Viaggio di una molecola alla ricerca dell’anima
Non cercarmi nel cuore.
Almeno, non subito.
So che per secoli avete indicato quel punto del petto quando volevate parlare di me. Avete disegnato cuori sulle lettere, li avete spezzati nelle canzoni, cuciti sulle promesse, affidati agli amanti. È un’immagine bellissima.
Ma io, all’inizio, sono molto meno poetica.
Sono chimica.
Sono impulsi elettrici, recettori, molecole minuscole, cellule che comunicano nel buio del vostro corpo. Non ho ali, non conosco il destino e non so nulla dell’eternità.
Eppure eccomi qui.
Mi avete dato molti nomi perché non riuscivate a trovarne uno solo.
A volte mi chiamate dopamina.
È allora che divento desiderio, attesa, quella tensione sottile che vi fa alzare dal letto perché da qualche parte esiste qualcosa che volete raggiungere. Non sono esattamente il piacere che immaginate. Sono soprattutto la promessa che potrebbe arrivare.
Vi spingo verso una persona, un progetto, un traguardo.
Un bambino corre verso sua madre.
Un ragazzo aspetta il messaggio di qualcuno che ama.
Una donna apre una mail e scopre di avere ottenuto il lavoro per cui ha combattuto.
Un artista guarda una tela vuota e improvvisamente sa che cosa vuole dipingere.
Io sono già lì.
Non dico: «Sei felice».
Dico: «Vai».
Ed è curioso che abbiate confuso così spesso la felicità con questa corsa.
Perché io posso farvi desiderare ancora e ancora senza mai insegnarvi quando fermarvi.
Posso accompagnarvi verso una casa più grande, un riconoscimento, cento notifiche, mille approvazioni. Posso convincervi che il prossimo traguardo sarà quello definitivo.
Ancora uno.
Ancora un po’.
Ancora.
È uno dei miei paradossi: una parte della chimica che associate alla felicità può alimentare anche la vostra incapacità di sentirvi finalmente arrivati.
Allora cambio forma.
Divento serotonina dentro sistemi molto più complessi di quanto una parola possa raccontare. Partecipo alla regolazione dell’umore, del sonno, dell’appetito, di molti equilibri invisibili.
Non sono un interruttore con scritto FELICITÀ.
Il corpo non è così semplice.
È più simile a un’orchestra che a una macchina.
Una nota isolata non fa una sinfonia.
Continuo il viaggio.
Incontro l’ossitocina.
Qui qualcosa cambia.
Perché improvvisamente non si tratta più soltanto di me.
C’è qualcun altro.
Una mano che stringe un’altra mano.
La pelle di un neonato contro quella di sua madre.
Due corpi che si riconoscono.
Un abbraccio abbastanza lungo da far abbassare, per qualche istante, le difese.
La fiducia.
L’appartenenza.
Il corpo possiede una sua antichissima grammatica e spesso pronuncia parole che la mente comprenderà soltanto dopo.
Prima ancora che inventaste la filosofia, qualcosa dentro di voi sapeva già che sopravvivere insieme era più facile che sopravvivere soli.
Forse per questo una parte di ciò che chiamate felicità ha bisogno dell’altro.
Ma continuo a scendere.
Attraverso sangue, nervi, tessuti.
Incontro le endorfine, sostanze che il corpo può liberare durante lo sforzo, il dolore, il movimento, perfino durante una risata.
E qui scopro un altro vostro mistero.
A volte la felicità nasce accanto alla fatica.
Il maratoneta esausto che continua.
La persona che piange e, pochi minuti dopo, riesce a ridere.
Il corpo ferito che cerca comunque una strada per proteggerci dal dolore.
Voi vorreste separare tutto.
Felicità da una parte.
Sofferenza dall’altra.
Luce qui.
Buio là.
Io, invece, attraversando il corpo, non trovo confini così netti.
Trovo esseri umani capaci di ridere durante un funerale ricordando una persona amata.
Trovo lacrime durante una nascita.
Trovo nostalgia dentro giornate meravigliose.
Trovo persone che possiedono moltissimo e non riescono a sentire quasi nulla.
E persone che hanno perduto quasi tutto e, davanti a una tazza di caffè condivisa, riescono ancora a dire:
«Che bella giornata».
È qui che la mia spiegazione chimica comincia a non bastarmi più.
Io sono una molecola.
Posso raccontarvi come un segnale passa da una cellula all’altra.
Posso mostrarvi circuiti cerebrali, neurotrasmettitori, recettori.
Posso seguire l’accensione di alcune regioni del cervello quando ricevete una ricompensa.
Ma non posso dirvi perché quella ricompensa abbia valore per voi.
La chimica può accompagnare un abbraccio.
Non può spiegare completamente perché abbiate scelto proprio quelle braccia come casa.
Può partecipare alla sensazione che provate ascoltando una musica.
Non contiene il ricordo della persona con cui l’ascoltavate vent’anni fa.
Può attraversare il cervello di un uomo davanti al mare.
Ma non sa perché, proprio quella sera, quell’uomo guardando l’orizzonte abbia improvvisamente perdonato suo padre.
E allora continuo il viaggio.
Questa volta non attraverso più organi.
Attraverso ricordi.
Entro nella stanza in cui eravate bambini.
C’è un tavolo.
Una voce proveniente dalla cucina.
L’odore di qualcosa che cuoce.
Una finestra aperta.
Allora non lo sapevate.
Credevate che la felicità dovesse ancora arrivare.
Pensavate che sarebbe stata enorme.
Un giorno avreste avuto successo.
Un giorno qualcuno vi avrebbe amato.
Un giorno avreste avuto denaro.
Un giorno sareste partiti.
Un giorno sareste diventati finalmente la persona che immaginavate.
