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BINARIO 7 h 14:00

Avevo nove anni quando vidi il treno partire…

Lo chiamai così nella mia testa perché non avevo mai visto così tante valigie tutte insieme. Erano ovunque, allineate lungo il binario 7 come soldati stanchi. Grandi, piccole, rigide, morbide, nuove, sfondate, tenute chiuse con corde, cinghie o pezzi di nastro adesivo. Alcune avevano ancora gli adesivi degli aeroporti, altre sembravano essere sopravvissute a più viaggi di quanti una persona possa ricordare. Quel giorno la stazione era diversa da tutte le altre volte. Non c’erano turisti che fotografavano il tabellone delle partenze,non c’erano studenti che correvano con lo zaino sulle spalle, non c’erano famiglie eccitate per una vacanza.

C’era un silenzio strano.

Un silenzio che non nasceva dall’assenza di persone ma dalla presenza di qualcosa che nessuno voleva nominare.

Mia madre mi teneva la mano così forte che quasi mi faceva male. Ricordo ancora l’odore del caffè proveniente dal bar della stazione, il rumore metallico degli altoparlanti e quel cielo grigio che sembrava essersi abbassato fino ai tetti dei vagoni. Davanti a noi c’era una fila interminabile di persone.Tutti con il volto segnato dalla stanchezza. Sempre mia madre mi disse che tutti loro erano considerati stranieri da chi li stava mandando via,io non avevo nemmeno capito perchè fossero lì,vedevo solo uomini donne e bambini.

Da bambino mi sembrava una cosa assurda.

Gli adulti continuavano a parlare di stranieri come se fossero una specie diversa, ma io vedevo soltanto persone.

C’era una donna africana che portava un cappotto rosso troppo leggero per quella stagione. Stringeva al petto una bambina addormentata. Ogni tanto abbassava il viso e le baciava i capelli. Aveva gli occhi gonfi di chi non dorme da giorni. Poco più avanti un uomo con la barba brizzolata e il volto scavato teneva una cartellina piena di documenti. La stringeva come si stringe un salvagente in mezzo al mare. Ogni volta che qualcuno in divisa passava vicino a lui la apriva e la richiudeva nervosamente, come se sperasse che all’improvviso comparisse un foglio capace di cambiare il suo destino.

Accanto a una colonna vidi un’altra famiglia . Il padre guardava fisso i binari, la madre teneva per mano due bambini. Uno dei due stava piangendo in silenzio, senza fare rumore, con le lacrime che gli scendevano lungo le guance. Nessuno cercava di consolarlo. Forse perché non esistevano parole adatte. Forse perché gli adulti erano troppo occupati a non crollare.

Ricordo anche un ragazzo alto. Avrà avuto vent’anni. Indossava una felpa consumata e teneva sulle spalle uno zainetto. Continuava a guardarsi intorno come se cercasse qualcuno tra la folla. Mi domandai se stesse aspettando un amico. Una fidanzata. Qualcuno che arrivasse all’ultimo secondo dicendo che c’era stato un errore e che poteva restare.

Nessuno arrivò.

Fu allora che sentii il rumore.

All’inizio sembrava soltanto un brusio lontano. Poi diventò un coro. Dall’altra parte della stazione si era radunato un gruppo di persone. Erano decine. Forse centinaia. Alcuni sventolavano bandiere. Altri tenevano cartelli. Molti urlavano.

«Mandateli via!»

«Prima gli italiani!»

«Basta irregolari!»

«Riprendetevi il vostro paese!»

«Finalmente si fa pulizia!»

Le loro voci rimbalzavano contro le pareti della stazione e tornavano indietro amplificate. Alcuni ridevano. Altri applaudivano ogni volta che una famiglia saliva sul treno. Un uomo gridava con il volto rosso per la rabbia. Una donna filmava tutto con il telefono come se stesse assistendo a una festa.

Ricordo che guardai la folla e poi guardai le persone in fila.

Non riuscivo a far combaciare le due immagini.

Da una parte sentivo parole enormi: invasione, emergenza, minaccia.

Dall’altra vedevo una madre che cercava di infilare una coperta nello zaino del figlio.

Da una parte c’erano slogan.

Dall’altra c’era un vecchio che camminava con un bastone consumato.

Da una parte c’era chi urlava.

Dall’altra c’era chi abbassava lo sguardo.

Gli altoparlanti annunciavano partenze e ritardi, ma sembrava che tutta la stazione fosse concentrata soltanto su quel treno. Gli adulti parlavano sottovoce. Sentii parole che allora non capivo,parole grandi che galleggiavano sopra le teste delle persone come altre nuvole.

Molti sembravano pronunciarle con sollievo.

Come se quel treno fosse la soluzione a un problema.

Come se bastasse caricare migliaia di vite su dei vagoni per rimettere ordine nel mondo.

Da bambino non riuscivo a comprendere quella logica. Osservavo quei volti e cercavo il problema. Cercavo qualcosa che giustificasse quella partenza. Cercavo mostri e trovavo padri. Cercavo minacce e trovavo madri. Cercavo invasori e trovavo bambini che stringevano giocattoli.

