

Per qualche motivo comincio a immaginarlo adulto.

Trentacinque anni.

Quarantacinque.

Cinquanta.

La seconda proiezione arriva senza avvertire.

Il vagone è lo stesso ma i capelli sono cambiati.

La ragazza davanti a me ha rughe che oggi non possiede.

Il ragazzo che dorme porta una camicia.

Quello che rideva con gli amici ha un bambino sulle ginocchia.

Naturalmente è tutto falso.

Eppure mi permette di vedere qualcosa che nel presente dimentico.

Questi ragazzi che definiamo continuamente i giovani non sono una categoria sociale immobile.

Sono adulti in costruzione.

Saranno medici mentre noi saremo malati.

Progetteranno le città nelle quali invecchieremo.

Pagheranno tasse.

Scriveranno libri.

Faranno errori.

Diventeranno genitori oppure sceglieranno di non esserlo.

Alcuni guideranno aziende.

Altri assisteranno persone anziane.

Qualcuno entrerà in politica.

Qualcuno non troverà il proprio posto per molto tempo.

Qualcuno che oggi prende brutti voti farà qualcosa di straordinario.

Qualcuno che oggi sembra destinato al successo scoprirà quanto violentemente la vita possa cambiare direzione.

Noi continuiamo a parlare del loro futuro come se fosse una questione che riguardasse soltanto loro.

Non è così.

Il loro futuro è anche il luogo nel quale trascorreremo la nostra vecchiaia.


La metro rallenta.

Una voce registrata annuncia la fermata.

La ragazza mette il telefono in tasca e si alza.

Per la prima volta la vedo interamente.

È più piccola di quanto pensassi.

Si sistema lo zaino su una spalla.

Le porte si aprono.

Scende.

Non saprò mai chi fosse.

Non saprò se fosse felice.

Non saprò se quella fotografia che ha deciso di conservare sia finita da qualche parte oppure sia rimasta semplicemente nel telefono.

Tra qualche minuto probabilmente dimenticherò il suo viso.

Ma resta il posto vuoto davanti a me.

E mi accorgo che è proprio da quel posto vuoto che voglio partire.

Non dalla diagnosi di una generazione.

Non dall’elenco delle sue fragilità.

Nemmeno dalla nostalgia della mia.

Voglio guardare ciò che normalmente resta fuori dall’inquadratura.

Le famiglie che hanno imparato a proteggere i figli così bene da rischiare qualche volta di impedire loro di cadere.

Le famiglie nelle quali invece nessuno si accorge che qualcosa sta cambiando.

I ragazzi circondati da persone e quelli che mangiano da soli.

Le camere che sono diventate rifugi e, qualche volta, prigioni.

Le scuole nelle quali qualcuno viene salvato da un professore che pronuncia la frase giusta nel momento giusto.

Le altre nelle quali si può diventare invisibili pur essendo presenti ogni mattina.

Il corpo trasformato in curriculum.

La paura di non essere abbastanza belli, abbastanza desiderabili, abbastanza performanti, abbastanza interessanti.

Il sesso imparato attraverso immagini che spesso arrivano prima dell’amore.

Il lavoro desiderato e contemporaneamente guardato con sospetto perché hanno visto i propri genitori consegnargli pezzi enormi di vita.

Il denaro.

La casa.

L’indipendenza rimandata.

La salute mentale finalmente pronunciata ad alta voce e, insieme, il rischio di trasformare ogni dolore in una diagnosi.

La solitudine.

Ma anche tutto quello che nel racconto pubblico dimentichiamo.

La loro capacità di riconoscere forme di violenza che altre generazioni chiamavano normalità.

Il diritto che sentono di avere a lasciare una relazione che fa male.

La minore disponibilità a sacrificare l’intera esistenza per un lavoro.

La facilità con cui possono incontrare qualcuno dall’altra parte del mondo.

La possibilità di imparare in una notte ciò che un tempo richiedeva una biblioteca.

La creatività.

L’ironia.

La capacità quasi spietata di riconoscere l’ipocrisia degli adulti.

Non voglio trasformarli né in vittime né in eroi.

Sono molto più interessanti di entrambe le cose.


Arriva la mia fermata.

Mi alzo.

Sul vetro vedo ancora per un istante le tre versioni di me.

La ragazza che sono stata.

La donna che osserva.

La vecchia che ancora non conosco.

La più giovane crede che il tempo sia infinito.

Quella anziana sa che non lo è.

Io sono esattamente in mezzo.

Le porte si aprono.

Salgo le scale insieme agli altri e lentamente torna il rumore della città.

Fuori è ancora tutto come prima.

Macchine.

Persone.

Semafori.

Ragazzi seduti sui gradini.

Uno sta ridendo così forte che l’amico gli dice di smetterla.

Una ragazza si fotografa.

Un altro cammina guardando il telefono.

Questa volta non provo a interpretarli.

Continuo a camminare.

Perché forse il primo gesto necessario per raccontare una generazione è molto più difficile di quanto sembri.

Resistere alla tentazione di averla già capita.

SARA BIANCHI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

� style="margin-left:10px; vertical-align:middle;"> Il tuo browser non supporta l'audio HTML5.