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Il CANCRO che balla e ride

Ci sono momenti in cui mi rendo conto che l’armatura di Cyrano non basta. Momenti in cui ripenso a tutte le persone con cui ho litigato, alle discussioni infinite, alle parole spese nel tentativo di convincere chi probabilmente non voleva essere convinto. Penso al fiato, al tempo, ai soldi e qualche volta persino alla salute lasciati dentro battaglie che forse non vedrò mai vinte.

che forse non vedrò mai vinte. E allora mi capita di chiedermi perché non abbia cominciato prima a guardare le cose anche da un’altra prospettiva.

Poi arriva un filmato.

Una stanza d’ospedale e due bambini. Uno avrà quattro, forse cinque anni, la testa rasata. Accanto a lui ce n’è un altro ancora più piccolo, due o tre anni appena, anche lui con quella testolina senza capelli che racconta, senza bisogno di spiegazioni, qualcosa che nessun bambino dovrebbe conoscere a quell’età.

Il più piccolo deve sottoporsi a una cura oncologica e la cura fa male. Il suo compagno di stanza allora comincia a ballare. Balla, ride, scherza, fa il buffone. Prende in giro persino il proprio cancro, come se fosse una cosa sciocca, una seccatura alla quale fare una linguaccia. E lo fa soltanto per distrarre quel bambino che sta soffrendo.

Il piccolo lo guarda e ride.

Ecco, in quel momento succede qualcosa che mi ha lasciato senza parole: per qualche minuto, in quella stanza d’ospedale, il cancro perde. Non perché sia scomparso e neppure perché sia avvenuto un miracolo. Perde perché due cuccioli spelacchiati hanno deciso, senza neanche rendersene conto, che quella malattia poteva prendersi tante cose, ma almeno per quei pochi minuti non si sarebbe presa anche il loro sorriso.

Poi la cura finisce. Il piccolo è ancora tra le braccia della mamma, ma si divincola e corre verso il suo amico, verso quello che mi viene da chiamare il suo portatore sano di sorrisi. Lo guarda, ride di gusto e poi si abbracciano.

È lì che l’armatura di Cyrano cade.

Perché Cyrano ha il magone, ma è anche arrabbiato con se stesso. Ha speso anni a combattere persone, idee e ingiustizie. Ha cercato ostinatamente di cambiare qualcosa, pur sapendo che forse non vivrà abbastanza per vedere quel cambiamento. E davanti all’abbraccio di quei due bambini gli viene un dubbio che fa più male di tante sconfitte: forse avrebbe dovuto abbracciare di più, amare meglio, ascoltare qualche volta invece di preparare subito una risposta. Forse avrebbe dovuto mitigare quell’ego che ci convince che ogni battaglia debba essere combattuta e che ogni provocazione meriti necessariamente una replica.

Forse una parte di tutto quel fiato avrebbe potuto conservarla per ridere.

Perché quei due bambini malati di cancro, senza voler insegnare assolutamente niente a nessuno, hanno appena dato una lezione a un uomo che per tanto tempo ha pensato di avere qualcosa da spiegare agli altri. Hanno riso insieme per sconfiggere non la malattia, purtroppo, ma il dolore. E non è la stessa cosa. Però non è neppure poco.

Forse dovremmo imparare proprio questo: sorridere un po’ di più non perché la vita sia bella, giusta o gentile, ma proprio perché tante volte non lo è. Sorridere per alleggerire, anche soltanto per qualche minuto, il peso della persona che ci cammina accanto.

Quando dico che ognuno combatte il proprio cancro, naturalmente non penso soltanto alla malattia che cresce dentro un corpo e non voglio mettere sullo stesso piano sofferenze profondamente diverse. Penso a quei due cuccioli spelacchiati, ma penso anche al senzatetto che la sera cerca un posto dove dormire, al padre che non riesce più ad abbracciare suo figlio, a chi accompagna una persona amata verso la fine, a chi apre la porta e torna in una casa che improvvisamente è diventata troppo grande e troppo silenziosa. E penso anche alle sofferenze provocate dagli uomini, fino all’orrore di chi arriva a togliere la vita alla donna che diceva di amare.

Sono dolori diversi. Alcuni arrivano senza che nessuno ne abbia colpa, altri nascono dall’egoismo, dalla violenza o dalla crudeltà umana. Non possono essere confusi. Ma dietro ciascuno di essi rimane comunque qualcuno che soffre.

Rivedo il filmato.

Guardo ancora quel bambino che balla e il piccolo che ride mentre affronta la cura. Poi la terapia finisce, lui scappa dalle braccia della mamma, corre dal suo amico e quei due si guardano come forse soltanto due bambini riescono ancora a guardarsi, prima di imparare quanto noi adulti siamo stati capaci di complicare il mondo.

Ridono e si abbracciano.

E questa volta Cyrano non ha niente da dire.

Sente soltanto quella specie di dolore allo stomaco e una strana nostalgia. La nostalgia per tutto quello che avremmo potuto fare diversamente, per gli abbracci rimandati a domani, per le persone che avremmo potuto amare meglio, per le telefonate mai fatte e soprattutto per tutto il tempo regalato a persone che forse non meritavano neppure cinque minuti della nostra rabbia.

Ma dentro quella nostalgia c’è anche qualcosa che assomiglia alla speranza, perché forse non è ancora troppo tardi.

Forse ogni tanto l’armatura si può appoggiare in un angolo e la spada può rimanere sul tavolo. Forse Cyrano può ancora imparare qualcosa da due bambini con la testa rasata che, dentro una stanza d’ospedale, hanno trovato un modo semplicissimo e meraviglioso per ribellarsi al dolore: uno ha fatto il buffone, l’altro ha riso e poi si sono abbracciati.

Rivedo ancora una volta quel video e mi faccio una domanda che, per una volta, non vuole essere una provocazione e nemmeno una stoccata:

ma Cyrano serve anche a questo?

Credo di sì.

Forse Cyrano non deve servire soltanto a denunciare quello che non funziona, a indicare un’ingiustizia o a combattere l’ennesima battaglia. Forse può servire anche a fermarsi davanti a due bambini che ridono in una stanza d’ospedale e ricordare a se stesso, prima ancora che agli altri, ciò che vale davvero la pena salvare.

Perché alla fine potremmo anche riuscire a vincere cento battaglie, avere ragione cento volte e trovare la risposta perfetta per ogni avversario. Ma se nel frattempo dimentichiamo di amare, di ridere, di ascoltare e di abbracciare chi abbiamo accanto, forse avremo difeso benissimo la nostra armatura e dimenticato completamente l’uomo che c’era dentro.

E allora, almeno per oggi, Cyrano lascia la spada sul tavolo.

E impara da due piccoli, meravigliosi, cuccioli spelacchiati ad abbracciare un po’ di più.

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