Non sapevate che, molti anni dopo, avreste dato qualsiasi cosa per tornare cinque minuti a quel tavolo.
Io ero lì.
Ma non mi avevate riconosciuta.
Questo è forse il vostro errore più tenero e più crudele.
Riconoscete spesso la felicità quando è già diventata memoria.
Continuo.
Arrivo al cuore, finalmente.
Non quello disegnato.
Quello vero.
Muscolo, sangue, ritmo.
Non custodisce romanticamente i sentimenti come avete raccontato per secoli, eppure reagisce a ciò che vivete. Accelera. Rallenta. Si agita. Il corpo intero partecipa alle emozioni.
Ed è forse proprio da questa unità che nasce l’equivoco più affascinante.
Avete separato corpo e anima perché avevate bisogno di nominarli.
Ma quando amate, dove finisce esattamente il corpo e dove comincia ciò che chiamate spirito?
Non lo so.
Io sono chimica.
A un certo punto il mio territorio finisce.
Ed è proprio davanti a quel confine che incontro qualcosa che non posso misurare da sola:
il significato.
Forse è lì che abita la vostra idea spirituale della felicità.
Non necessariamente in un cielo lontano.
Non necessariamente in una religione.
Forse spirituale è semplicemente ciò che accade quando smettete di domandare alla vita soltanto:
«Che cosa posso ottenere?»
e cominciate a sentire:
«Che cosa significa essere qui?»
Le tradizioni spirituali hanno dato risposte diverse.
Hanno parlato di beatitudine, illuminazione, grazia, presenza, comunione, distacco.
Parole lontanissime tra loro che sembrano però incontrarsi in un punto sorprendente: la felicità più profonda non coincide sempre con l’euforia.
A volte assomiglia alla pace.
Ed è una differenza enorme.
L’euforia grida.
La pace quasi mai.
L’euforia vuole durare per sempre.
La pace sa che nulla lo farà.
Forse avete inseguito me nel modo sbagliato.
Avete pensato che essere felici significasse stare bene continuamente.
Ma nessun organismo potrebbe vivere così.
Il cervello cambia, si abitua, confronta, desidera.
Io stessa vengo prodotta, liberata, trasformata.
Sono movimento.
Voi invece avete costruito un ideale immobile:
essere felici.
Come se fosse una destinazione.
Come se un giorno si potesse arrivare davanti a una porta, aprirla e dire:
«Ecco. Da oggi non soffrirò più.»
Ma io non sono quella stanza.
Sono il lampo che attraversa alcune delle stanze mentre vivete.
Qualche volta sono piacere.
Qualche volta sono desiderio.
Qualche volta sono appartenenza.
Qualche volta sono sollievo.
E qualche volta potrei essere qualcosa di ancora più difficile da riconoscere:
la capacità di essere completamente presenti mentre la vita sta accadendo.
Continuo a viaggiare.
Passo attraverso miliardi di esseri umani.
Nel cervello di una bambina che ride su un’altalena.
Nel corpo di un uomo che riceve finalmente una diagnosi rassicurante.
Nella donna anziana che accarezza il viso dell’uomo con cui ha condiviso cinquant’anni.
Nel ragazzo che balla da solo con le cuffie.
Nel detenuto che vede entrare un raggio di sole dalla finestra.
Nella persona che ha appena perso qualcuno e scopre, con un senso quasi di colpa, di riuscire ancora a sorridere.
Sono diversa in ognuno.
Ed è allora che capisco qualcosa.
Forse non siete voi a dover scoprire che cosa sia la felicità.
Forse sono io che, attraversando voi, scopro continuamente che cosa posso diventare.
La scienza può osservare i miei passaggi.
Può misurare concentrazioni, attività cerebrale, risposte fisiologiche.
Ed è straordinario.
Ma poi arriva un punto in cui il microscopio deve fermarsi.
Perché può osservare ciò che accade nel corpo di una persona che contempla un tramonto.
Non può misurare quanto quel tramonto significhi per lei.
Ed è lì che scienza e spiritualità, invece di combattersi, potrebbero semplicemente guardare lo stesso mistero da due estremità diverse.
Una domanda:
come accade?
L’altra:
che cosa significa?
Io vivo nel piccolo spazio che separa queste due domande.
Sono materia che diventa esperienza.
Impulso che diventa ricordo.
Chimica che incontra una storia.
Non sono l’amore.
Ma attraverso un corpo che ama.
Non sono Dio.
Ma posso attraversare il cervello di chi sente di averlo incontrato.
Non sono il senso della vita.
Ma accompagno alcuni istanti nei quali vi sembra improvvisamente di comprenderlo.
E soprattutto non sono eterna.
Arrivo.
Passo.
Scompaio.
Forse è proprio questo che rende la felicità così preziosa.
Se rimanessi per sempre, smettereste di sentirmi.
Così continuo il mio viaggio.
Forse domani mi cercherete in un successo.
Forse in un corpo.
Forse nel denaro.
Forse in una preghiera.
Forse dall’altra parte del mondo.
Io non posso promettervi dove sarò.
Ma conosco un luogo nel quale gli esseri umani dimenticano continuamente di cercarmi.
Adesso.
Nel secondo insignificante che state attraversando mentre leggete queste parole.
Il vostro cuore sta battendo.
State respirando.
Qualcuno, da qualche parte, vi manca.
Qualcuno forse vi ama.
Qualcosa è finito.
Qualcos’altro non è ancora cominciato.
E voi siete esattamente nel mezzo.
Io sono soltanto chimica.
Almeno così è cominciato il mio viaggio.
Poi ho attraversato un essere umano.
E non ne sono più stata tanto sicura.
SARA BIANCHI




