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Medico di famiglia.

Il medico di famiglia che non c’è più.

C’era un tempo in cui il medico di famiglia era davvero il medico di riferimento della famiglia. Conosceva i suoi pazienti, la loro storia clinica, le loro fragilità e, soprattutto, sapeva ascoltarli. oggi, invece, sempre più spesso il cittadino ha la sensazione di trovarsi davanti a un sistema nel quale il paziente deve arrangiarsi. Sia chiaro: non tutti i medici sono uguali e non e mia intenzione mettere sullo stesso piano professionisti seri, preparati e disponibili e chi invece interpreta la professione in maniera diversa. ma quello che vedo e che percepisco è un problema che non può più essere ignorato.

L’esperienza non si studia sui libri.

Una delle mie principali perplessità riguarda una della nuova generazione di medici di famiglia. Un giovane medico può certamente avere una preparazione eccellente. Può conoscere le ultime linee guida, avere una formazione aggiornata e utilizzare strumenti diagnostici moderni. Ma c’è qualcosa che nessun libro universitario può insegnare completamente: l’esperienza. L’esperienza si costruisce davanti ai pazienti, caso dopo caso, anno dopo anno. E quando durante una visita il medico deve frequentemente confrontarsi con altri colleghi più esperti presenti nell’ambulatorio, il paziente può legittimamente chiedersi se abbia davanti il proprio medico o se, di fatto, stia assistendo a una sorta di consultazione tra professionisti. consultare un collega non è certamente una colpa. Anzi, avere l’umiltà di chiedere un parere può essere una qualità. Il problema nasce quando il paziente avverte una mancanza di autonomia e di sicurezza proprio nel momento in cui avrebbe bisogno di una figura di riferimento.

E poi c’è l’arroganza.

Ma c’è un problema ancora più grave: il rapporto umano. Il medico non è un’autorità alla quale il paziente deve obbedire in silenzio. Il paziente ha diritto a fare domande. Ha diritto di essere ascoltato. Ha diritto a esprimere una preoccupazione. Ha diritto a chiedere spiegazioni. E invece capita di incontrare atteggiamenti sbrigativi, autoritari, prepotenti. A volte sembra quasi che il paziente dia fastidio. Ma ricordiamoci una cosa: la laurea in medicina non dà il diritto di trattare le persone con arroganza. L’autorevolezza di un medico non si misura dal tono della voce o dalla capacità di zittire il paziente. Si misura dalla competenza, dalla capacità di ascoltare e dalla fiducia che riesce a costruire.

E per prenotare una visita?.

Poi arriva la tecnologia. oggi molte strutture utilizzano applicazioni come Doctolib per prenotare visite e appuntamenti. Benissimo. La digitalizzazione può essere utile e può semplificare la vita.

Ma per chi ?.

Per una persona giovane è abituata allo smartphone, probabilmente è tutto semplice. Ma proviamo a metterci nei panni di una persona anziana, magari sola, che non ha dimestichezza con le applicazioni, con le password, con le notifiche, con gli account e con le prenotazioni online. Non tutti hanno la stessa familiarità con la tecnologia. E allora la domanda è semplice: La sanità deve adattarsi alle persone oppure devono essere le persone, soprattutto quelle più fragili, ad adattarsi alla sanità digitale ?. La tecnologia dovrebbe essere uno strumento per facilitare l’accesso alle cure, non una barriera. Settimane di attesa per vedere il proprio medico.

E poi ci sono le attese.

Cerchi di prendere un’appuntamento e scopri che il primo spazio disponibile è molto più avanti nel tempo. Ma una persona che sta male può aspettare settimane ?. E quando il problema non può aspettare ?. Arriva la risposta che sempre più cittadini si sentono dare: <<Se è urgente, vada al pronto soccorso.>>

Ed eccoci arrivati al paraosso.

Il cittadino si rivolge al pronto soccorso perché non riesce ad avere una risposta tempestiva dal proprio medico di famiglia. Il pronto soccorso, naturalmente, è costretto a occuparsi anche di questi casi. E così le sale d’attesa si riempiono. Le persone aspettano ore. Gli operatori sanitari lavorano sotto pressione. E contemporaneamente ci si lamenta perché i pronto soccorso sono intasati.

Ma qualcuno si è mai chiesto perché ?.

Se una persona non riesce ad avere rapidamente una valutazione dal proprio medico e viene indirizzata al pronto soccorso, non possiamo stupirci se il pronto soccorso si riempie. Il problema non è soltanto il pronto soccorso. E’ tutto ciò che viene prima. Il paziente non deve diventare un numero. Quello che sta venendo meno, forse, è proprio il concetto di medicina di famiglia. Il medico di famiglia dovrebbe essere il primo filtro, il professionista che conosce il paziente e che sa distinguere una situazione che può essere gestita tranquillamente da una che richiede un intervento urgente. se questo meccanismo non funziona, il cittadino finisce inevitabilmente per cercare altrove una risposta. E il luogo più facilmente accessibile diventa il pronto soccorso. Il risultato è un sistema che rischia di alimentare se stesso: medici di famiglia sovraccarichi, appuntamenti difficili da ottenere, pazienti esasperati e pronto soccorso sempre più affollati. E nel mezzo c’è il cittadino. Quello che paga le tasse. Quello che ha bisogno di cure. Quello che spesso non chiede privilegi: chiede semplicemente di essere ascoltato quando sta male. Non è una guerra tra generazioni. Non voglio fare l’errore di dire che “i giovani medici sono tutti incapaci” o che ” una volta era tutto perfetto”. Sarebbe falso e ingiusto. Ci sono giovani medici straordinari, preparati, disponibili e profondamente rispettosi dei propri pazienti. Ma proprio per questo è necessario parlare apertamente di ciò che non funziona. La sanità non può diventare una catena di montaggio alla quale il paziente deve prenotarsi attraverso un’app, aspettare settimane, fare una visita frettolosa e, se il problema viene considerato urgente, essere spedito al pronto soccorso. Questa non è efficienza. E’ scaricare il problema da una parte all’altra del sistema. E soprattutto non possiamo pretendere che una persona anziana, fragile o poco tecnologica venga lasciata sola davanti a uno schermo con la speranza che riesca a prenotare una visita. La medicina dovrebbe mettere al centro la persona. Non l’applicazione. Non l’agenda. Non il numero della prenotazione. La persona.

E forse dovremmo ricordarlo anche a chi, indossando un camice, rischia di dimenticare che dall’altra parte della scrivania non c’è un numero che ha paura, ma un essere umano che ha paura, che soffre e che si è rivolto a lui proprio perché ha bisogno di aiuto.

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