Home / Cultura / Cyrano2 / società / TARANTO: QUANDO ARRIVA IL CONTO

TARANTO: QUANDO ARRIVA IL CONTO

Ex Ilva di Taranto: 2.500 posti nell’indotto e il rischio di una crisi sociale

Il 4 settembre 2026, 28 aziende associate ad Aigi, che operano nell’appalto e nell’indotto dell’ex Ilva di Taranto, hanno comunicato ai sindacati l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo per oltre 2.500 lavoratori. È importante precisarlo: non significa che 2.500 persone siano già state licenziate, ma che altrettanti posti di lavoro sono entrati formalmente nella procedura che può portare alla cessazione dei rapporti.

Perché sta accadendo

La crisi è collegata direttamente al futuro dell’area a caldo dello stabilimento. Un decreto della Corte d’Appello di Milano ha disposto la sospensione delle attività entro la fine di ottobre 2026. La situazione è però ancora più urgente: secondo Acciaierie d’Italia, per ragioni tecniche e di approvvigionamento le decisioni necessarie per evitare lo spegnimento dovrebbero arrivare molto prima della scadenza formale. citeturn297409news9turn297409news10

Il 9 settembre la Corte d’Appello di Milano esaminerà le richieste di sospensiva presentate dalle amministrazioni straordinarie di Ilva e Acciaierie d’Italia. Il giorno precedente, 8 settembre, Governo, imprese e sindacati si incontreranno a Palazzo Chigi.

Quante persone sono realmente coinvolte?

Il dato certo è:

oltre 2.500 lavoratori direttamente a rischio.

Tradurre questo numero automaticamente in “5.750 persone senza reddito”, però, sarebbe scorretto.

Un dato ISTAT disponibile per Taranto indicava già nel 2019 circa 2,35 componenti medi per famiglia nel comune. Moltiplicando semplicemente:

2.500 × 2,35 = circa 5.875 persone

si ottiene un ordine di grandezza delle persone appartenenti ai nuclei familiari interessati. Ma non significa che tutte dipendano economicamente esclusivamente dal lavoratore dell’indotto: alcune famiglie hanno due redditi, altre pensioni o altre entrate. Il numero serve quindi a misurare la dimensione sociale potenziale della crisi, non il numero di persone destinate a rimanere senza alcun reddito.

Cosa succede economicamente a una famiglia

Anche in caso di licenziamento, molti lavoratori possono accedere alla NASpI, purché possiedano i requisiti contributivi.

Nel 2026 l’importo massimo mensile della NASpI è 1.584,70 euro. Non è corretto dire semplicemente che equivalga al 75% dell’ultimo stipendio: il calcolo utilizza la retribuzione media imponibile degli ultimi quattro anni e una formula progressiva. Dal sesto mese l’indennità diminuisce del 3% al mese; per chi ha almeno 55 anni la riduzione parte dall’ottavo mese. citeturn989420search0turn814090search0

Quindi il problema non è necessariamente il passaggio immediato da “stipendio” a “zero euro”.

Il problema è il passaggio da un reddito da lavoro relativamente stabile a un reddito più basso, temporaneo e destinato progressivamente a diminuire.

L’effetto sulle famiglie

Qui la vicenda industriale diventa sociale.

Una famiglia che perde improvvisamente una parte importante del proprio reddito tende innanzitutto a tagliare ciò che può essere rinviato: ristoranti, abbigliamento, automobile, vacanze, manutenzione della casa, sport dei figli, consumi culturali.

Poi possono arrivare le rinunce più pesanti: rate del mutuo o dell’auto, spese sanitarie private, università dei figli, sostegno economico ai parenti anziani.

Il licenziamento prolungato produce inoltre conseguenze che non compaiono nel bilancio di un’azienda: tensioni familiari, paura di perdere la casa, difficoltà nella programmazione del futuro, giovani che decidono di trasferirsi, lavoratori cinquantenni che scoprono quanto sia difficile ricollocarsi con la stessa retribuzione.

Non sono effetti automatici su ciascuna famiglia, ma rappresentano rischi sociali ben documentati nelle grandi crisi occupazionali.

L’effetto sull’intera città

Il danno non si ferma ai cancelli dell’acciaieria.

Se migliaia di famiglie riducono contemporaneamente i consumi, vengono colpiti anche negozi, bar, ristoranti, artigiani, piccoli professionisti, trasporti e servizi.

È il cosiddetto effetto moltiplicatore negativo: un salario perduto nell’industria diventa parte del fatturato perduto di qualcun altro.

E proprio questo rende particolarmente grave la situazione di Taranto. Non siamo davanti soltanto a 2.500 rapporti di lavoro, ma a una filiera economica costruita in decenni attorno allo stabilimento.

I sindacati parlano infatti apertamente del rischio di una “escalation sociale” e considerano l’indotto l’anello più debole della crisi. citeturn861588search15turn861588search10

Il paradosso di Taranto

La questione dell’ex Ilva non può però essere ridotta alla formula:

“salvare la fabbrica oppure perdere il lavoro”.

Taranto porta sulle proprie spalle anche decenni di conflitto tra occupazione, salute e ambiente.

Continuare indefinitamente un modello produttivo incompatibile con la tutela della salute non rappresenterebbe una soluzione. Ma neppure chiudere senza aver costruito prima una vera alternativa industriale e occupazionale può essere considerato una politica sociale.

La posizione espressa dagli stessi sindacati è significativa: non chiedono necessariamente di mantenere per sempre il ciclo a carbone, ma una transizione verso tecnologie produttive differenti che protegga contemporaneamente occupazione e salute.

Considerazione finale

I 2.500 posti dell’indotto sono soltanto il numero più visibile.

Dietro ogni posto c’è un reddito, e dietro ogni reddito c’è spesso una famiglia. Dietro quelle famiglie ci sono negozi, mutui, scuole, università, progetti di vita e un’intera economia locale.

Per questo sarebbe sbagliato descrivere ciò che sta accadendo semplicemente come una vertenza aziendale.

È una crisi industriale che rischia di trasformarsi in crisi sociale.

E il punto più grave è forse proprio questo: Taranto continua a essere costretta a scegliere tra due diritti che in uno Stato capace di programmare non dovrebbero essere alternativi, il diritto alla salute e il diritto al lavoro.

Dopo decenni di discussioni sull’Ilva, arrivare ancora una volta alla vigilia dello spegnimento degli impianti senza una transizione industriale già pronta significa che il problema non è nato il 4 settembre 2026.

Il 4 settembre è semplicemente arrivato il conto.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

� style="margin-left:10px; vertical-align:middle;"> Il tuo browser non supporta l'audio HTML5.