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Impariamo l’Educazione sesso-affettiva

E’ vero che l’educazione sesso-affettiva ha fatto ridurre icasi di violenza , nei paesi dove viene applicata?

Non c’è una percentuale affidabile che permetta di dire: «Nei Paesi che insegnano educazione sessuale e affettiva gli stupri sono diminuiti del X% grazie a quell’insegnamento».** Le fonti che ho verificato sul web misurano soprattutto l’effetto di programmi specifici su gruppi di studenti, non sull’intera popolazione nazionale.

I dati documentati più utili sono questi:

RicercaRisultatoLimite
Piolanti, Jouriles e Foran, 2022, JAMA Network Open: revisione sistematica e metanalisi peer-reviewed di 20 studi randomizzati, 37.294 adolescentiNei gruppi coinvolti nei programmi preventivi, odds di commettere violenza sessuale inferiori del 17% e di subirla inferiori del 13%, rispetto ai controlli.Si parla di violenza sessuale in senso ampio, non soltanto di stupro. Sono riduzioni delle odds, una misura statistica che non equivale direttamente alla percentuale di casi evitati.
Senn e colleghe/i, 2015, New England Journal of Medicine: studio randomizzato peer-reviewed in tre università canadesiA un anno, aveva subito uno stupro il 5,2% delle partecipanti al programma contro il 9,8% del gruppo di controllo: 4,6 punti percentuali in meno, riduzione relativa del 46,3%.Era un programma specifico di riconoscimento del rischio e resistenza alle aggressioni per studentesse universitarie, non il normale insegnamento scolastico di educazione sessuale e affettiva.

Fonti originali: Piolanti et al., 2022 e Senn et al., 2015.

Perché non basta confrontare le nazioni? Eurostat — fonte istituzionale, documentazione metodologica aggiornata al 2026 — segnala che i dati di polizia dipendono anche dalle definizioni legali di stupro, dalla propensione a denunciare e dai metodi di registrazione. Un numero maggiore di denunce, quindi, non dimostra da solo una maggiore diffusione reale degli stupri. Fonte: Eurostat.

Valutazione delle evidenze:** alcuni programmi educativi e preventivi possono ridurre la violenza sessuale nei partecipanti. Sarebbe però scorretto trasformare questi risultati nell’affermazione che l’educazione sessuo-affettiva abbia già ridotto gli stupri nazionali di una determinata percentuale. Anche la metanalisi segnala limiti metodologici e necessità di studi migliori.


L’educazione sessuale e affettiva è un percorso che aiuta a conoscere il proprio corpo, comprendere le emozioni e costruire relazioni rispettose. Comprende sia la salute sessuale sia aspetti come consenso, comunicazione, rifiuto e rispetto dei confini personali.
Secondo l’OMS, i temi comprendono:

  • Corpo e salute: pubertà, mestruazioni, riproduzione, contraccezione e infezioni sessualmente trasmissibili.
  • Emozioni e relazioni: amicizia, innamoramento, comunicazione e gestione dei conflitti.
  • Consenso e confini: esprimere ciò che si desidera, rispettare il rifiuto altrui e riconoscere pressioni o coercizione.
  • Protezione e aiuto: riconoscere abusi, conoscere persone e servizi a cui rivolgersi, tutelare la privacy anche online.
  • Rispetto delle differenze: affrontare stereotipi, discriminazioni e rapporti di potere.

Fonte: OMS, 2026, scheda istituzionale, Comprehensive sexuality education.

I contenuti cambiano con l’età

Per i bambini piccoli si parte da corpo, emozioni, privacy, rispetto e adulti fidati a cui chiedere aiuto. Un esempio pratico è imparare che si può rifiutare un abbraccio e che bisogna rispettare il rifiuto di un altro bambino.

Con la crescita si affrontano pubertà, attrazione, relazioni e, progressivamente, salute sessuale, contraccezione e consenso nelle relazioni intime. Questa gradualità è prevista dalle indicazioni internazionali. Fonte: OMS, 2023, domande e risposte istituzionali, contenuti e adeguatezza all’età.

