

Dal caso Scurati al boicottaggio dello sciopero Rai del 6 maggio, quest’ultimo periodo è stato segnato dalla stretta dell’esecutivo sulla tv di Stato. Per questo motivo occorre riportare il controllo del servizio pubblico al Parlamento e riflettere su altre strade da percorrere per garantire il diritto all’informazione a tutti i cittadini
Per capire il funzionamento della Tv pubblica, ai tempi di TeleMeloni, non dobbiamo partire dalla censura che si é abbattuta contro lo scrittore Antonio Scurati alla vigilia del 25 aprile festa nazionale che celebra la Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo.

Certo, l’episodio ha fatto il giro del mondo. Si è conquistato le prima pagine dei quotidiani.
Scurati, autore di una tetralogia dedicata al fascismo e a Mussolini, vincitore nel 2019 del più importante premio letterario italiano, il Premio Strega, aveva firmato un contratto per recitare un monologo sul 25 aprile durante il programma del canale pubblico Rai3, Che sarà.
Il giorno precedente alla messa in onda, la conduttrice Serena Bortone viene a sapere che il contratto è stato annullato per decisione aziendale. In una mail dei vertici Rai, emersa successivamente, si scopre che la scelta si deve a “motivi editoriali”.
Malgrado i tentativi di giustificazione dell’azienda pubblica, che cerca di ricondurre il mancato intervento a ragioni di carattere economico, a un mancato accordo sul cachet di 1.800 € richiesto da Scurati, è chiaro che a dare fastidio è stato il contenuto di quel monologo.
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Scurati parte dall’omicidio Matteotti, il parlamentare socialista ammazzato il 10 giugno 2024 da sicari al soldo di Mussolini, per proseguire con la definizione del fascismo come di un “fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista”. Chiedendosi, a quel punto, se Meloni & Co. Avranno il coraggio di riconoscerlo una buona volta. “Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. […] Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana”
Troppo, evidentemente, per l’ultradestra di governo che continua a tener fede al motto del partito neofascista Movimento sociale italiano – nella cui giovanile Meloni si è formata: «Non rinnegare, non restaurare». Soprattutto, viene da dire, “non rinnegare”.
Un altro tassello su cui si sta cercando di costruire l’egemonia dell’ultradestra nella Tv pubblica è la distruzione della forza sindacale dei giornalisti Rai. Tradizionalmente c’è stata un’unica organizzazione a rappresentarli, Usigrai (che può contare circa 1.600 iscritti sui poco più di 2mila giornalisti Rai). Da dicembre 2023, però, le cose sono cambiate ed è entrato in scena un nuovo sindacato: UniRai.
Uno strano sindacato, a dire il vero. Nato su input di Giampaolo Rossi, direttore generale Rai, cioè di uno dei nuovi vertici aziendali di nomina governativa. Uomo di fiducia che per Meloni cura da sempre gli affari interni alla Tv pubblica. I due sono legati dalla militanza giovanile nel post-fascista Msi, quello della fiamma di Mussolini da tenere viva. Sezione Colle Oppio, per l’esattezza.
Uno strano sindacato, se è vero che dei 350 iscritti che dichiara, quasi la totalità sarebbero quadri, dirigenti, capistruttura.
Ancora, uno strano sindacato ad ascoltare le dichiarazioni di Vittorio Di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana ed ex segretario Usigrai: “Non ho memoria di una organizzazione, che si dichiara sindacato, che inviti i propri iscritti a rinunciare al giorno di riposo, a cambiare i turni di lavoro per mettersi a disposizione di direttori e dirigenti, tentando così di depotenziare lo sciopero proclamato da una sigla sindacale”.
Le critiche a TeleMeloni, tra l’altro, aprono il rischio di scenari tutt’altro che democratici. Per contrastare infatti la stretta dell’esecutivo sulla Tv pubblica, stanno tornando con forza sulla scena politica le posizioni di quanti da tempo chiedono “fuori la politica dalla Rai” o, più esplicitamente, la privatizzazione della Rai.
Di fatto questo passaggio segnerebbe la consegna del servizio pubblico nelle mani di presunte entità indipendenti – che poi indipendenti non sono mai, rispondendo a poteri meno pubblici di quelli politici – o di nuovi privati, ancor più svincolati da ogni possibile forma di controllo popolare e democratico.






