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Il bambino che deve spiegarsi al mondo

Un bambino può accorgersi molto presto che il modo in cui sente se stesso non coincide perfettamente con ciò che gli altri si aspettano da lui. Non significa automaticamente essere transgender, non significa avere una disforia e non significa che il suo futuro sia già scritto. Significa soltanto che, mentre gli altri bambini imparano a leggere, giocare, litigare e fare pace, qualcuno deve affrontare anche una domanda molto più difficile: chi sono io, e perché gli altri sembrano così sicuri di saperlo al posto mio?

La ricerca descrive lo sviluppo dell’identità di genere come un processo complesso. Mehrtens e Addante, in una review scientifica pubblicata nel 2023 su Pediatric Annals, parlano esplicitamente di un processo biopsicosociale, influenzato anche dal contesto storico, sociale e culturale. Questo non significa che la società “produca” automaticamente un’identità transgender: significa, più prudentemente, che non possediamo una singola causa capace di spiegare l’identità di genere di ogni individuo.

Le certezze, del resto, diminuiscono ulteriormente quando proviamo a seguire i bambini nel tempo. Una revisione sistematica degli studi longitudinali pubblicata nel 2021 trovò soltanto nove articoli derivati da sette studi longitudinali; solo due studi comprendevano più di cento partecipanti e la perdita dei partecipanti durante il follow-up era spesso significativa. Gli autori concludevano che servivano studi longitudinali più ampi e di qualità migliore.

Questa precisazione è importante perché il dibattito pubblico ama due risposte opposte e altrettanto rassicuranti. Da una parte c’è chi sostiene che sia tutto chiarissimo e che il bambino sappia già esattamente chi sarà. Dall’altra c’è chi liquida tutto come moda, influenza o suggestione. La realtà scientifica, come spesso accade, ha il pessimo gusto di non adattarsi bene agli slogan.

Un bambino può avere comportamenti, gusti o modi di esprimersi non conformi alle aspettative tradizionali senza che questo basti a diagnosticare un’incongruenza di genere. L’Organizzazione Mondiale della Sanità è molto chiara: comportamenti e preferenze di genere varianti, da soli, non costituiscono una base per la diagnosi. Nell’ICD-11 l’OMS ha inoltre spostato l’incongruenza di genere fuori dal capitolo dei disturbi mentali e comportamentali, collocandola tra le condizioni relative alla salute sessuale.

OMS — Gender incongruence and transgender health in ICD-11

Poi, per alcuni ragazzi, arriva la pubertà. Ed è allora che una domanda può trasformarsi in conflitto. La voce cambia, compare la barba, cresce il seno, arrivano le mestruazioni, il corpo assume caratteristiche sessuali sempre più evidenti. Per chi vive una marcata incongruenza tra il genere vissuto e il sesso assegnato, queste trasformazioni possono assumere un peso enorme. L’OMS definisce l’incongruenza di genere dell’adolescenza e dell’età adulta come una marcata e persistente incongruenza tra genere vissuto e sesso assegnato e precisa che questa specifica diagnosi non può essere attribuita prima dell’inizio della pubertà. L’ICD-11 prevede separatamente una categoria relativa all’infanzia prepuberale.

Ma anche qui bisogna resistere alla voglia di trasformare una definizione clinica in una profezia. Un comportamento non conforme agli stereotipi non equivale automaticamente a incongruenza di genere, l’incongruenza non equivale automaticamente a disforia e non ogni difficoltà psicologica di un giovane transgender può essere ricondotta a un’unica causa.

Il punto vero è che il bambino non cresce in laboratorio. Cresce a scuola, nello spogliatoio, nel gruppo WhatsApp della classe, su TikTok e Instagram, sotto lo sguardo degli altri. E allora alla domanda privata «chi sono?» se ne aggiunge una molto più crudele: «Cosa mi succederà se gli altri scoprono chi penso di essere?»

Qui entra in scena il bullismo, e finalmente abbiamo numeri sui quali discutere invece di impressioni raccolte scorrendo una bacheca.