Che cosa sappiamo sull’efficacia

Le revisioni delle evidenze raccolte dall’UNESCO indicano che i programmi ben progettati migliorano le conoscenze e possono aumentare l’uso di preservativi e contraccettivi e ridurre alcuni comportamenti a rischio. Non emerge che anticipino l’inizio dell’attività sessuale; alcuni programmi contribuiscono a posticiparlo. Gli effetti variano e non tutti gli interventi producono risultati misurabili.

Le prove sono meno uniformi sugli esiti di lungo periodo, come la riduzione delle infezioni o delle gravidanze: sapere di più non si traduce automaticamente in un cambiamento del comportamento. Fonte: UNESCO e altre agenzie ONU, 2018, linee guida istituzionali basate su revisioni scientifiche, International technical guidance on sexuality education.

La valutazione sulla utilità della educazione sesso-affettiva

È uno strumento utile, purché abbia contenuti scientificamente corretti, educatori preparati, continuità e obiettivi verificabili. La critica più solida è che non basta chiamare un corso “educazione affettiva” perché funzioni: occorre vedere cosa insegna, come viene svolto e quali risultati ottiene.

Ritengo ragionevole chiedere trasparenza sui materiali, adeguatezza all’età e coinvolgimento delle famiglie. Distinguerei inoltre le informazioni mediche dalle scelte etiche: un programma serio dovrebbe rendere chiara questa differenza e lasciare spazio alle domande, senza umiliare o imporre confidenze personali.


I benefici sono sostenuti dalle prove soprattutto per conoscenze e alcuni comportamenti protettivi. I limiti riguardano l’efficacia concreta, la qualità dei corsi e le scelte educative. Mi baso su fonti verificate sul web; distinguo sotto i risultati scientifici dalle mie valutazioni.

I pro documentati

  • Migliore conoscenza del corpo e della salute: aiuta a capire pubertà, contraccezione e infezioni sessualmente trasmissibili, correggendo informazioni sbagliate.
  • Comportamenti più protettivi: i programmi ben realizzati possono aumentare l’uso di preservativi e contraccettivi e ridurre alcuni comportamenti a rischio.
  • Consenso e relazioni: offre strumenti per comunicare, rispettare i confini e riconoscere pressioni e abusi. La capacità di riconoscere questi problemi è più documentata della loro effettiva riduzione a lungo termine.
  • Non risulta anticipare l’attività sessuale: le evidenze non sostengono questa preoccupazione; in alcuni contesti i programmi ne ritardano l’inizio.

Fonte: OMS, 2026, sintesi istituzionale delle evidenze, Comprehensive sexuality education.

I contro e i limiti reali

CriticitàCome va interpretata
Sapere di più non garantisce comportamenti diversi.Una revisione Cochrane non ha trovato riduzioni dimostrate di gravidanze e infezioni con i soli programmi educativi esaminati.
La qualità dell’insegnamento è decisiva.Preparazione degli educatori, contenuti adatti all’età e collegamenti con servizi sanitari e di supporto condizionano i risultati.
Non abbiamo una misura certa della riduzione degli stupri nazionali.Presentare il corso come soluzione sufficiente alla violenza sessuale andrebbe oltre le prove disponibili.
Può esserci conflitto con valori familiari o religiosi.È una questione etica e politica: le prove scientifiche aiutano a valutare gli effetti, ma non stabiliscono da sole chi debba decidere ogni contenuto.

Per il primo punto: Mason-Jones e colleghi, 2016, revisione sistematica peer-reviewed Cochrane, otto studi con 55.157 adolescenti. È una fonte rigorosa ma datata e riferita ai programmi analizzati: non dimostra che ogni forma di educazione sessuale sia inefficace. Leggi la revisione.

valutazione:** il miglior argomento a favore è garantire informazioni affidabili e competenze utili a tutti. Il miglior controargomento è che un programma può assorbire tempo e risorse senza migliorare gli esiti che promette, soprattutto se mal progettato.

