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QUANTO RENDE L’INDIGNAZIONE?

Politica, rabbia, algoritmi e denaro: quando l’attivismo diventa anche un prodotto

C’è un nuovo capitale che circola nella politica italiana: l’attenzione. Influencer, attivisti e creator di destra e di sinistra possono raggiungere centinaia di migliaia di persone senza passare da giornali, televisioni o partiti. Ma quando polemica, rabbia e scontro producono visualizzazioni, follower e interazioni, quanto vale economicamente la nostra indignazione? Cyrano ha provato a seguire i numeri.

DAI FOLLOWER AL DENARO

C’è una domanda che facciamo quasi automaticamente quando ci troviamo davanti a un personaggio diventato famoso sui social: quanti follower ha? Centomila? Mezzo milione? Un milione? Forse ormai è la domanda sbagliata. Quella interessante è un’altra: quanto valgono quei follower? E soprattutto, quando parliamo di influencer politici, quanto vale economicamente la nostra indignazione? Negli ultimi anni è cresciuto un mondo nuovo. Persone che non sono parlamentari, non sono necessariamente giornalisti e spesso non appartengono ufficialmente a un partito riescono ogni giorno a parlare a centinaia di migliaia di italiani. Parlano di immigrazione, sicurezza, femminismo, antifascismo, Israele e Palestina, religione, criminalità, diritti civili, degrado delle città. Alcuni stanno a destra, altri a sinistra, altri ancora rifiutano queste definizioni, ma tutti si muovono nello stesso ecosistema: quello dell’attenzione.

Nell’economia dell’attenzione esiste una regola piuttosto brutale: se nessuno ti guarda, sui social conti pochissimo; se invece ti guardano in centomila, cinquecentomila o un milione, quell’attenzione può trasformarsi in influenza, potere politico e, naturalmente, denaro. Da qui parte questa Stoccata di Cyrano. Non per stabilire chi abbia ragione e chi torto e nemmeno per sostenere che un influencer provochi deliberatamente per guadagnare, perché per affermarlo servirebbero prove delle sue intenzioni. Vogliamo fare una cosa più semplice: seguire l’attenzione e vedere dove porta.

Cominciamo però con una precisazione indispensabile. Non sappiamo quanto guadagnino realmente Simone Cicalone, Simone Carabella, Eterno, Jolly Time, Flavia Carlini, Lorenzo Tosa e gli altri creator analizzati. Per conoscere il reddito effettivo servirebbero dichiarazioni fiscali, contratti pubblicitari, fatture, rendicontazioni delle piattaforme ed eventuali bilanci societari. Quindi quando leggiamo che un influencer “guadagna 10 mila euro al mese”, la prima domanda dovrebbe essere: chi lo dice e sulla base di quali documenti? Quello che possiamo fare è osservare le dimensioni del pubblico, le visualizzazioni disponibili, l’engagement, i sistemi di monetizzazione e le attività economiche pubblicamente visibili. Da questi elementi possiamo stimare il potenziale economico di un’attività social, che è cosa molto diversa dall’attribuire a una persona un reddito preciso.

E soprattutto i soldi non arrivano soltanto dalla pubblicità prima di un video. Un creator può monetizzare attraverso YouTube, abbonamenti, membership, Super Chat, Super Thanks, regali durante le dirette, Patreon, sponsorizzazioni, partnership, affiliazioni e merchandising. A questi possono aggiungersi libri, eventi, conferenze, podcast, corsi, consulenze e opportunità professionali nate proprio grazie alla notorietà online. Un video potrebbe quindi produrre direttamente poche centinaia di euro e contemporaneamente avere un valore economico indiretto molto maggiore.

Facciamo un esempio. Un creator possiede 50 mila follower. Pubblica un video molto controverso, il contenuto raggiunge un milione di visualizzazioni e gli porta diecimila nuovi follower. Il risultato economico non consiste soltanto negli eventuali ricavi generati da quel milione di visualizzazioni: da quel momento il creator non possiede più 50 mila follower, ne possiede 60 mila. Il prossimo video partirà da una platea più grande, una sponsorizzazione potrebbe valere di più, una diretta potrebbe attirare più spettatori, un libro potrebbe avere più potenziali acquirenti e un eventuale abbonamento potrebbe trovare più sottoscrittori. Magari anche la politica comincia ad accorgersi che quella persona possiede qualcosa di prezioso: la capacità di raggiungere direttamente decine o centinaia di migliaia di cittadini ed elettori. Il vero capitale, quindi, non è necessariamente il singolo video. È il pubblico accumulato.

