Home / Sport / Signori degli spalti, la partita è dei vostri figli

Signori degli spalti, la partita è dei vostri figli

Liti tra genitori nello sport giovanile: ciò che sappiamo, ciò che possiamo ipotizzare e ciò di cui gli adulti devono rispondere

La scena è quella delle liti tra genitori sugli spalti, mentre i figli giocano. Un fallo contestato, una decisione arbitrale, una frase rivolta a un ragazzo: la discussione si accende e gli adulti si prendono la scena.

A quel punto conviene rivolgere loro una domanda: chi vi ha nominati protagonisti della partita?

I figli sono scesi in campo per giocare. Se una decisione è ingiusta, la si può contestare. Se un ragazzo viene umiliato o messo in pericolo, intervenire può essere necessario. Ma il diritto di protestare non è un lasciapassare per insultare, minacciare o trasformare la tribuna in un duello personale.

Per comprendere questi episodi occorre tenere distinti tre piani: le evidenze scientifiche, le possibili interpretazioni e il giudizio educativo. Confonderli renderebbe il discorso più fragoroso, ma meno affidabile. E di fragore, sugli spalti, ce n’è già abbastanza.

Che cosa è documentato

L’American Academy of Pediatrics, in un documento clinico del 2019 pubblicato su Pediatrics, segnala che i comportamenti inappropriati dei genitori a bordo campo, comprese urla e scontri, possono mettere in imbarazzo i figli e diminuire il piacere di partecipare allo sport. Il documento richiama inoltre i collegamenti tra pressione genitoriale e ansia da prestazione. Si tratta di una sintesi clinica della letteratura, non di un esperimento sulle conseguenze di una singola lite. American Academy of Pediatrics, 2019, Organized Sports for Children, Preadolescents, and Adolescents

Una revisione sistematica di Gao e colleghi, pubblicata nel 2024 su Frontiers in Psychology, rivista scientifica con revisione tra pari, collega una migliore motivazione sportiva al sostegno dei genitori, al rispetto dell’autonomia e a un coinvolgimento equilibrato. La ricerca riguarda il comportamento genitoriale più ampiamente: non dimostra che una singola lite produca necessariamente uno specifico effetto. Gao e colleghi, 2024

Non possiamo dunque diagnosticare un danno dal semplice racconto di una discussione. Per valutare un episodio bisogna ricostruire che cosa è accaduto, l’intensità e la frequenza dei comportamenti, chi ne è stato coinvolto e come il ragazzo li ha vissuti.

La scienza si ferma dove finiscono le prove. Anche il genitore dovrebbe conoscere l’utilità di un confine.

Perché può scoppiare una lite

Le spiegazioni possibili sono diverse. Un adulto può percepire una decisione come un’ingiustizia verso il figlio, temere per la sua sicurezza, identificarsi troppo con il risultato o lasciarsi trascinare dalla rivalità tra gruppi.

Queste sono ipotesi da verificare nel singolo caso. Vedere un genitore litigare non basta per stabilire che sia frustrato, che voglia realizzarsi attraverso il figlio o che provi invidia verso un altro ragazzo.

Lo stesso comportamento visibile può nascere da motivazioni differenti. E motivazioni differenti possono convivere nella stessa persona: una preoccupazione autentica per il figlio può mescolarsi al bisogno di non perdere la faccia davanti agli altri.

«Lo faccio per lui!» proclama il paladino della tribuna. È possibile. Ma quella dichiarazione apre l’indagine; non la chiude.

L’intenzione di proteggere un figlio non dimostra, da sola, che l’intervento gli sia stato utile.

Il punto cieco: confondere l’intenzione con l’effetto

Un genitore può sentirsi coraggioso perché ha affrontato un altro adulto. Il figlio potrebbe aver vissuto la stessa scena in modo diverso. Potrebbe essersi sentito difeso, oppure a disagio, oppure avere avuto una reazione ambivalente.

Senza ascoltarlo non possiamo saperlo.

Il punto critico è proprio la distanza possibile tra l’esperienza dell’adulto e quella del ragazzo. Se il genitore decide in anticipo che il proprio gesto è stato necessario e apprezzato, rischia di lasciare al figlio un solo ruolo: confermare la sua versione.

Ma il ragazzo conserva il diritto di dire: «Capisco perché ti sei arrabbiato, però avrei preferito che intervenissi diversamente».