Quindi, corsi con materiali trasparenti, educatori preparati, rispetto della privacy, coinvolgimento delle famiglie e risultati valutati. Sostenere l’utilità dell’educazione sessuo-affettiva è ragionevole; approvare qualsiasi corso solo perché porta quel nome non lo è.


Dipende dal Paese e dal progetto: non esiste un’unica figura di “docente di educazione sessuale e affettiva”. Secondo l’OMS (2023, fonte istituzionale verificata online), possono occuparsene insegnanti, educatori e professionisti che lavorano con i giovani, purché adeguatamente formati. Fonte OMS.

In concreto, le figure coinvolte possono essere:

  • Insegnanti della scuola con formazione specifica, per integrare gli argomenti nel percorso scolastico.
  • Psicologi ed educatori, per emozioni, comunicazione, relazioni e consenso.
  • Professionisti sanitari, come ostetriche e medici, per pubertà, contraccezione e prevenzione delle infezioni.
  • Esperti esterni di consultori o associazioni, se previsti dal progetto.

La valutazione: il titolo professionale, da solo, non basta. Uno psicologo non è automaticamente esperto di salute sessuale, né un medico è automaticamente preparato a insegnare ai bambini. Servono competenze sui contenuti e sulla fascia d’età, oltre a un programma consultabile.

Nelle scuole italiane dipende dal progetto dell’istituto: possono intervenire insegnanti della scuola oppure esperti esterni.** Mi baso su fonti istituzionali verificate online, aggiornate al 29 ottobre 2026.

Le figure che troviamo nei progetti includono:

  • Docenti della scuola, eventualmente formati e affiancati dai servizi sanitari. L’AUSL di Modena, per esempio, offre consulenza agli insegnanti delle secondarie su affettività e sessualità. AUSL Modena, progetto 2026/2027.
  • Psicologi e professionisti sanitari dei consultori, come ostetriche e medici. Nel progetto per le terze medie dell’AUSL di Ferrara gli incontri sono affidati a ostetriche e psicologi dello Spazio Giovani. È un esempio locale, non una regola valida per tutte le scuole. AUSL Ferrara, scheda istituzionale.
  • Esperti di enti o associazioni, selezionati e approvati dalla scuola secondo le procedure previste.

Chi controlla gli esperti esterni? La legge 9 giugno 2026, n. 104, in vigore dal 7 luglio, prevede deliberazione del collegio dei docenti e approvazione del consiglio d’istituto, valutando titoli, esperienza e adeguatezza rispetto all’età degli studenti. Per le attività sulla sessualità disciplinate dalla legge, con minorenni, deve essere presente anche un docente. Sono inoltre previsti informazione preventiva, disponibilità dei materiali e consenso scritto delle famiglie o degli studenti maggiorenni. Fonte primaria: legge pubblicata in Gazzetta Ufficiale.

La mia raccomandazione: per valutare un corso concreto, chiedi alla scuola nome e qualifiche di chi lo conduce, programma, materiali e criteri di selezione. La semplice dicitura “esperto” non permette di giudicarne la preparazione.

La premessa va corretta: dai sondaggi che ho verificato non risulta che “l’italiano medio” sia contrario.** Le divisioni riguardano soprattutto a quale età iniziare, quali contenuti proporre e chi debba deciderli.

Due dati utili:

Ipsos per Save the Children, 2025: il 91% dei genitori intervistati ritiene utile introdurre l’educazione sessuale e affettiva come materia obbligatoria. Il campione dei genitori era di 400 persone con figli adolescenti: non rappresenta automaticamente tutti gli italiani. Fonte originale, pubblicata il 12 febbraio 2025.

  • Ipsos per Amnesty International, novembre 2025: il 94% del campione ritiene che un programma di educazione sessuale debba essere svolto a scuola, ma con preferenze diverse sull’età di inizio. È un sondaggio di opinione, non uno studio sull’efficacia educativa. Rapporto originale.