Ed è qui che entra in scena l’indignazione. Immaginiamo due video. Nel primo qualcuno dice: “Oggi analizziamo la legge di bilancio”. Argomento importante, magari trattato benissimo. Nel secondo vediamo una strada, qualcuno che urla, una provocazione, le forze dell’ordine, l’immigrazione, un simbolo religioso o un’aggressione. Quale dei due ha maggiori probabilità di provocare una reazione immediata? È da questa domanda che siamo partiti per osservare alcuni casi italiani.

CICALONE, CARABELLA, ETERNO E JOLLY TIME: QUANDO LO SCONTRO DIVENTA AUDIENCE

Simone Cicalone è probabilmente uno dei casi più interessanti. Ha superato i 900 mila iscritti su YouTube, possiede una grande presenza anche su Instagram e ha accumulato centinaia di milioni di visualizzazioni. Nel 2025 il Corriere della Sera riportava una stima di introiti social superiori a circa 20 mila euro mensili. Va ripetuto: si tratta di una stima giornalistica, non del suo reddito certificato. Ma per questa inchiesta è ancora più interessante osservare cosa succede alle visualizzazioni. Nel campione analizzato, alcuni contenuti fortemente collegati a scontri, molestie, sospetti e illegalità raggiungevano circa 843 mila, 590 mila, 410 mila e 277 mila visualizzazioni. Complessivamente oltre 2,1 milioni, con una media di circa 530 mila visualizzazioni per video, mentre la media complessiva dei venti video osservati era nell’ordine delle 186 mila.

Questo non dimostra che Cicalone provochi situazioni per guadagnare, perché non abbiamo elementi per affermarlo. Dimostra però qualcosa di molto interessante: nel campione osservato alcuni dei contenuti maggiormente conflittuali hanno ottenuto risultati enormemente superiori alla media. E quando l’audience è monetizzabile, quella differenza possiede inevitabilmente un valore economico potenziale.

Anche Simone Carabella rappresenta un caso interessante. Le fonti giornalistiche gli attribuiscono un pubblico nell’ordine delle centinaia di migliaia di follower e il suo universo social ruota spesso attorno a degrado, immigrazione, sicurezza, criminalità e interventi sul territorio. Un contenuto particolarmente divisivo relativo al caso Cinzia Dal Pino ha raggiunto circa 426 mila visualizzazioni su TikTok. Possiamo affermare che quel contenuto abbia raggiunto un pubblico enorme e possiamo considerare plausibile che la sua forte componente conflittuale abbia contribuito alla diffusione. Non possiamo invece sapere quanto Carabella abbia incassato da quel singolo video e soprattutto non possiamo attribuirgli intenzioni che non siamo in grado di documentare. Per il suo ecosistema social abbiamo ipotizzato un potenziale economico molto ampio, indicativamente nell’ordine di 2.000-12.000 euro lordi mensili, a seconda delle visualizzazioni effettivamente monetizzate, delle piattaforme utilizzate e delle altre eventuali entrate. Non è una stima del suo reddito personale: è un intervallo teorico del possibile valore economico di un ecosistema social di quelle dimensioni.

Poi c’è Eterno, un caso particolarmente interessante perché la sua crescita è molto recente. Nell’agosto 2026 era intorno ai 100 mila follower Instagram; a settembre era arrivato intorno ai 105 mila, una crescita nell’ordine del 5% in circa un mese. Uno dei contenuti che ha provocato maggiori polemiche è quello nel quale brucia il Corano. In meno di ventiquattro ore aveva generato migliaia di like e circa mille commenti, molti dei quali contrari. Ed è proprio qui che emerge uno dei grandi paradossi dei social.

Una persona vede quel video e pensa: “È intollerabile”. Entra e commenta. Un’altra risponde. La prima replica. Una terza condivide il video scrivendo: “Guardate cosa sta facendo questo individuo”. Arrivano altre persone: alcune lo insultano, altre lo difendono. Politicamente stanno facendo cose opposte, digitalmente stanno facendo la stessa cosa: interagiscono con quel contenuto. Questo non significa che ogni commento negativo si trasformi automaticamente in denaro, perché gli algoritmi sono molto più complessi. Significa però che anche l’avversario può contribuire all’attenzione generata intorno a quel contenuto. Per Eterno abbiamo ipotizzato un potenziale economico molto più prudente, indicativamente nell’ordine di 500-4.000 euro mensili, ma i dati pubblici non permettono di trasformare quell’intervallo nel suo reddito reale.