Nel 2023 Laura Sares-Jäske e colleghi hanno pubblicato sul Journal of Youth and Adolescence uno studio basato sulla Finnish School Health Promotion Study 2021. Il campione comprendeva 152.880 adolescenti, con un’età media di 16,2 anni: 76.521 ragazze cisgender, 69.735 ragazzi cisgender, 1.317 giovani transfemminili e 5.307 transmaschili. I giovani transgender riportavano complessivamente maggiore esposizione al bullismo e peggiori indicatori di salute mentale rispetto ai ragazzi cisgender. Nel campione, i giovani transfemminili risultavano quelli maggiormente esposti al bullismo, mentre i transmaschili riportavano il maggior numero di sintomi relativi alla salute mentale.

Sares-Jäske et al., 2023 — PubMed

Attenzione però a ciò che lo studio permette realmente di dire. Mostra associazioni, non dimostra che il bullismo sia la causa unica della sofferenza psicologica di questi ragazzi. Possono intervenire disforia, condizioni psicologiche concomitanti, situazione familiare, isolamento sociale e molti altri fattori. Ma diventa altrettanto difficile sostenere che il modo in cui l’ambiente tratta questi adolescenti sia irrilevante.

L’OMS osserva infatti più generalmente che le persone che non rientrano nelle norme di genere stabilite possono essere esposte a stigma, pratiche discriminatorie ed esclusione sociale, tutti elementi capaci di incidere sulla salute.

OMS — Gender and health

Ed è qui che nasce una contraddizione che dovrebbe interessare anche chi è profondamente critico nei confronti di alcune posizioni sull’identità di genere. Si può dubitare. Si può non capire. Si può essere contrari a determinate terapie. Si può discutere sull’età appropriata per un trattamento medico, sulle conseguenze a lungo termine, sulle regole sportive, sul linguaggio, sui documenti e sulle leggi. Il dissenso non è bullismo.

Dire «non credo che le prove sui trattamenti nei minori siano ancora sufficientemente solide» è una posizione che può essere discussa attraverso studi e dati. Non è nemmeno una preoccupazione inventata: una revisione sistematica pubblicata nel 2025 da Dopp e colleghi ha esaminato gli studi dal 1990 al 2023 sugli interventi destinati a giovani transgender e gender-expansive e ha concluso che, per numerosi esiti, i limiti delle prove disponibili rendono difficile stimare con certezza la forza e talvolta persino la direzione delle associazioni tra trattamento ed esito.

Dopp et al., 2025 — Revisione sistematica su PubMed

Questa è discussione scientifica.

Dire invece a un tredicenne «sei un mostro», «fai schifo» o perseguitarlo perché racconta ciò che prova non è una posizione scientifica. È un’aggressione. E utilizzare l’incertezza della scienza come lasciapassare per l’umiliazione è una curiosa acrobazia logica: dalla frase «non sappiamo ancora tutto» non consegue «quindi posso insultarti».

C’è poi un secondo passaggio: l’incredulità non è necessariamente odio. Una persona può sinceramente non comprendere come qualcuno nato con un corpo maschile possa percepirsi donna. La domanda «come può accadere?» è legittima, tanto che la ricerca stessa continua a interrogarsi sui meccanismi dello sviluppo dell’identità di genere. Ma tra «non riesco a comprendere ciò che provi» e «quello che provi non può esistere» c’è un abisso. La prima frase riconosce il limite della nostra esperienza. La seconda pretende che quel limite diventi il confine della realtà degli altri.

Ed eccoci ai social. Una persona transgender pubblica un video mentre cucina e nei commenti qualcuno comincia a parlare dei suoi genitali. Pubblica una fotografia con il cane e compare la lezione improvvisata di biologia. Racconta una giornata al mare e nel giro di pochi commenti arrivano famiglia, bambini, sport femminile, religione e destino della civiltà occidentale. Manca soltanto l’Impero romano, ma internet è efficiente e prima o poi arriva anche quello.

Il meccanismo è semplice: quella persona smette di essere una persona e diventa un simbolo. Non è più Marco, Francesca o Andrea. Diventa «il transgender». E quando trasformiamo qualcuno in simbolo diventa molto più facile dimenticare che possa avere paura, vergogna, dolore, desideri, amici, genitori o semplicemente una giornata storta.

Il social amplifica tutto. «Non sono sicuro e vorrei comprendere meglio le evidenze disponibili» possiede un grave difetto commerciale: non fa arrabbiare abbastanza nessuno. «QUESTA È UNA FOLLIA» funziona decisamente meglio. Una questione umana delicata viene così trasformata in materiale da engagement. Ma dietro quell’engagement può esserci un adolescente di dodici, tredici o quattordici anni che sta contemporaneamente costruendo il proprio rapporto con il corpo, l’autostima, la sessualità, l’appartenenza al gruppo e la propria identità.