Entrambi sono commissionati da organizzazioni favorevoli a questi percorsi: è corretto dichiararlo. Questo non invalida i risultati, ma rende importante leggere domande e metodologia.
Perché, allora, alcune persone si oppongono? Distinguerei le ragioni dichiarate dalle mie interpretazioni.

RagioneCome valutarla
«Spetta soprattutto alla famiglia»È una posizione sul ruolo educativo dei genitori. Si può essere favorevoli all’informazione e contrari all’obbligatorietà.
Timore di contenuti inadatti ai bambiniOccorre verificare materiali ed età: parlare di confini corporei a sei anni è diverso dal parlare di contraccezione agli adolescenti.
Dissenso su genere, orientamento sessuale e valori moraliNon tutti contestano anatomia o prevenzione: alcuni contestano specifici contenuti e impostazioni culturali.
Sfiducia verso gli esperti esterniChiedere qualifiche, programmi e trasparenza è legittimo; presumere che ogni esperto faccia propaganda richiede prove.
Paura che parlarne incoraggi rapporti precociQuesta preoccupazione non è sostenuta dalle evidenze sui programmi ben realizzati. OMS, 2026, fonte istituzionale.

Per esempio, Pro Vita & Famiglia presenta esplicitamente obiezioni legate alla responsabilità primaria dei genitori e ai contenuti su orientamento e identità di genere. È una fonte di parte utile per conoscere la posizione dei contrari, non una valutazione scientifica neutrale. Campagna dell’associazione.

La mia interpretazione: il dibattito pubblico può far sembrare maggioritaria un’opposizione molto visibile. Ma i dati citati non misurano questo meccanismo, quindi resta un’ipotesi. Sarebbe altrettanto riduttivo spiegare tutti i contrari con “ignoranza” o religione: alcune obiezioni sono verificabili scientificamente, altre riguardano valori e responsabilità educative.

La domanda più precisa è quindi: «Perché una parte degli italiani è contraria ad alcuni modi di introdurla?» Su questo esiste un conflitto reale; sul rifiuto generale della maggioranza, le fonti consultate indicano il contrario.


Dire “sempre estremista” è una generalizzazione. Ma la tua impressione ha una base: Pro Vita & Famiglia usa anche un linguaggio fortemente polarizzante e difende principi che lasciano poco spazio al compromesso. Questo non rende automaticamente sbagliata ogni sua proposta.

Mi baso sulle loro dichiarazioni verificate online; le spiegazioni delle motivazioni, invece, sono interpretazioni, non fatti accertati.

Che cosa è documentato

Nella propria presentazione l’associazione dichiara di ispirarsi a principi cristiani, difendere la vita dal concepimento e promuovere la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Descrive inoltre la propria azione come contrapposta alla “cultura della morte”. Quest’ultima espressione presenta il dissenso in termini moralmente molto pesanti. Pro Vita & Famiglia, Chi siamo, pagina senza data: fonte primaria di parte.

Sulla scuola, la campagna “Mio Figlio No” insiste sulla priorità educativa dei genitori e sull’opposizione a quella che definisce “ideologia gender”. È la terminologia politica dell’associazione, da non assumere come descrizione neutrale dei programmi scolastici. Campagna ufficiale, fonte primaria di parte.

analisi del perché**

  • Principi considerati non negoziabili. Se ritieni che una scelta minacci diritti fondamentali dei bambini, il compromesso può apparirti come una rinuncia morale. Questo aiuta a spiegare la rigidità, senza dimostrare che la minaccia sia reale.
  • Comunicazione orientata alla mobilitazione. Presentare un tema come pericolo per i figli può suscitare più partecipazione di una discussione tecnica sui programmi. È una lettura plausibile della comunicazione; non posso affermare che chi la produce sia insincero.
  • Un modello specifico proposto come riferimento generale. Difendere quel modello per sé è diverso dal chiedere che orienti le scelte pubbliche anche di famiglie con convinzioni differenti. Qui nasce una parte importante del conflitto.

Il miglior argomento a loro favore è che i genitori possono legittimamente chiedere trasparenza, competenza degli educatori e contenuti adeguati all’età. Queste richieste, prese da sole, non sono estremiste.

