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IVREA. QUANDO LA PORTA DEL CARCERE SI CHIUDE, CHI CONTROLLA CHI HA LE CHIAVI?

Quarantatré persone coinvolte nell’inchiesta, tra agenti e dirigenti della Polizia penitenziaria, altre figure e alcuni detenuti. Le accuse contestate, a vario titolo, sono pesantissime: violenza sessuale, lesioni personali, calunnia, favoreggiamento, falso in atto pubblico, violenza privata, omissione di soccorso e omessa denuncia. Prima di entrare nella storia, però, una precisazione è indispensabile: stiamo parlando di un’inchiesta e di accuse che dovranno essere dimostrate. Essere indagati non significa essere colpevoli. Sarà la magistratura ad accertare i fatti e le eventuali responsabilità saranno individuali.

Detto questo, ciò che emerge dalla ricostruzione dell’accusa sul carcere di Ivrea è difficile da leggere senza farsi qualche domanda. Secondo gli investigatori, tra il 2019 e il 2024 all’interno del penitenziario sarebbero avvenuti episodi di violenza particolarmente gravi. In un caso quattro detenuti sarebbero entrati nella cella di un altro detenuto e lo avrebbero sfregiato utilizzando una lametta nascosta dentro una penna Bic. Un agente, secondo l’accusa, avrebbe saputo ciò che stava accadendo senza intervenire. In un altro episodio, un detenuto avrebbe riportato gravissime fratture all’omero dopo un’aggressione attribuita a un agente. E la vicenda non sarebbe terminata con la violenza: secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe trascorso molto tempo prima che venisse chiamata un’ambulanza e il detenuto sarebbe stato indotto a raccontare di essersi ferito cadendo mentre lavorava. Un altro ancora sarebbe stato colpito con calci, pugni e manganellate, lasciato nudo e successivamente mantenuto per giorni in condizioni che l’accusa descrive come degradanti.

Già questo basterebbe per pretendere chiarezza. Ma nell’inchiesta compare un capitolo ancora più delicato, quello delle presunte violenze sessuali. Una detenuta transgender ha denunciato molestie e abusi da parte di alcuni agenti: avrebbe subito palpeggiamenti e toccamenti dei genitali e, durante un altro episodio, sarebbe stata schiaffeggiata, insultata e spinta contro un muro mentre un agente compiva davanti a lei un atto sessuale. Quando avrebbe deciso di raccontare quanto stava accadendo a un superiore, secondo la ricostruzione dell’accusa non avrebbe trovato qualcuno disposto a proteggerla. Al contrario, sarebbe stata invitata a tacere, con la prospettiva che potesse succederle qualcosa di ancora peggiore.

Ed è proprio qui che questa storia smette di riguardare soltanto il singolo agente che avrebbe commesso una violenza. Perché una violenza può essere opera di una persona, ma quando qualcuno vede e non interviene, qualcuno dovrebbe soccorrere e non soccorre, qualcuno dovrebbe denunciare e non denuncia, oppure qualcuno contribuisce a costruire una versione diversa di quello che sarebbe realmente accaduto, allora il problema diventa molto più grande. La domanda non è più soltanto chi avrebbe commesso la violenza, ma chi avrebbe dovuto impedirla?

È una domanda che dovrebbe interessare anche chi, davanti a una notizia proveniente da un carcere, reagisce con il solito: “Sono delinquenti, se la sono cercata”. Perché un tribunale può condannare una persona alla privazione della libertà, ma non la condanna a essere picchiata, umiliata, abusata sessualmente o privata dell’assistenza sanitaria. Non lo dice Cyrano, lo dice la Costituzione. L’articolo 27 stabilisce che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». E se questa frase ha un luogo nel quale deve valere fino all’ultima parola, quel luogo è proprio il carcere.

Dentro un penitenziario, infatti, esiste una sproporzione di potere enorme. Il detenuto non può aprire una porta e andarsene. Dipende dall’istituzione per la propria sicurezza, per l’assistenza sanitaria, per gli spostamenti e per i rapporti con l’esterno. Dall’altra parte c’è chi possiede le chiavi e al quale lo Stato riconosce, nei limiti stabiliti dalla legge, persino il potere di utilizzare la forza. Proprio per questo chi esercita un potere così grande dovrebbe essere più controllato, non meno controllato.

Attenzione, però, perché sarebbe altrettanto sbagliato trasformare questa inchiesta in un processo contro tutta la Polizia penitenziaria. Migliaia di agenti lavorano ogni giorno nelle carceri italiane in condizioni spesso difficilissime, tra sovraffollamento, carenze di personale, tensioni e aggressioni. Non possono essere messi sul banco degli imputati perché indossano la stessa uniforme delle persone coinvolte in un’indagine. Anzi, proprio chi svolge correttamente quel lavoro dovrebbe avere interesse affinché eventuali responsabilità vengano accertate fino in fondo. Una divisa non dovrebbe proteggere chi la indossa dalle conseguenze delle proprie azioni: dovrebbe rappresentare la legge che quella persona è chiamata a far rispettare. Accertare l’eventuale abuso commesso da un agente non significa attaccare la Polizia penitenziaria. Significa anche tutelare tutti gli agenti che fanno correttamente il proprio lavoro.

Lasciamo quindi ai magistrati il compito di stabilire cosa sia realmente accaduto a Ivrea e chi eventualmente ne debba rispondere. Ma noi cittadini possiamo già porci una domanda. Quando una persona entra in carcere e quella porta di ferro si chiude dietro di lei, noi non vediamo più quello che succede. Non vediamo la cella, il corridoio, il momento in cui qualcuno chiede aiuto. E proprio perché non possiamo vedere, dobbiamo pretendere che esistano controlli capaci di vedere al posto nostro.

Forse è proprio qui che si misura la civiltà di uno Stato. È facile riconoscere i diritti al cittadino libero e rispettabile che incontriamo ogni mattina al bar. La prova molto più difficile arriva quando davanti allo Stato c’è qualcuno che ha commesso un reato, magari anche terribile, e che la società ha deciso legittimamente di rinchiudere. La civiltà non consiste nel riconoscere i diritti soltanto alle persone che ci piacciono. Consiste nel continuare a riconoscerli anche alle persone che abbiamo deciso di privare della libertà.

E allora la Stoccata di oggi non è una sentenza. È una domanda, forse molto più scomoda di una sentenza:

IVREA: QUANDO LA PORTA DEL CARCERE SI CHIUDE, CHI CONTROLLA CHI HA LE CHIAVI?

Cyrano

Disclaimer: questo testo riporta contestazioni e ricostruzioni dell’accusa nell’ambito di un procedimento giudiziario. Le persone indagate devono essere considerate non colpevoli fino a eventuale sentenza definitiva. Le responsabilità sono individuali e quanto contestato ad alcune persone non può essere attribuito all’intero Corpo della Polizia penitenziaria.

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