
Negli ultimi anni la disinformazione in ambito sanitario è diventata un’emergenza. Lo vedo ogni giorno: persone che credono più a un video virale che a decenni di ricerca scientifica, colleghi che strizzano l’occhio a teorie strampalate pur di guadagnare follower, cittadini smarriti che finiscono per non vaccinarsi, non curarsi o affidarsi a rimedi inutili e dannosi.
Secondo l’ISTAT, il 30% degli italiani non riesce a distinguere tra notizie vere e false in ambito sanitario. Questo non è un dettaglio: significa diagnosi mancate, terapie interrotte, vaccini rifiutati. Significa malattie che tornano, epidemie evitabili, un Servizio Sanitario Nazionale sovraccaricato con costi superiori ai 300 milioni di euro ogni anno.
E non è solo un problema clinico: la disinformazione mina la fiducia, crea ansia, paura e isolamento sociale. È tossica tanto quanto una malattia.
Chi diffonde fake news non è un ingenuo qualsiasi: spesso cerca soldi, visibilità o consenso politico. C’è chi vende prodotti miracolosi, chi cavalca ideologie contrarie alla scienza, chi semplicemente gode nell’andare “contro” a prescindere. Ma dietro quei like facili ci sono vite reali messe a rischio.
La legge (art. 656 c.p.) parla chiaro: diffondere notizie false in materia sanitaria può costituire reato. Ma al di là delle sanzioni, serve un impegno collettivo: istituzioni, operatori, media e cittadini devono fare fronte comune.
Io, come professionista, continuerò a informare con semplicità ma con rigore. Anche se significa ricevere critiche, insulti, o venire accusata di “essere venduta”. Preferisco essere attaccata che restare in silenzio mentre la gente si ammala per colpa di bugie.
Questo è un appello: fidiamoci delle fonti ufficiali, smettiamo di rincorrere complotti da social, e proteggiamo la salute nostra e degli altri.
Perché la disinformazione non è un’opinione: è un rischio concreto per la comunità.