Il punto debole emerge quando si passa da una preoccupazione specifica a una condanna generale: un eventuale materiale inadeguato non dimostra che tutta l’educazione sessuo-affettiva sia dannosa; il dissenso morale non dimostra un danno scientificamente accertato.

Perciò più precisamente di posizioni moralmente rigide e di comunicazione spesso conflittuale. L’etichetta “estremista”, senza indicare la dichiarazione o la proposta concreta, rischia di sostituire l’analisi con un giudizio.


Un genitore può essere un buon educatore anche se segue rigorosamente il cattolicesimo. Il problema nasce quando la fedeltà religiosa gli impedisce di ascoltare il figlio, riconoscere i fatti o rispettarne la progressiva autonomia. Qui ti rispondo con un ragionamento etico ed educativo, non con una conclusione tratta da uno studio.

c’è una premessa da mettere alla prova: essere cattolici ortodossi equivale necessariamente a educare in modo autoritario? Non è una conseguenza logica. Avere convinzioni ferme e imporle attraverso paura, vergogna o ricatto affettivo sono cose diverse.

La distinzione si vede nei comportamenti concreti:

SituazioneConvinzione religiosa compatibile con una buona educazioneComportamento problematico
Il figlio mette in dubbio la fedeSpiegare le proprie ragioni e ascoltare le suePunirlo o trattare il dubbio come un difetto morale
Si parla di sessualitàDistinguere informazioni sanitarie e precetti religiosiOmettere o deformare informazioni per ottenere obbedienza
Il figlio fa scelte diverseEsprimere dissenso mantenendo rispetto e sostegnoCondizionare l’amore alla conformità
Emergono bisogni o difficoltàCercare di comprenderli e chiedere aiuto competenteInterpretare ogni difficoltà soltanto come peccato o mancanza di fede

Il miglior argomento contro questa ipotesi è che una fede coerente può offrire al genitore motivazioni per essere responsabile, paziente e attento agli altri. Non possiamo dedurre la qualità educativa dall’etichetta religiosa.

La parte che puo’ preoccupare, però, è questa: se per “ortodossia” intendi che nessuna domanda è ammessa e che la dottrina prevale sempre sull’esperienza concreta del figlio, allora esiste un conflitto educativo serio. Il genitore rischia di cercare conferme delle proprie convinzioni invece di conoscere la persona che sta crescendo.

Quindi: riesce a continuare ad ascoltare, proteggere e rispettare suo figlio quando questi non diventa la persona che lui aveva immaginato? Questo mette alla prova un genitore cattolico, ma anche uno ateo o di qualsiasi altra convinzione.


Un genitore può avere qualità positive e, allo stesso tempo, avere un pregiudizio omofobo che compromette una parte importante del suo ruolo. Se quel pregiudizio diventa umiliazione, rifiuto o discriminazione del figlio, in quell’ambito non sta facendo il buon genitore. Essere presente o provvedere economicamente non cancella questo problema.

Questa è una valutazione etica ed educativa, non una diagnosi della persona.

Distinguerei tre situazioni:

  • Ha un pregiudizio, ma lo riconosce e cerca di cambiarlo: può agire responsabilmente, ascoltando e proteggendo il figlio anche mentre mette in discussione le proprie convinzioni.
  • Dice «ti voglio bene», ma pretende che il figlio nasconda o cambi il proprio orientamento: offre un’accettazione condizionata. L’intenzione affettuosa non rende accettabile quella richiesta.
  • Insulta, minaccia, esclude o punisce: mette in atto comportamenti incompatibili con il rispetto e la protezione dovuti al figlio.

Il miglior controargomento è che nessun genitore è privo di difetti e un singolo pregiudizio non descrive tutta la relazione. È vero, ma non basta a giustificarlo: conta quanto incide sui comportamenti e se il genitore si assume la responsabilità di correggerlo.

Questo chiarisce anche la mia risposta precedente: avere convinzioni ferme non è di per sé un problema; svalutare le persone omosessuali lo è. Non serve che il figlio sia omosessuale perché insegnargli disprezzo o inferiorità verso altri sia una responsabilità educativa.