E qui, messere, comincia la prova di coraggio: ascoltare una risposta che non vi incorona.

Chi beneficia davvero dell’intervento?

Un ulteriore punto cieco riguarda il beneficio cercato dall’adulto.

Oltre alla protezione del figlio, potrebbero entrare in gioco la propria reputazione, il riconoscimento degli altri spettatori o il desiderio di non sentirsi umiliato. Sono possibilità interpretative, non intenzioni da attribuire automaticamente.

Per esaminarle possono essere utili alcune domande:

  • L’intervento riguarda ancora ciò che è accaduto al ragazzo oppure è diventato una questione personale?
  • L’adulto riesce a fermarsi quando il problema concreto è stato affrontato?
  • È disposto a cambiare condotta se il figlio dice di sentirsi a disagio?
  • Accetterebbe lo stesso comportamento da un genitore della squadra avversaria?

Quest’ultima domanda mette alla prova la coerenza. Se una condotta sembra nobile quando la pratichiamo e intollerabile quando la subiamo, il nostro criterio merita una revisione.

Lo spazio da lasciare al ragazzo

Prima di intervenire sarebbe utile distinguere ciò che richiede la responsabilità di un adulto da ciò che il figlio può affrontare con un sostegno discreto.

Un’intimidazione e una normale frustrazione sportiva richiedono risposte differenti. Anche un errore arbitrale, una scelta tecnica contestata e un’umiliazione personale sono situazioni da distinguere.

La domanda è: «Di quale aiuto ha bisogno mio figlio?»

La risposta potrebbe essere diversa dall’azione che il genitore sente l’urgenza di compiere. Potrebbe servire un intervento immediato, un confronto successivo con l’allenatore oppure la disponibilità ad ascoltare.

Questa è una raccomandazione educativa, coerente con l’attenzione all’autonomia richiamata dalla letteratura. Non è una formula che risolve ogni episodio.

Il ragazzo deve poter imparare a gestire alcune difficoltà sapendo che l’adulto resta disponibile. Stabilire quali difficoltà possa affrontare richiede attenzione alla sua età, alle sue capacità e alla gravità della situazione.

Ciò che il ragazzo potrebbe trovarsi a gestire

Le dinamiche seguenti sono ipotesi da esplorare, non conseguenze inevitabili né risultati dimostrati, una per una, dagli studi citati.

Sentirsi responsabile della lite

Un ragazzo potrebbe pensare: «Se non avessi sbagliato, non sarebbe successo».

Se questo pensiero emerge, occorre distinguere l’occasione del conflitto dalla responsabilità del comportamento. Un errore in campo può precedere una lite; non rende il figlio responsabile delle scelte dell’adulto.

L’autocontrollo del genitore non può dipendere dalla precisione di un passaggio.

Sentirsi obbligato a schierarsi

Il ragazzo potrebbe sentirsi tenuto a dare ragione al proprio genitore anche quando considera ingiusto il suo comportamento.

Per questo il silenzio, da solo, non dimostra accordo, serenità o gratitudine. Ma non dimostra neppure disagio: interpretarlo senza ulteriori elementi significherebbe sostituire una certezza arbitraria con un’altra.

Serve lasciare spazio a una risposta libera, senza chiedere al figlio un attestato di fedeltà.

Portare il conflitto dentro la squadra

Una disputa tra adulti potrebbe complicare i rapporti tra ragazzi che devono continuare a giocare, collaborare e frequentarsi.

La domanda da verificare è concreta: la lite è rimasta sugli spalti oppure sta influenzando le relazioni tra compagni e avversari?

Occorre osservare che cosa succede dopo, senza dare per scontato il trasferimento del conflitto.

Vedere la propria esperienza riscritta

Un ragazzo potrebbe aver vissuto una gara come divertente o soddisfacente e ritrovarsi ad ascoltare soltanto accuse contro arbitro, allenatore o avversari.

In quel caso rischia di trovare poco spazio per raccontare ciò che è stato importante per lui: un miglioramento, un’amicizia, una giocata riuscita, perfino una sconfitta affrontata bene.

Il figlio deve poter attribuire alla propria partita un significato diverso da quello scelto dal genitore.

Anche la società sportiva deve essere osservata

Guardare soltanto alla persona che esplode può lasciare fuori il contesto.