Infine Ambrose Omo Irogho, conosciuto come Jolly Time, arrivato vicino ai 100 mila follower attraverso video realizzati soprattutto nelle strade e nei parchi di Bologna, mostrando droga, degrado e interventi diretti. Qui cambia anche il modo di raccontare la realtà: non si tratta semplicemente di descrivere ciò che accade, perché il creator entra nella situazione, interviene e la telecamera documenta un evento del quale lui stesso diventa parte. La telecamera diventa contemporaneamente testimone e protagonista. Possiamo documentare la crescita dell’audience, ma non disponiamo di dati pubblici sufficienti per quantificare seriamente i ricavi. Il giudizio corretto rimane quindi: forte capacità di generare attenzione, valore economico effettivo non determinabile con i dati pubblicamente disponibili

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NON È UNA QUESTIONE DI DESTRA

Se fermassimo qui l’inchiesta sarebbe facile concludere: “La destra usa l’indignazione per fare audience”. Sarebbe anche una conclusione troppo comoda, perché l’economia dell’attenzione non possiede una tessera di partito.

Con Esperia, per esempio, il modello cambia. Non abbiamo semplicemente un influencer, ma un progetto editoriale conservatore strutturato, presente su più piattaforme e dotato di un sistema di membership con formule di sostegno economico che arrivano a diversi livelli, da 5 a 15, 50 e fino a 250 euro. Qui il passaggio diventa evidente: il follower non deve necessariamente rimanere soltanto qualcuno che guarda. Può diventare abbonato, sostenitore e quindi soggetto economicamente attivo all’interno della comunità.

Ma dall’altra parte troviamo Flavia Carlini, che dichiara una comunità complessiva vicina al milione di follower e alla presenza digitale associa libri, conferenze, lezioni, televisione, radio e podcast. Qui emerge un altro modo di trasformare l’audience in valore economico. Non è necessario che Instagram versi direttamente migliaia di euro: se la notorietà costruita sui social contribuisce a vendere libri, riempire incontri, ottenere collaborazioni o creare opportunità professionali, quell’audience possiede comunque un valore. Un ragionamento analogo può essere applicato a Lorenzo Tosa, che dispone di un pubblico molto grande su Facebook e registra livelli elevati di engagement.

In questi casi, però, non abbiamo un dataset pubblico sufficientemente completo per dimostrare che siano proprio i contenuti maggiormente conflittuali a generare sistematicamente più visualizzazioni. E quindi non lo affermiamo. Perché l’obiettivo di un’inchiesta non dovrebbe essere dimostrare a tutti i costi la tesi dalla quale siamo partiti. Dovrebbe essere seguire i dati e fermarsi esattamente dove finiscono le prove.

Esiste poi una terza categoria, quella dei creator che hanno trasformato il commento e l’informazione politica in una vera attività editoriale. Pensiamo a Gio Pizzi, Ivan Grieco, WesaChannel e Breaking Italy. Quest’ultimo sfiora il milione di iscritti YouTube, ha accumulato centinaia di milioni di visualizzazioni e propone anche formule di abbonamento diretto da 12,99 e 54,99 euro al mese. Qui il concetto diventa evidente: l’audience politica può diventare un mercato. E non c’è nulla di scandaloso in questo. Giornali, televisioni, editori e scrittori guadagnano da sempre anche raccontando la politica. La questione interessante è un’altra: che cosa succede quando il sistema economico dell’attenzione premia maggiormente il contenuto che divide?

IL BUSINESS DELL’AVVERSARIO

La ricerca scientifica sulla comunicazione politica online offre alcuni elementi interessanti. Diversi studi peer-reviewed hanno osservato associazioni tra ostilità nei confronti del gruppo politico avversario e maggiore engagement; altre ricerche hanno trovato relazioni tra alcune reazioni emotive negative, compresa la rabbia, e una maggiore propensione alla condivisione. Questo non significa che “la rabbia rende sempre virale un contenuto”. Gli algoritmi sono molto più complessi e nessun singolo elemento permette di prevedere automaticamente il successo di un post. Significa però che esiste una base empirica per studiare il rapporto tra polarizzazione, emozioni e circolazione dei contenuti politici.

Ed eccoci forse al punto più paradossale. Immaginiamo un influencer politico con duecentomila sostenitori. Pubblica normalmente un contenuto e lo guardano soprattutto loro. Poi pubblica qualcosa di particolarmente controverso e questa volta arrivano anche gli avversari. Lo contestano, commentano, fanno reaction, ripubblicano il video, ne parlano nelle loro dirette, scrivono post contro di lui e lo mandano agli amici dicendo: “Hai visto questo?”. Per alcune ore quell’influencer non dispone più soltanto dell’attenzione dei propri sostenitori: dispone anche dell’attenzione dei propri nemici.

Il patrimonio di un influencer polarizzante potrebbe quindi non essere costituito soltanto dalle persone che lo amano, ma anche da quelle che non lo sopportano. A quel punto può nascere un meccanismo circolare: provocazione, indignazione, commenti, condivisioni, visualizzazioni, nuovi follower, maggiore notorietà e maggiore capacità potenziale di monetizzazione. Poi arriva un altro contenuto e tutto ricomincia.