Quindi: può essere un genitore capace di fare molte cose bene, ma per essere un buon genitore deve affrontare la propria omofobia, non chiedere al figlio di pagarne il prezzo.


Sì, può, ma deve riconoscere e contrastare il proprio pregiudizio. Se invece lo considera giusto e lo trasmette, dire al figlio «rispetta tutti» è contraddittorio.** Questa è un’analisi educativa e logica, non una conclusione ricavata da una ricerca specifica.

C’è una differenza tra:

  • Provare un pregiudizio e metterlo in discussione: «Sono cresciuto con certe idee, ma non sono una buona ragione per svalutare qualcuno. Sto cercando di cambiarle». Qui il genitore può insegnare anche l’autocritica.
  • Difendere il pregiudizio chiedendo soltanto buona educazione: «Gli omosessuali sono inferiori o sbagliati, però non devi insultarli». Qui insegna a contenere l’ostilità, ma mantiene la svalutazione.
  • Predicare rispetto e fare battute sprezzanti: il messaggio è incoerente; il comportamento contraddice la regola dichiarata.

Il figlio può comunque rifiutare l’omofobia del genitore attraverso il proprio ragionamento e altre relazioni. Ma questo non dimostra che il genitore gli abbia insegnato a superarla.

quindi,si coglie un limite reale della mia risposta precedente: non basta valutare come un genitore tratta il proprio figlio. Conta anche quale trattamento delle altre persone gli insegna a considerare giusto.

—Sì, è possibile essere un buon genitore anche con poco tempo e molto stress, ma non in qualsiasi condizione e non contando soltanto sulla buona volontà.** Sarebbe ingiusto chiedere ai genitori di compensare da soli orari impossibili, difficoltà economiche e mancanza di aiuti.

Che cosa sappiamo dalle ricerche verificate online

  • Ribas e colleghi, 2024, revisione sistematica e metanalisi peer-reviewed: lo stress genitoriale è associato a maggiori difficoltà emotive e comportamentali nei figli. Gli studi considerati non consentono però di attribuire tutto allo stress del genitore: l’associazione può essere reciproca e dipendere anche da altre condizioni familiari. Studio su Jornal de Pediatria.
  • U.S. Surgeon General, 2024, rapporto istituzionale: tempo, pressioni economiche, isolamento e aspettative sociali sono problemi che richiedono anche sostegni collettivi. Il rapporto riguarda gli Stati Uniti, quindi non trasferirei automaticamente i suoi dati all’Italia. Parents Under Pressure.

valutazione educativa:** essere un buon genitore non significa essere sempre paziente o disponibile. Significa offrire cura e protezione sufficientemente continuative, accorgersi quando qualcosa non funziona e correggersi. Una giornata difficile non definisce tutta la relazione; umiliazioni o assenza costanti richiedono invece un cambiamento concreto.

Anche la formula «conta la qualità, non la quantità» è incompleta: l’attenzione conta, ma serve anche tempo reale per conoscere un figlio e accorgersi dei suoi bisogni. Non esiste una quota universale di minuti che garantisca una buona relazione.

Quindi per priorità priorità:

  1. Affrontare prima il sovraccarico che compromette la cura: cercare una redistribuzione dei compiti e aiuti concretamente accessibili.
  2. Proteggere momenti regolari di ascolto, compatibili con l’età del figlio, senza trasformarli in interrogatori.
  3. Riparare gli errori: «Ti ho urlato contro, ho sbagliato» senza aggiungere «ma mi hai costretto».
  4. Condividere l’educazione con persone competenti: scuola, servizi e adulti fidati possono integrare ciò che la famiglia fatica a offrire.

Collegandolo alla nostra discussione: riconoscere quanto sia difficile educare è un argomento a favore del sostegno ai genitori e della collaborazione con la scuola. Non dimostra che la famiglia sia incapace, ma neppure giustifica pretendere che debba fare tutto da sola.