E allora appare il paradosso. Diciamo continuamente ai ragazzi: «Sii te stesso». Appena qualcuno prova a farlo gli chiediamo: «Ma sei sicuro?» La domanda può essere legittima. In medicina e psicologia deve esserci spazio anche per l’incertezza e per la rivalutazione. Ma esiste una differenza enorme tra chiedere «sei sicuro?» per comprendere e chiedere «sei sicuro?» aspettando che l’altro finalmente ci dia la risposta che desideriamo.

Ed è proprio perché la letteratura scientifica possiede ancora lacune importanti che servono tempo, valutazione e ascolto. Né «sappiamo già esattamente chi sei», né «tu non puoi essere ciò che dici». Tra queste due sicurezze assolute c’è un bambino che avrebbe bisogno soprattutto di adulti capaci di tollerare una cosa difficilissima: non conoscere immediatamente la risposta.

Poi arriva la scuola, forse il primo vero social network della nostra vita. Ha gruppi, reputazioni, leader, imitatori, esclusioni e tribunali popolari. Solo che non esiste il pulsante «esci». Bisogna tornarci ogni mattina. Come ti chiami? Come ti vesti? Come parli? Con chi giochi? In quale spogliatoio entri? Ogni piccolo gesto può diventare materiale per classificare una persona. Per un adulto l’identità di genere può essere un dibattito culturale. Per un tredicenne può essere semplicemente l’intervallo delle 10:30.

E durante quell’intervallo non esistono review scientifiche o trattati di psicologia. Esistono risate, soprannomi, video girati di nascosto, screenshot, messaggi e quella formidabile capacità adolescenziale di individuare con precisione chirurgica il punto nel quale un altro ragazzo è più vulnerabile.

Il problema diventa ancora più difficile quando il cortile scolastico entra nello smartphone. Una volta, almeno in teoria, tornando a casa si poteva chiudere una porta. Oggi il commento arriva in camera, la fotografia circola, lo screenshot sopravvive alla cancellazione e l’umiliazione può avere un pubblico praticamente illimitato.

Ma attenzione anche alla scorciatoia opposta. Difendere una persona dal bullismo non significa rendere intoccabili le sue opinioni. Una persona transgender può sostenere un’idea discutibile o sbagliata. Può essere contraddetta, criticata e contestata. L’uguaglianza non può diventare immunità dalla critica. Una cosa però è contestare ciò che qualcuno dice; un’altra è trasformare ciò che qualcuno è nel motivo dell’umiliazione.

Forse la distinzione più semplice è questa: le idee non possiedono dignità. Le persone sì.

Un’idea può essere demolita. Una teoria può essere contestata. Una politica può essere combattuta. Un trattamento medico può essere sottoposto alla critica più severa. Una ricerca può essere smontata metodologicamente pezzo per pezzo. È esattamente così che dovrebbe funzionare una società libera e una buona scienza. Ma quando abbiamo bisogno di umiliare la persona per dimostrare che la sua posizione è sbagliata, probabilmente non abbiamo rafforzato il nostro argomento: lo abbiamo terminato.

Ed eccoci infine alla domanda più scomoda. Ci sono adulti sinceramente preoccupati per i bambini e gli adolescenti con disforia o incongruenza di genere. Temono decisioni premature, trattamenti dagli effetti a lungo termine ancora non completamente conosciuti, il rischio che un adolescente possa interpretare in un modo ciò che più avanti comprenderà diversamente. Sono domande che la stessa letteratura scientifica impone di prendere seriamente, proprio perché le evidenze non hanno la stessa solidità per ogni trattamento e per ogni esito.

Ma allora bisogna essere coerenti fino in fondo.

Se diciamo di voler proteggere un bambino dalle possibili conseguenze di una scelta medica sbagliata, perché dovremmo considerare irrilevanti le conseguenze dell’umiliazione quotidiana?

Proteggerlo dal farmaco ma non dal branco? Preoccuparsi della sua crescita fisica e ignorare la sua paura di entrare a scuola? Passare ore a discutere gli effetti di una terapia e impiegare tre secondi per scrivere sotto il video di un adolescente che fa schifo?