Non significa che ogni influencer sieda davanti al computer pensando: “Adesso faccio arrabbiare qualcuno così guadagno”. Il problema potrebbe essere persino più interessante: il sistema può premiare quel comportamento indipendentemente dalle intenzioni di chi pubblica. Se realizzo un contenuto equilibrato e ottengo 30 mila visualizzazioni, mentre quello fortemente conflittuale ne produce 500 mila, il mercato dell’attenzione mi ha inviato un messaggio. Non necessariamente “devi mentire”. Molto più semplicemente: “questo funziona”.

Quando questo meccanismo incontra la politica, la questione diventa ancora più delicata. Mezzo milione di follower non rappresentano soltanto mezzo milione di potenziali consumatori, ma anche centinaia di migliaia di potenziali elettori. Un influencer può scegliere un argomento e portarlo all’attenzione della propria comunità, criticare un candidato, sostenerne un altro, convocare persone, mobilitare una protesta o trasformare un episodio locale in un caso nazionale. A quel punto quella comunità comincia inevitabilmente a interessare anche alla politica tradizionale. Una volta un partito aveva bisogno soprattutto di giornali, televisioni, manifesti e comizi; oggi può trovarsi davanti una persona con uno smartphone e un pubblico più grande di quello di molte trasmissioni televisive. Il follower assume così contemporaneamente un valore economico, mediatico e politico.

LA STOCCATA DI CYRANO

Torniamo allora alla domanda iniziale: quanto rende l’indignazione? Forse non riusciremo mai a rispondere con una cifra unica, ma possiamo cominciare a capire chi alimenta questo mercato. E qui arriva la parte che riguarda tutti noi, perché senza pubblico tutto questo non funzionerebbe. Siamo noi che guardiamo, commentiamo e condividiamo. E spesso condividiamo soprattutto ciò che detestiamo. Pensiamo di combattere un contenuto mostrandolo a tutti, ma nel frattempo gli abbiamo regalato un’altra visualizzazione, un altro commento e magari altri cento spettatori.

La prossima volta che qualcuno pubblicherà un video perfettamente costruito per farci arrabbiare, prima di commentare potremmo domandarci perché ce lo stanno mostrando. Prima di condividerlo potremmo chiederci a chi stiamo regalando quella visualizzazione. E prima di entrare sotto quel post per insultare l’autore dovremmo forse chiederci se lo stiamo davvero combattendo oppure se stiamo contribuendo alla sua diffusione.

Questa inchiesta non dimostra che gli influencer politici provochino per guadagnare. Dimostra qualcosa di più sottile: l’indignazione può generare attenzione, l’attenzione genera influenza e, quando quell’attenzione viene monetizzata, l’influenza può trasformarsi in denaro. Vale per la destra e vale per la sinistra, vale per chi attacca e per chi reagisce all’attacco.

Perché l’algoritmo non vota. Non è fascista e non è comunista, non è progressista e non è conservatore. Non si indigna neppure. L’algoritmo conta: conta quanto guardiamo, quanto commentiamo, quanto condividiamo e soprattutto quanto tempo rimaniamo davanti allo schermo.

E allora forse abbiamo sbagliato persino il titolo. La domanda non è soltanto “Quanto rende l’indignazione?”. La domanda veramente fastidiosa è:

SE TI INDIGNI, CHI CI GUADAGNA?

Perché mentre pensiamo di essere i clienti dei social, qualche volta rischiamo di scoprire che il prodotto siamo noi.

Cyrano

Nota metodologica e disclaimer

Le cifre economiche riportate in questa inchiesta non devono essere interpretate come redditi personali accertati dei soggetti citati, salvo eventuali importi espressamente documentati da fonti verificabili. Le stime rappresentano intervalli teorici del potenziale economico dell’attività digitale, elaborati considerando audience, visualizzazioni pubblicamente disponibili, sistemi di monetizzazione delle piattaforme, membership e altre attività osservabili. La presenza di contenuti conflittuali associati a livelli elevati di engagement non dimostra che un creator produca deliberatamente provocazioni allo scopo di ottenere un profitto: correlazione, incentivo economico e intenzione personale sono concetti differenti. Le classificazioni politiche vengono utilizzate esclusivamente per confrontare differenti ecosistemi comunicativi e non implicano appartenenza partitica quando questa non sia dichiarata o documentata.

Fonti principali: documentazione ufficiale delle piattaforme; dati pubblici dei canali social; strumenti statistici come Social Blade utilizzati come indicatori e non come certificazione dei redditi; Corriere della Sera, Corriere di Bologna, Repubblica, Resto del Carlino, Facta, Sensemakers, IRPI Media; siti ufficiali dei creator e dei progetti analizzati; letteratura scientifica peer-reviewed sulla relazione tra polarizzazione politica, emozioni negative ed engagement sui social media.

Dati e fonti consultati fino al 15 settembre 2026.

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