Ne vidi uno seduto su una valigia azzurra. Aveva i capelli ricci e teneva tra le mani una macchinina senza una ruota. Continuava a farla scorrere avanti e indietro sul bordo della valigia come se fosse una strada immaginaria. Non sembrava capire davvero cosa stesse accadendo. Ogni tanto guardava la madre e poi tornava a giocare.

Mi colpì perché avrei potuto essere io.

Avrebbe potuto essere il mio compagno di scuola.

Il vicino di casa.

Il bambino con cui dividere una merenda al parco.

Poi arrivò il momento di salire.

Le persone iniziarono a muoversi lentamente. Nessuno correva. Nessuno protestava. Avevano l’aria di chi è troppo stanco perfino per ribellarsi. I vagoni si riempivano, passeggini, sacchetti, fotografie, vestiti, ricordi. Tutto ciò che restava di anni di vita compressi in pochi chili di bagaglio.

Mi chiesi cosa avessero lasciato dietro di sé. Una casa? Un lavoro? Un amore? Una panchina sulla quale sedevano ogni sera? Un negozio dove il proprietario conosceva il loro nome? Una classe piena di amici? Una città che, pur non avendoli mai accolti del tutto, era comunque diventata il luogo dove avevano costruito la propria esistenza?

Gli adulti continuavano a discutere. Alcuni dicevano che era necessario. Altri che era inevitabile. Altri ancora che era giusto.

Nessuno sembrava guardare davvero i finestrini del treno.

Nessuno sembrava vedere le facce dietro il vetro.

Io invece le vedevo.

Vedevo paura.

Vedevo vergogna.

Vedevo rabbia.

Vedevo soprattutto sillabare come se fosse tolta loro anche la possibilità di parlare,una parola che nessuno sembrava disposto a pronunciare: perché?

Quando il convoglio iniziò a muoversi, una bambina appoggiò la mano sul vetro. Rimase immobile finché il binario non finì. Non salutava nessuno in particolare. Era come se stesse salutando un’intera vita.

Il treno si allontanò lentamente, trascinando con sé migliaia di storie che non avrei mai conosciuto. Rimasi a guardarlo finché non diventò un punto lontano, quasi invisibile. Mia madre disse che era ora di andare. Ma io continuavo a fissare l’orizzonte.

Sentivo che avevo assistito a qualcosa di importante, anche se non possedevo ancora le parole per definirlo.

Il nostro treno arrivò e anche per noi era giunta l’ora di partire.

Gli anni sono passati. Ho imparato il significato di molte parole che allora non comprendevo. Ho letto statistiche,visto programmi politici, slogan, dibattiti televisivi, dichiarazioni solenni. Ho sentito persone descrivere esseri umani come numeri, problemi, costi, emergenze, categorie.

Eppure c’è ancora qualcuno che parla di deportazioni di massa, di espulsioni collettive come se stesse organizzando un trasloco amministrativo, la mia mente torna a quel binario, a quelle valigie, a quel silenzio, a quel bambino con la macchinina senza una ruota, alla donna con il cappotto rosso, alla bambina con la mano appoggiata sul vetro.

E continuo a chiedermi come possa qualcuno guardare una valigia piena di una vita intera e non vedere l’essere umano che la porta.

Le società raramente si trasformano all’improvviso. Più spesso cambiano lentamente, quasi impercettibilmente, attraverso il linguaggio che scelgono di usare e le emozioni che decidono di coltivare. Ogni epoca ha avuto le proprie parole rassicuranti per descrivere decisioni difficili da accettare. Termini tecnici, formule burocratiche, espressioni apparentemente neutre che hanno il potere di rendere distante ciò che è vicino e astratto ciò che è concreto.

Il punto non è soltanto ciò che una comunità decide di fare, ma ciò che è disposta a non vedere mentre lo fa.

Una democrazia non si misura esclusivamente dalla forza delle sue leggi o dalla prosperità della sua economia. Si misura anche dalla capacità dei suoi cittadini di riconoscere la complessità umana dietro le semplificazioni. Quando ogni problema viene ridotto a una categoria e ogni categoria viene ridotta a un bersaglio, il rischio non è soltanto quello di commettere un’ingiustizia verso qualcuno. Il rischio è quello di impoverire moralmente tutti.

La storia insegna che la paura cerca quasi sempre scorciatoie. Cerca risposte semplici a questioni complicate. Cerca volti su cui proiettare ansie, frustrazioni e insicurezze. Ma le scorciatoie hanno un costo: ci dispensano dalla fatica di comprendere e ci abituano al conforto del giudizio immediato.

Forse la domanda più importante non riguarda chi parte o chi resta. Riguarda chi diventiamo noi mentre osserviamo. Riguarda il confine invisibile che separa l’indifferenza dalla responsabilità. Riguarda la capacità di conservare uno sguardo umano anche quando il dibattito pubblico ci spinge verso l’astrazione.

Perché il destino di una società non viene scritto soltanto dalle decisioni dei governi, ma anche dagli sguardi delle persone comuni. Dalla loro capacità di provare empatia senza rinunciare alla ragione, di discutere senza disumanizzare, di affrontare problemi reali senza trasformare altri esseri umani in simboli.

In fondo, ogni civiltà lascia dietro di sé monumenti, leggi e confini. Ma ciò che davvero la definisce, agli occhi delle generazioni future, è il modo in cui ha trattato le persone quando avrebbe avuto il potere di fare diversamente.

Sara Bianchi

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