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Il fine vita in Italia è possibile?

Dopo l’approvazione della Legge Regionale, si è verificato il primo caso di suicidio assistito. A “beneficiarne” è stato Daniele Pironi che, a seguito di gravi complicazioni dovute al morbo di Parkinson, dopo quasi vent’anni era arrivato a soffrire di una disfagia così severa da costringerlo a restare collegato alla PEG per 21 ore al giorno.

Daniele, grazie alla storica sentenza Cappato, aveva presentato richiesta per accedere al suicidio medicalmente assistito il 31 agosto. Il 22 aprile ha ricevuto una risposta positiva: possedeva tutti i requisiti previsti per ottenere la prestazione richiesta.

Successivamente, lo scorso 17 maggio, il signor Pironi si è spento serenamente nella sua casa, a seguito dell’autosomministrazione di un farmaco legale. Il tutto è avvenuto alla presenza di personale sanitario e delle persone a lui più care.

In Italia, il suicidio medicalmente assistito è ammesso in casi eccezionali, secondo i criteri stabiliti dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242/2019 (caso Cappato). La prestazione è accessibile solo a pazienti:

• affetti da patologie irreversibili;

• con sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili;

• tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale (es. ventilazione, PEG);

• pienamente capaci di intendere e volere.

La procedura prevede una richiesta formale alla ASL, la valutazione da parte di una commissione medica multidisciplinare, il parere del Comitato Etico e, infine, l’autorizzazione alla somministrazione. Il farmaco letale viene autosomministrato dal paziente, in un contesto controllato e con assistenza sanitaria.

A differenza dell’eutanasia attiva, in cui è il medico a somministrare direttamente il farmaco (pratica ancora vietata in Italia), nel suicidio assistito il ruolo del medico è limitato alla supervisione e alla garanzia del rispetto delle condizioni di legge.

È giusto offrire aiuto a chi è sommerso da un dolore che non lascia respiro?Ha senso continuare a lottare per una vita quando resta solo la sofferenza?È giusto permettere una morte dignitosa e rispettare fino in fondo la volontà e le scelte di una persona lucida?

Io posso dirvi che il suicidio assistito non è una scorciatoia né una banalizzazione della morte, ma una possibilità regolata per tutelare la dignità e l’autodeterminazione di chi vive una condizione di sofferenza irreversibile non alleviabile. Completa le cure palliative per quei casi in cui la medicina non può più guarire né lenire efficacemente. 

Garantire questa procedura non significa pubblicizzare il suicidio ma riconoscere la libertà di autodeterminazione del paziente.

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