La società scoraggia le aggressioni con interventi coerenti? Applica le stesse regole a tutti? Gli altri spettatori cercano di calmare il confronto oppure lo alimentano? I responsabili intervengono presto o aspettano che la situazione degeneri?

Queste domande servono a ricostruire l’ambiente in cui l’episodio avviene. Non dimostrano che il contesto sia responsabile di ogni condotta individuale.

Webb e Knight, in un commento scientifico pubblicato sul Journal of Applied Sport Psychology, richiamano la necessità di considerare le interazioni tra genitori, arbitri e gli altri soggetti della competizione, comprese le organizzazioni sportive. Il loro lavoro riguarda soprattutto il rapporto tra genitori e ufficiali di gara e non presenta nuovi dati sperimentali. Webb e Knight, 2024; online dal 2023

La responsabilità personale rimane. Ma un regolamento esposto all’ingresso acquista valore soltanto quando orienta anche le decisioni difficili.

Non tutte le liti sono simmetriche

Dire «hanno litigato tutti» può nascondere differenze decisive.

Un adulto che minaccia e uno che gli chiede di smettere non hanno automaticamente la stessa responsabilità. Allo stesso modo, chi interviene inizialmente per fermare un abuso può successivamente superare un limite: la condotta va valutata lungo tutta la sequenza.

Per capire servono fatti precisi: chi ha detto o fatto che cosa, a chi, in quale ordine, con quali tentativi di interrompere il confronto.

L’imparzialità richiede di applicare criteri coerenti, anche quando portano ad attribuire responsabilità diverse.

Esiste quindi un controargomento importante a una condanna indiscriminata delle proteste: tacere davanti a un’umiliazione o a un pericolo può essere una scelta sbagliata. La questione è valutare la necessità dell’intervento e la proporzione della risposta.

Ciò che accade dopo conta

Come criterio educativo, conta anche la capacità di assumersi la responsabilità dopo aver superato un limite.

Riconoscere una condotta sbagliata, chiedere scusa alle persone coinvolte e correggerla sono azioni concrete. Giustificare ogni eccesso con l’amore per il figlio lascia invece irrisolta la contraddizione tra il rispetto richiesto ai ragazzi e quello praticato dagli adulti.

Non possiamo promettere che una scusa cancelli gli effetti di una lite. Possiamo raccomandare che sia accompagnata da un cambiamento osservabile.

Avete perso la calma? Riconoscetelo senza convocare un tribunale contro l’arbitro per ottenere l’assoluzione. La vostra responsabilità merita una frase intera, senza un «però» che se la porti via.

Che cosa fare: un ordine di priorità

Le indicazioni che seguono sono raccomandazioni pratiche. Non costituiscono un protocollo sperimentale di efficacia dimostrata dagli studi presentati.

1. Affrontare per prima l’escalation

Se il confronto sta degenerando, la priorità è interromperlo, prendere distanza e coinvolgere un responsabile della società.

Il primo rischio da affrontare è che aumentino aggressività e coinvolgimento delle persone presenti. In quel momento ottenere l’ultima parola non risolve il problema.

2. Smettere di usare gli spalti per regolare il conflitto

L’eventuale contestazione va portata in una sede adeguata, attraverso un confronto calmo e basato su episodi precisi.

Questo permette di conservare la sostanza di una protesta fondata senza prolungare lo scontro davanti ai ragazzi.

3. Continuare a sostenere e proteggere il figlio

Essere presenti, incoraggiare e intervenire quando occorre restano responsabilità importanti.

Il criterio da mantenere è l’attenzione al bisogno concreto del ragazzo, verificando se la forma dell’intervento lo aiuti davvero.

4. Iniziare ad ascoltare senza suggerire la risposta

Dopo la partita, una domanda come «Com’è stata per te quando è successo?» lascia più spazio di «Ti sei vergognato?» oppure «Hai visto che ti ho difeso?».

Il ragazzo deve poter raccontare anche una reazione inattesa. Ascoltare significa rinunciare a correggere immediatamente la sua esperienza perché coincida con la nostra.

5. Se gli episodi si ripetono, chiedere coerenza alla società

Servono regole comprensibili, responsabilità definite e interventi applicati con continuità.