Qui qualcosa non torna.

Non serve essere progressisti o conservatori, credenti o atei, favorevoli o contrari a una determinata politica sul genere per accorgersene. Serve applicare lo stesso principio in entrambe le direzioni: se davvero ci interessa il benessere dei bambini, dobbiamo preoccuparci di tutto ciò che può danneggiarli, anche quando quel danno non conferma la nostra posizione di partenza.

La scienza deve continuare a studiare. I medici devono continuare a interrogarsi. I genitori devono poter avere dubbi. Le persone devono poter cambiare idea. La società deve poter discutere. Ma un bambino non dovrebbe diventare il campo di battaglia sul quale gli adulti decidono chi ha vinto la guerra culturale della settimana.

Perché alla fine lui non è una teoria. Non è una bandiera. Non è un hashtag. Non è «l’ideologia gender» e non è neppure «la comunità transgender».

È un bambino.

E magari non sa ancora con certezza chi diventerà.

A pensarci bene, non lo sapevamo neppure noi alla sua età. La differenza è che noi potevamo sbagliare, cambiare, sperimentare, cercarci e qualche volta perfino nasconderci senza avere migliaia di sconosciuti pronti a esprimere un verdetto sotto ogni nostro tentativo.

Si può non capire. Si può dissentire. Si può chiedere prudenza. Si può pretendere buona scienza. Ma nessuna di queste cose concede il diritto alla crudeltà.

Forse la civiltà comincia proprio qui: permettere a un ragazzo di cercare una risposta senza trasformare la sua vita nel nostro referendum.

E questa volta la domanda non dovrebbe essere rivolta a lui.

Dovremmo rivolgerla a noi:

quando abbiamo cominciato a credere che per difendere le nostre idee fosse necessario ferire le persone?

Fonti e approfondimenti

World Health Organization (OMS), ICD-11 – Gender incongruence and transgender health. Fonte istituzionale. Spiega definizioni, criteri generali e riclassificazione dell’incongruenza di genere nell’ICD-11.
Consulta la fonte OMS

Mehrtens I., Addante S. (2023), “Transgender and Gender Diverse Identity Development in Pediatric Populations”, Pediatric Annals, 52(12), e450-e455. Review peer-reviewed. DOI: 10.3928/19382359-20231016-05.
Scheda PubMed

Hall R. et al. (2021), “Gender identity development in children and young people: A systematic review of longitudinal studies”. Revisione sistematica peer-reviewed degli studi longitudinali disponibili fino al 2020.
Scheda PubMed

Sares-Jäske L. et al. (2023), “Gendered Differences in Experiences of Bullying and Mental Health Among Transgender and Cisgender Youth”, Journal of Youth and Adolescence, 52, 1531-1548. Studio peer-reviewed su 152.880 adolescenti. DOI: 10.1007/s10964-023-01786-7.
Scheda PubMed e testo completo

Dopp A.R. et al. (2025), “Interventions for Gender Dysphoria and Related Health Problems in Transgender and Gender-Expansive Youth: A Systematic Review of Benefits and Risks to Inform Practice, Policy, and Research”, RAND Health Quarterly, 12(2). Revisione sistematica peer-reviewed delle evidenze disponibili sugli interventi destinati ai giovani.
Scheda PubMed e articolo completo

World Health Organization, “Gender and health”. Fonte istituzionale sugli effetti di norme di genere, stigma, discriminazione ed esclusione sociale sulla salute.
Consulta la pagina OMS

Disclaimer

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e divulgative. Non costituisce diagnosi medica o psicologica, indicazione terapeutica né sostituisce la valutazione individuale di pediatri, neuropsichiatri infantili, psicologi, endocrinologi o altri professionisti sanitari qualificati. Identità di genere, incongruenza di genere e disforia di genere sono concetti distinti e non devono essere dedotti da comportamenti, abbigliamento, giochi, orientamento sessuale o interessi di un bambino o adolescente. Le conoscenze scientifiche sui percorsi di sviluppo dell’identità di genere e su alcuni interventi sanitari in età evolutiva continuano a evolversi; dove le evidenze sono limitate o incerte, nell’articolo tale incertezza viene esplicitamente indicata. I dati epidemiologici citati descrivono popolazioni studiate e non consentono di prevedere il percorso o le condizioni psicologiche di una singola persona.

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