Dato il contesto, mi concentro sugli abusi subiti prima dei 16 anni. Ho verificato online il rapporto Istat, pubblicato il 16 settembre 2026, fonte statistica istituzionale.

Istat stima che circa 1 milione e 650mila donne italiane, oggi tra 16 e 75 anni, abbiano subito almeno una violenza sessuale prima dei 16 anni, da qualsiasi autore. Questa cifra, quindi, non riguarda soltanto genitori o parenti e non è un totale annuale. Rapporto Istat, indagine 2025.

Per le cittadine italiane, il rapporto distingue questi autori:

Violenza subita prima dei 16 anniPadre, patrigno o padre adottivoFratello o fratellastroAltro parente maschio
Toccamenti intimi indesiderati4,2%1,2%18,8%
Costrizione a toccare le parti intime dell’autore8,1%2,3%24,3%
Costrizione a un rapporto sessuale2,3%9,1%18,4%

Come leggere queste percentuali: il 18,8% significa che, tra le donne italiane che riferiscono toccamenti intimi indesiderati prima dei 16 anni, quella quota indica un altro parente maschio. Non significa il 18,8% di tutte le donne. Una vittima può indicare più autori: non possiamo sommare liberamente le categorie per ottenere un numero di persone. Istat, prospetto 2, pagina 4.

Un altro risultato rilevante: oltre il 58% delle vittime non ne aveva parlato con nessuno al momento della violenza. Questo aiuta a capire perché i casi conosciuti dalle autorità non coincidano con il fenomeno complessivo.

Il limite è importante: questa indagine riguarda donne, non include le vittime maschili e non fornisce un totale unico degli abusi intrafamiliari. I dati di polizia sono un’altra misura: il Ministero dell’Interno pubblica i reati sessuali con vittime minorenni, ma non ho verificato in quei materiali un totale separato e completo per genitori e parenti.

La conclusione documentata è che gli abusi intrafamiliari sono presenti e spesso rimangono nascosti; darti una cifra unica di “casi conosciuti” con queste fonti sarebbe fuorviante.


La famiglia può essere un luogo di protezione, ma può anche essere il luogo dell’abuso. Per questo un bambino deve poter riconoscere la violenza e chiedere aiuto anche fuori casa.

Chi rivendica il diritto esclusivo di educare deve rispondere a una domanda: quando il pericolo è in famiglia, chi insegna al bambino a difendersi dalla famiglia stessa?

—proviamo a porci delle domande che ci facciano riflettere:

Le domande più incisive mettono alla prova una posizione senza presumere che chi è contrario sia in malafede. Queste possono anche restare aperte.

  • Se un ragazzo non può parlare di sessualità in famiglia, a chi dovrebbe rivolgersi per ricevere informazioni affidabili?
  • Possiamo essere certi che tutti i genitori abbiano gli strumenti per spiegare consenso, contraccezione e prevenzione degli abusi?
  • Quando la famiglia è il luogo dell’abuso, chi insegna al bambino che può chiedere aiuto anche contro la volontà di un adulto di casa?
  • Temiamo che parlarne troppo presto faccia male: abbiamo valutato anche il rischio di parlarne troppo tardi?
  • Essere contrari a un determinato contenuto significa necessariamente dover rinunciare all’intero percorso?
  • Se il problema sono la preparazione degli educatori e l’adeguatezza dei materiali, perché non chiedere criteri rigorosi invece di escludere l’insegnamento?
  • Possiamo difendere il ruolo educativo dei genitori senza lasciare senza strumenti i figli delle famiglie meno preparate?
  • Quali garanzie concrete renderebbero accettabile questa materia? E, se nessuna garanzia bastasse, l’obiezione riguarderebbe ancora la qualità del corso?
  • Quale prova potrebbe farci cambiare idea? Cerchiamo di capire che cosa protegge i ragazzi, oppure soltanto di confermare ciò in cui crediamo già?

Se chiediamo che la scuola taccia, chi ci garantisce che a parlare per primo sarà qualcuno di cui possiamo fidarci?


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