La mia valutazione è che, oltre alla gestione del singolo episodio, il cambiamento più incisivo vada cercato nella combinazione tra condotte individuali e risposta della società. L’efficacia concreta delle diverse iniziative, tuttavia, va verificata: non basta introdurle per presumere che funzionino.

Gli studi: che cosa sostengono e dove si fermano

McCabe, Tsiros e Crozier, 2024

Titolo: Monkey see, monkey do? Exploring parent-athlete behaviours from youth athletes’ perspective.
Tipo di fonte: studio empirico con revisione tra pari, pubblicato su Frontiers in Sports and Active Living.

Gli autori hanno raccolto questionari da 67 atleti australiani tra 12 e 17 anni, praticanti sport di squadra.

I comportamenti negativi dei genitori percepiti dai ragazzi risultavano associati a comportamenti antisociali dei ragazzi verso compagni e avversari. I comportamenti positivi risultavano associati a condotte prosociali.

Il risultato sostiene l’esistenza di un collegamento tra la condotta genitoriale sugli spalti e quella dei giovani atleti.

Limiti: campione piccolo, rilevazione in un solo momento e dati riferiti dai ragazzi attraverso questionari. Lo studio non dimostra una relazione causale, non isola le liti tra genitori e non permette di estendere automaticamente i risultati a ogni sport, età o contesto.

Leggi l’articolo completo

Gao e colleghi, 2024

Titolo: The role of parents in the motivation of young athletes: a systematic review.
Tipo di fonte: revisione sistematica con revisione tra pari, pubblicata su Frontiers in Psychology.

La revisione comprende 29 studi, con complessivamente 9.185 giovani atleti e 2.191 genitori.

Individua come favorevoli alla motivazione il sostegno all’autonomia, una buona relazione genitore-figlio, un coinvolgimento equilibrato e l’attenzione all’apprendimento.

Sostiene quindi l’importanza della qualità e delle modalità del coinvolgimento genitoriale.

Limiti: riguarda un ambito più ampio delle liti sugli spalti. Non permette di stabilire che una specifica discussione produca necessariamente un determinato effetto psicologico o sportivo.

Leggi l’articolo completo

Webb e Knight, 2024, con prima pubblicazione online nel 2023

Titolo: Sports officials and parents as spectators: Diffusing tensions on the sidelines.
Tipo di fonte: commento scientifico basato sulla letteratura, pubblicato sul Journal of Applied Sport Psychology.

Gli autori analizzano le interazioni tra genitori e arbitri e raccomandano di considerare il contesto più ampio della competizione. Richiamano inoltre l’incertezza sull’efficacia di varie iniziative introdotte per migliorare i comportamenti dei genitori.

Il contributo sostiene l’utilità di affrontare il problema anche attraverso le relazioni e le pratiche delle organizzazioni sportive.

Limiti: non presenta un nuovo esperimento né dimostra l’efficacia di una soluzione specifica. Il suo oggetto principale è il rapporto tra genitori e ufficiali di gara.

Consulta la scheda universitaria e l’accesso al testo

La stoccata finale

Le evidenze presentate sostengono l’importanza del comportamento dei genitori nell’esperienza sportiva dei figli. Non autorizzano a leggere nella mente di un ragazzo, a diagnosticare le motivazioni di un adulto o a predire le conseguenze di ogni lite.

Il senso di colpa, l’obbligo di schierarsi e la difficoltà nei rapporti con i compagni restano, in questo articolo, possibilità da esplorare. Le indicazioni su ascolto, responsabilità e gestione del conflitto sono raccomandazioni ragionate.

Il giudizio educativo può però essere espresso con chiarezza: chi chiede a un ragazzo rispetto e autocontrollo deve accettare di essere valutato secondo gli stessi criteri.

Applaudite, dunque. Incoraggiate. Difendetelo quando occorre, con fermezza e fatti precisi. Poi lasciategli il campo, la sua esperienza e il diritto di raccontarla.

E quando il fischio vi sembrerà intollerabile, prima di sguainare la voce ricordate: vostro figlio sta imparando anche da come voi affrontate quel momento.

La prossima prova di carattere, messere, potrebbe toccare a voi: restare all’altezza di vostro figlio mentre lui impara a perdere.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

� style="margin-left:10px; vertical-align:middle;"> Il tuo browser non supporta l'audio HTML5.