ANTISIONISMO

La curiosa ironia di confonde l’antisionismo con l’antisemitismo

C’è una strana magia nella politica contemporanea: prendere due parole diverse e farle diventare la stessa cosa.
Un trucco semantico. Un gioco di prestigio linguistico.

Il bersaglio, questa volta, è la distinzione tra antisemitismo e antisionismo.

Il primo è una delle più antiche e ignobili forme di odio della storia europea: persecuzioni, pogrom, Shoah. Odio contro gli ebrei in quanto popolo o religione. Un veleno che ha prodotto milioni di morti.

Il secondo, invece, riguarda una posizione politica: il giudizio sul sionismo, cioè sul progetto politico che ha portato alla nascita dello Stato di Israele e sulle politiche dei suoi governi.

Due piani completamente diversi.

Uno riguarda l’odio verso un popolo.
L’altro riguarda la critica verso uno Stato o un’ideologia politica.

Eppure oggi qualcuno prova a farli coincidere.

Non è un errore.
È una scelta.

Perché se riesci a trasformare la critica politica in odio etnico, allora il gioco è fatto: ogni dissenso diventa sospetto morale.

Non stai più discutendo una politica estera.
Stai difendendo una vittima storica.

È un meccanismo potente, quasi inattaccabile.

Il problema è che così facendo si ottiene l’effetto opposto a quello dichiarato.

Confondere antisemitismo e antisionismo non rafforza la lotta contro il razzismo.
La indebolisce.

Perché quando tutto diventa antisemitismo, nulla lo è davvero.

La storia europea dovrebbe averci insegnato una cosa semplice:
l’antisemitismo è odio verso gli ebrei.

Criticare un governo, una dottrina politica o una strategia militare non è antisemitismo. È politica.

Altrimenti dovremmo arrivare a conclusioni assurde.

Criticare la Cina significherebbe odiare i cinesi.
Criticare l’Iran significherebbe odiare i persiani.
Criticare gli Stati Uniti significherebbe odiare gli americani.

È evidente che non funziona così.

Eppure, quando si parla di Israele, la grammatica della politica sembra improvvisamente cambiare.

La critica diventa offesa.
Il dissenso diventa discriminazione.
La politica diventa tabù.

È qui che l’ipocrisia emerge con tutta la sua eleganza.

Perché nessuna democrazia dovrebbe avere paura della critica.
Solo i dogmi la temono.

E quando una legge comincia a trasformare il dissenso politico in sospetto morale, il problema non è più Israele, né l’ebraismo, né il Medio Oriente.

Il problema diventa la libertà di pensiero.

Cyrano direbbe che non c’è nulla di più fragile di un’idea che ha bisogno di una legge per difendersi dalle parole.

Le idee forti non chiedono protezione.
Chiedono confronto.

E se una critica può essere confutata, la si confuta.

Non la si vieta.

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